Quanto ci costa un mondo pulito ? Diminuire le emissioni è low cost ( Econota 3 )

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 Terminati con successo i lavori relativi ai convegni dei due ultimi giorni dal titolo ” A Milano si fa! “, il blog riprende la sua regolare attività con le Econote a cura di Paolo Broglio.

 

Econota 3. Il numero, nell’intesa uscita da Copenaghen, non c’è, ma prima o poi, mettersi al lavoro per dimezzare, entro il 2050, le emissioni di anidride carbonica, rispetto al 1990, sarà inevitabile, se non si vuole che l’impatto dell’effetto serra (siccità, inondazioni, secondo gli scienziati) ci travolga, aumentando la temperatura media del pianeta di più di 2 gradi. È un taglio da guardare con timore, una medicina necessaria, ma amarissima? I passi da compiere li conosciamo: abbattere i consumi di combustibili fossili, come petrolio, carbone, gas, espandere massicciamente le centrali ad energia pulita (sole, vento, nucleare). Si tratta di investimenti enormi. In più, tutte le industrie che emettono CO2 dovranno pagare per i diritti alle emissioni e scaricheranno i maggiori costi sui prezzi.

Una valanga che travolgerà il nostro stile di vita, costringendoci a rinunce e penitenze? La risposta è no. Dimezzare le emissioni non significa che saremo costretti ad andare in giro in sandali e lana grezza. Al contrario, gli effetti sulla vita quotidiana sono straordinariamente limitati. I modelli econometrici hanno un valore di predizione necessariamente limitato, tanto più quando si tratta di prevedere il comportamento dei prezzi, da qui a quarant’anni. Se prestiamo fede ai più recenti esercizi degli economisti, tuttavia, meno emissioni non significano disastro in vista. Secondo uno studio della scorsa estate della Northwestern University, tagliare le emissioni del 50 per cento comporterebbe, negli Stati Uniti, un aumento generale del prezzi al consumo non superiore, in media, al