DOSSIER: L’ITALIA DEI BIDONI = INFERNO A OROLOGERIA

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naveveleniLe Nazioni a volte vivono di vita propria, politicamente parlando se ne infischiano dei popoli e delle genti che le abitano, vivono un equilibrio di interessi tali da mettere a rischio migliaia di vite umane. Ma questo è il prezzo da pagare per non aver saputo condurre, far sentire la propria voce. Sembra di vedere tantissime persone con la bocca spalancata, gli occhi fuori dalle orbite, e le vene del collo gonfie e pulsanti di sangue; ma la mimica facciale sta simulando un grido, silenzioso, come tante statue di gesso: non esce un suono da quelle bocche.

Il perchè è semplice, sembra un brutto sogno, ma è la realtà, andando a scavare a fondo, le notizie, quelle famose grida strozzate in gola, emergono. E sono tante, in tutta Italia, e gridano la stessa cosa: ci sono trenta navi affondate nei mari italiani, ciascuna contiene circa ottanta barili pieni di sostanze radioattive nocive.

Ma il grido è rimasto un sogno, quasi un miragio a pelo d’acqua, un riflesso in controluce, mentre sul fondo dei nostri mari, c’è un inferno a orologeria.

SMBRA QUASI DI SENTIRE IL TIC-TAC!

Vogliamo che vengano rimossi i bidoni, che i nostri mari vengano svuotati da questi mostri radioattivi, che si faccia luce su un mistero, che ormai, contate trenta navi, più che mistero sembra l’approdo di navi infernali.

QUELLO CHE CI SCONVOLGE ANCORA DI PIU’ E’ SAPERE COSA PUO’ MAI AVER PRODOTTO TRENTA NAVI, 2400 BARILI DI SCORIE RADIOATTIVE.

Da Marte non sono arrivate di certo, dalla Luna nemmeno, ma come è possibile solo pensare ad una produzione così elevata? Ho dovuto fare i conti anch’io, e il risultato è questo:

1 barile = 160 litri (volume)

160 litri al barile X 2400 barili = 384.000 litri

1 litro di scorie radioattive in media pesa 1,1079 kg. a pressione normale e a 25°C

384.000 LITRI x 1.1079 KG. = 425.433,60 KG. DI RESIDUO RADIOATTIVO

QUATTROCENTOVENTICINQUE TONNELLATE

cosa puo’ produrre così tanto

materiale radioattivo?

QUESTO!

1

La  successiva domanda che mi sono posto, riguarda un fenomeno molto in crescita nei nostri mari italiani, delfini e balene che perdono la bussola. Il materiale residuo radioattivo, in queste grandi quantità, oltre a rappresentare un rischio, creerà anche campi magnetici? e questi campi magnetici possono influenzare il sistema di orientamento dei pesci? se la risposta è si! visti i casi riscontrati in crescita sui nostri mari, forse non è poi tanto una burla, la notizia del ritrovamento di tutte queste navi.

E’ la quantità che dovrebbe farci riflettere, nei prossimi giorni cercherò di darvi ulteriori informazioni dettagliate.

Andrea Ben Leva

  • Famiglie d’Italia

(sotto sono riportati alcuni passaggi dell’ articolo del settimanale cartaceo “L’Espresso” del 9 settembre 2004, pag.34 e successive)

Naufragio radioattivo
I sommozzatori scoprono contenitori e un rimorchio di camion dove si
arenò la Rosso. Intanto la risposta del governo in Parlamento conferma
i molti sospetti dei magistrati. E le denunce de “L’espresso”

di Riccardo Bocca

[In merito alla la vicenda della motonave “Rosso”, ex “Jolly Rosso”, arenatasi sulla spiaggia di Formiciche in provincia di Cosenza il 14 dicembre 1990 dopo un principio di affondamento]

(…) Per anni la Procura di Reggio Calabria ha svolto tra pressioni e minacce scrupolose indagini, archiviate il 14 novembre 2000 dal giudice delle indagini preliminari. Finché le decine di migliaia di pagine dell’inchiesta sono passate alla Procura di Paola, dove il procuratore capo Luciano d’Emmanuele ha aperto un nuovo fascicolo affidandolo al sostituto Francesco Greco.

(…) E soprattutto è stata resuscitata una gigantesca storia di cui la motonave Rosso è soltanto un piccolo, anche se gravissimo, capitolo. Si tratta del sistema clandestino concordato da alcuni governi, europei e non, per smaltire milioni di tonnellate di rifiuti tossici. (…) Con due metodi: affondandoli con le navi sulle quali viaggiavano (ipotesi Rosso), oppure stipandoli in missili da sparare sotto i fondali marini. Questo scrivevano a chiare lettere Carabinieri e Guardia di Finanza nelle loro informative. Ed è quello che “L’espresso” ha riferito, augurandosi che la Procura di Paola potesse avere il massimo sostegno nel tentativo di dimostrare il reato di affondamento doloso e occultamento dei rifiuti tossici.

(…) «L’anno 1992, addì 17 del mese di gennaio», si legge in un verbale firmato dal sottotenente di vascello Massimo Barbagiovanni Minciullo, «mi sono recato a Formiciche, dove si è arenata la motonave Rosso. Sul posto ho constatato che il relitto della motonave è stato completamente rimosso dalla spiaggia da parte della ditta Cannavale responsabile dei lavori di demolizione. Nella zona del cantiere sono rimaste solo alcune strutture (una gru, cavi, contenitore, bombole) della ditta suindicata e pochi rottami di ferro».
La realtà che i subacquei della Blue Tek hanno filmato, e di cui “L’espresso” propone in queste pagine alcune immagini, è diversa. Per centinaia di metri («Ma la zona potrebbe essere anche più estesa, visti gli anni passati e le mareggiate avvenute», dicono i sub), si trovano parti del relitto e del suo contenuto.

(…) Valutazioni ora affidate alla Procura di Paola, dove il sostituto procuratore Greco certifica l’importanza dei ritrovamenti: «Confermo che gli elementi individuati sono riferibili alla motonave Rosso», dice: «Procederemo al recupero di tutto ciò che è chiuso per verificarne il contenuto. Il tempo trascorso complica il lavoro, ma indagheremo sopra e sotto la sabbia con la bonifica integrale del sito».

(…) Ma il colpo di scena è venuto dal maresciallo Calvano, il quale ha parlato di «videocassette amatoriali» dalle quali «abbiamo riscontrato che la nave Rosso era scortata dalla Jolly Giallo, altra unità appartenente alla stessa flotta» (“L’espresso” pubblica un fotogramma in queste pagine). Perché? L’ipotesi più probabile, secondo gli investigatori, è che l’equipaggio della Rosso dovesse essere trasferito sulla sorella Giallo prima dell’affondamento per non lasciare tracce, e che l’operazione sia stata ostacolata dal mare mosso. Una tesi su cui il sostituto procuratore Greco dovrà dire l’ultima parola. Intanto la partita si allarga. (…) Evidenti segnali di allarme si sono colti in alcune vicende giudiziarie da cui è emersa una chiara sovrapposizione tra queste attività illegali e il traffico di armi».

(…) La domanda è: perché per anni, mentre la giustizia arrancava tra mille sgambetti, la politica taceva? Il sottosegretario Ventucci, nella sua risposta in Parlamento, non lo spiega. In compenso, mette a fuoco per la prima volta ufficialmente la figura di Giorgio Comerio, l’ingegnere di Busto Arsizio che secondo gli inquirenti proponeva ai governi di mezzo mondo di sparare missili di immondizia radioattiva dentro i fondali marini. (…) Ulteriori indagini della Procura di Brescia hanno evidenziato l’affondamento doloso a Capo Spartivento di una nave, la Rigel, carica di materiale radioattivo. Per tale attività criminosa operava, a livello internazionale, una holding denominata O.d.m. (Oceanie Disposai Management), dedita all’inabissamento in mare di rifiuti radioattivi e tossico-nocivi coi penetratori, facente capo al Comerio stesso».

(…) Per saperne di più lo snodo centrale resta l’inchiesta della Procura di Paola, ossia il tentativo di provare il reato di affondamento doloso della Rosso e l’occultamento dei rifiuti tossici. Solo così, a catena, potrebbero riaprirsi le quinte di questa assurda storia. Una svolta che potrebbe venire, oltre che dai rilievi sui fondali di Formiciche, anche dai risultati dei prelievi svolti il 16 luglio dal supertecnico Ornelio Morselli a Foresta di Serra D’Aiello (Cosenza), località dell’entroterra dov’è stata scoperta una massiccia presenza di fanghi industriali. La Procura di Paola vuole sapere se questi fanghi provengono dalla motonave Rosso, ossia se dopo 14 anni è stato effettivamente individuato il sito dello smaltimento clandestino. Anche perché, come è in grado di anticipare “L’espresso”, a Foresta ci sono tracce di granulato di marmo: la stessa sostanza presente su altre navi dei veleni affondate misteriosamente. E sempre nell’area di Foresta, raccontano vari testimoni, si è scavato anni fa per prelevare terra e procedere al ripascimento della costa marittima, colpita dall’erosione. Ma guarda caso l’unico punto risparmiato è stato quello dove si pensa siano sepolti i rifiuti nocivi, come mostra anche un’evidente curva della vegetazione. (…)                 [8]

(sotto sono riportati alcuni passaggi dell’ articolo del settimanale cartaceo “L’Espresso” del 16 settembre 2004, pag.76 e successiva)

Indagini radioattive
Governo e Camere devono intervenire subito. E va rafforzato l’ufficio del magistrato che indaga sulla Rosso. Lo chiede il presidente della Commissione parlamentare
colloquio con Paolo Russo di Riccardo Bocca

[Il giornalista de “L’espresso” Riccardo Bocca si rivolge a Paolo Russo]

Non è in vena di diplomazie Paolo Russo, 44 anni, presidente della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti e deputato di Forza Italia: «Ci troviamo di fronte a una vicenda di straordinaria gravità», dice. «E indispensabile un’attenzione istituzionale a tutti i livelli, nel nostro Paese e non solo. È urgente che tutti sappiano quanto è successo nei mari e negli oceani del pianeta durante gli ultimi vent’anni. Ci sono elementi per ipotizzare un disastro di dimensioni assolute: ora dobbiamo sforzarci di trovare prove inoppugnabili». I fatti e le testimonianze diventano giorno dopo giorno più allarmanti.

(…)  Non trova grave che la squadra del sostituto procuratore Greco non sia stata rafforzata, ma viceversa indebolita, con l’allontanamento dei due massimi conoscitori del caso Rosso? «Lo scriva: la nostra Commissione esprime formalmente il forte desiderio che sia dato al sostituto Greco tutto l’aiuto possibile. Devono rientrare i due collaboratori spostati. E devono aggiungersi, se necessarie, nuove forze».

(…) Lei esclude che il nostro governo sia stato coinvolto in questo piano di smaltimento di rifiuti nocivi?
«Non mi sento di escludere nulla, anche se non so immaginare come. Tutto sarà chiarito analizzando l’intreccio di interessi trasversali che negli ultimi vent’anni ha condizionato la situazione ambientale, in Italia e fuori».

(…) C’è molto da chiarire anche sulle cosiddette carrette del mare, ossia le decine di navi misteriosamente affondate nel mar Mediterraneo con presunti carichi radioattivi. Lei che idea s’è fatto?
«È dagli anni Ottanta che i Lloyd’s di Londra ci segnalano questi affondamenti, diciamo così, atipici. I magistrati e le precedenti Commissioni parlamentari hanno indagato, trovando elementi di grande interesse. Ma non la prova sicura della presenza di rifiuti tossico-nocivi o radioattivi». Si è mai andati fisicamente a verificare cosa c’è a bordo delle navi affondate? «No. Credo che non sia mai stato fatto nessun accertamento concreto. E credo anche che a questo punto sia indispensabile farlo». Nel frattempo possiamo escludere che l’affondamento delle “navi radioattive” continui ad avvenire?
«Se lo dicessimo sarebbe un falso. Per questo dobbiamo muoverci immediatamente, sfruttando tutta la tecnologia oggi disponibile».
Forse così potrebbe essere chiarito anche il rapporto tra questa storia e la tragica fine di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, suggerito dall’indagine. Lei cosa ne pensa?
« È un fatto che Giorgio Comerio avesse affari anche in Somalia. Con altri soggetti senza scrupoli ha proposto alle autorità il progetto Urano: un piano di smaltimento di rifiuti speciali industriali che è formalmente fallito. Ma che non si esclude sia stato portato a termine».    [9]

(sotto sono riportati alcuni passaggi dell’ articolo del settimanale cartaceo “L’Espresso” del 23 settembre 2004, pag.76 e successiva)

Nella memoria si è aperta una falla
I misteri del naufragio? I rifiuti tossici? L’inchiesta della Procura? Ecco come si difende l’armatore della Rosso. Fra contraddizioni e tanti “non ricordo”
colloquio con Gianfranco Messina di Riccardo Bocca

[Il giornalista de “L’espresso” Riccardo Bocca si rivolge a Gianfranco Messina]

Per la prima volta dopo 14 anni i vertici dell’armatore Ignazio Messina & C. parlano dell’incredibile vicenda di cui sono protagonisti.

(…) “L’espresso” è andato nella sede centrale dell’armatore, a Genova, e si è trovato di fronte ai vertici dell’azienda: il presidente Gianfranco Messina – che ha risposto alle nostre domande – i due amministratori delegati, il direttore operativo, un consigliere delegato oltre a un consulente esterno.

(…) Dopo lo spiaggiamento vi siete affidati per il recupero della Rosso alla ditta olandese Smit Tak, specializzata secondo la Procura di Reggio Calabria in «bonifiche a seguito di incidenti radioattivi». Come mai? «Era la più grande e famosa impresa del mondo». Dopo 17 giorni, però, le avete tolto l’incarico. Non era la migliore? «Dicevano che avrebbero recuperato la nave, ma era evidente che non ce l’avrebbero fatta. Così abbiamo detto basta».

Parliamo dello squarcio che secondo voi avrebbe portato al quasi affondamento della nave. La Guardia di finanza e Nunziante Cannavale, titolare della ditta che doveva demolire la Rosso, hanno negato che esista. «La falla c’era, eccome». Anche il sommozzatore incaricato ufficialmente di fare un’ispezione non l’ha vista.
«Nessuno poteva vederla. La Rosso era inclinata e la falla era sotto la sabbia».

(…) Che cosa c’era a bordo? «Materiale regolare, tabacco e altre cose.Nove container pieni e 25 vuoti».

(…) Ancora oggi sul fondale di Formiciche i sub hanno trovato una distesa di materiali riconducibili alla Rosso. E questo malgrado la Capitaneria di porto di Vibo Valentia affermi il contrario in un documento. «È pacifico che della roba sia rimasta la sotto. Non lo contesta nessuno». A questo punto si possono ipotizzare nuovi reati, oltre all’affondamento doloso e lo smaltimento illegale di rifiuti pericolosi: la mancata bonifica e la discarica abusiva… «Questo Io dice uno del Wwf». Questo lo dice anche il presidente della Commissione per il ciclo dei rifiuti, Paolo Russo. «Ne dice di cazzate, Russo… Prima di rilasciare dichiarazioni e sentenze perché non ci ascolta?».

(…) quando è spiaggiata la Rosso conoscevate Giorgio Comerio, il faccendiere che secondo i magistrati proponeva ai governi di smaltire rifiuti radioattivi dentro missili da sparare sotto i fondali? «No, assolutamente». A “L’espresso” risulta che ci sia stata una precedente trattativa tra voi e Comerio per l’acquisto della Jolly Rosso. «Noi trattavamo col dottor Bertone della Navemar, non sapevamo che fosse coinvolto Comerio» (tre ore dopo l’intervista l’armatore cambia versione, ammettendo di sapere che la società con cui trattava agiva per Comerio).

(…) «Non ne sappiamo niente. E le spiego il perché: non siamo mai stati sentiti dai magistrati. Nessuno ci ha considerato per 14 anni e nel frattempo siamo stati sputtanati a oltranza».

(…) Nel 1997 sulla vostra banchina sono stati sequestrati un migliaio di fusti di rifiuti tossici, e nel 1999 il vostro responsabile alla sicurezza, l’ingegner Giuliano Rossetti, è stato condannato. Un brutto episodio… «La verità è che i rifiuti tossico nocivi erano solo residui di lavori di ordinaria manutenzione. Niente di più».     [10]

(sotto sono riportati alcuni passaggi dell’ articolo del settimanale cartaceo “L’Espresso” del 30 settembre 2004, pag.74 e successiva)

Il porto delle nebbie
Fusti e container carichi di rifiuti provenienti dalla Rosso. Ancorati sotto la banchina del terminal a La Spezia. Due operai lo denunciano. Ma nessuno controlla
di Riccardo Bocca

[In merito alla la vicenda della motonave “Rosso”, ex “Jolly Rosso”, arenatasi sulla spiaggia di Formiciche in provincia di Cosenza il 14 dicembre 1990 dopo un principio di affondamento]

(…) i vertici dell’armatore Ignazio Messina & C. negavano, intervistati da “L’espresso”, di avere smaltito illegalmente rifiuti pericolosi e radioattivi. Volevano cancellare il sospetto che grava su di loro: quello di aver cercato di affondare nel dicembre 1990 la motonave Rosso con un presunto carico di sostanze nocive. E di avere occultato quello stesso carico quando l’imbarcazione, spinta dalle correnti, è spiaggiata sul litorale di Formiciche, nel comune di Amantea, provincia di Cosenza.

(…) Ora però un documento della Polizia forestale di Brescia, datato aprile 1997, apre un nuovo fronte, sempre centrato sulla motonave Rosso e sempre con protagonisti i Messina. Si tratta della testimonianza di due lavoratori portuali di La Spezia (informatori ritenuti affidabili, anonimi per evidenti ragioni) rilasciata all’ispettore Gianni De Podestà, il quale l’ha poi inviata alla Direzione distrettuale antimafia presso la Procura di Reggio Calabria. Un testo zeppo di elementi gravissimi che sono stati acquisiti dagli investigatori proprio mentre l’armatore Messina stava trasferendosi da La Spezia a Genova, dove ancora oggi opera. «Ci sentiamo in dovere», hanno dichiarato alla Polizia forestale i due portuali, «di riferire che da molti anni lavoriamo al terminal Messina (…) e abbiamo visto che sono passati dal porto molti Tir di rifiuti, anche quelli delle navi della Messina

(…) Dopodiché i due testimoni riferiscono nel dettaglio quello che a loro dire stava accadendo durante il trasferimento da La Spezia a Genova: «In questi giorni», spiegano, «stiamo smontando il terminal Messina, e si sa che come zavorra di parte della banchina è stato messo un pontone di nave, dentro il quale hanno infilato i fusti e i container dei rifiuti che la Messina aveva caricato sulle navi Rosso e Jolly Rosso. Questo pontone di nave», continuano, «risulta come una nave tagliata orizzontalmente, che è stata riempita di rifiuti nel 1992.

(…) Vero? Falso? L’ispettore Gianni De Podestà della Polizia forestale di Brescia decide di approfondire. E lo fa alle 13 del 9 aprile ’97, quando assieme al collaboratore Pier Giuseppe Delle Donne si mette a sorvegliare il terminal Messina.

(…)  Tutto quello che è stato motivo di osservazione», conclude De Podestà, «fa presumere quanto riferito (dai due portuali), desunto anche dal fatto che tali informazioni sono di carattere riservato ma giungono da fonte in passato rivelatasi attendibile riguardo alle indagini svolte sulla motonave Rigel (affondata misteriosamente con un presunto carico di rifiuti nocivi, ndr)».

(…) Nei giorni seguenti, dunque, fu finalmente eseguita l’ispezione.

(…) Ma nessuno controllò sotto la banchina dove indicato dai due portuali.   [11]

(sotto sono riportati alcuni passaggi dell’ articolo del settimanale cartaceo “L’Espresso” del 7 ottobre 2004, pag.79 e successive)

L’ ingegnere affossa-scorie
Una vita tra armi, amicizie potenti e rifiuti radioattivi. Ecco chi è Giorgio Comerio, per i pm legato al caso della Rosso
di Riccardo Bocca

Chi è davvero Giorgio Comerio? Per scoprirlo bisogna partire da Busto Arsizio, in provincia di Varese, dove è nato 59 anni fa, e sbarcare a Panama, nell’ufficio di un superministro del presidente della Repubblica in carica, Martin Torrijos. Il viaggio merita la spesa, perché l’ingegner Comerio non è un personaggio qualsiasi. Il governo italiano lo definisce «noto trafficante d’armi, in contatto con altri noti trafficanti d’armi e coinvolto nella fabbricazione di telemine destinare a paesi come l’Argentina» (parole del ministro per i rapporti col Parlamento Carlo Giova nardi). Altrettanto pesante è stata la sua ex compagna Giuseppina Nini, descrivendolo come appartenente ai servizi segreti in rapporti con uomini della mafia.

(…) Il sospetto degli inquirenti è che l’armatore Messina volesse colare a picco la Rosso, e che a bordo ci fossero rifiuti tossici o nucleari da smaltire in fondo al mare. Ma anche che Comerio fosse legato al destino della nave. Solo due anni prima, confermano i Messina, l’ingegnere [Comerio] s’era proposto per acquistare la Rosso, e dopo lo spiaggiamento furono trovati sulla plancia documenti di una sua società. Il particolare non è da poco. La società in questione si chiama infatti Oceanie Disposai Management Inc. (Odm)

(…) Stabilire la verità spetta ai magistrati, ma nel frattempo è interessante vedere come Comerio si sia mosso per piazzare i suoi servizi, chi gli abbia dato una mano e con chi abbia stretto accordi. Un lavoro svolto da “L’espresso” in parallelo con Greenpeace, organizzazione che più volte ha denunciato i presumi traffici di Comerio. Dai suoi dossier emerge, ad esempio, il nome dell’austriaco Manfred Convalexius, titolare di un grande gruppo specializzato in trasporti con una società mirata al settore chimico. Già nel 1988, spiega Greenpeace, Convalexius aveva cercato come agente esclusivo della Multidyne International Inc. di esportare 4 mila 680 barili di rifiuti radioattivi dal porto bulgaro di Varna a Panama, finendo all’ultimo bloccato dal ministro della Salute.

(…) Per non parlare degli infiniti contatti di Comerio e soci con gli Stati africani, documentati nel dossier “The Network”: «Tra il 1994 e il 1995», documenta Greenpeace, «Odm ha avuto rapporti con almeno 16 nazioni africane attraverso consolati e ambasciate in Italia, Francia e Belgio, o tramite mediatori». Questi Stati sono: Angola, Benin, Capo Verde, Congo, Gambia, Ghana, Guinea Bissali, Guinea Conakry, Costa d’Avorio, Marocco, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Sudafrica, Togo e Zaire. Un panorama impressionante di fronte ai quale gli inquirenti, quando chiedi chiarimenti, rispondono: tutto può essere successo. O anche no.

(…) Ma al di là di tutte le carte, al di là di ogni traccia o indizio, la domanda è: come ha potuto, questo misterioso ingegnere di Busto Arsizio, costruire una rete di rapporti mondiali ai massimi livelli? Com’è riuscito a farsi ricevere da ministri e uomini d’affari? Chi gli ha permesso di trattare con tutto e tutti senza mai scottarsi? Per capirlo, Greenpeace ha fatto analizzare dalla società Irwin & Bates la ragnatela degli interessi di Comerio. E il risultato è sorprendente. A costituire la sua Oceanie Disposai Management Inc. Holding S.A., registrata in Lussemburgo, sono state infatti due società, la Gibson Finance Limited e la Enfield Trading Limited, entrambe international business company con sede a Tortola, nelle Isole Vergini inglesi, ed entrambe con la stessa casella postale (P.O. Box numero 3.174). Il che, sottolinea Greenpeace, «consente di affermare che le due società sono governate dallo stesso centro d’interessi». Un elemento importante, perché a firmare l’atto di costituzione della Gibson Finance Limited non è stato un fiduciario qualunque, bensì Ebrahim Asvat in persona, avvocato potentissimo a Panama. Cinquantenne di origine indostana, studi ad Harvard ed esperto dì diritto finanziario marittimo, Asvat è socio del celebre studio Patton, Moreno & Asvat, oltreché presidente del quotidiano nazionale “El Siglo”. Ma soprattutto è stato capo della Polizia nazionale dal 1990 al 1991 dopo l’invasione di Panama da parte degli Stati Uniti, mentre oggi è i! superministro del governo Torrijos incaricato di vigilare sull’operato dei colleghi. Una posizione che i! giornale on line “The Panama News” commenta così: «Soltanto il tempo dirà se Asvat è il carte da guardia per estirpare la corruzione, o se dietro a lui c’è una nuova fonte di intrighi governativi».

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2 Risposte to “DOSSIER: L’ITALIA DEI BIDONI = INFERNO A OROLOGERIA”

  1. Il futuro comincia nella consapevolezza della nostra conoscenza « Famiglie d’Italia Says:

    […] molto d’accordo, anzi! ( vedere nostro post del  16 settembre 2009 dal titolo “  DOSSIER: L’ITALIA DEI BIDONI = INFERNO A OROLOGERIA ” ) Ora io non voglio sindacare su chi ha ragione o torto nell’ essere a favore o […]

  2. Nucleare sì, nucleare no… questo è il dilemma? « Famiglie d’Italia Says:

    […] Negli anni ’80 siamo stati bombardati e intimoriti da un’ infinità di campagne antinucleari, ma ci hanno nascosto che le centrali nucleari altri Paesi le avevano o le avrebbero costruite incollate ai nostri confini ( praticamente attaccate alle natiche ) ed addirittura, in certi casi, con la possibilità di poter esser investiti per primi, in caso di incidenti, dalle radiazioni per motivi di correnti e venti vari… Inoltre, ci hanno nascosto che le temute scorie, che noi non avremmo saputo dove mettere, gli altri Paesi avevano trovato il modo di scaricarle tranquillamente nei nostri mari, come da un altro post pubblicato da questo blog: DOSSIER: L’ITALIA DEI BIDONI = INFERNO A OROLOGERIA. […]

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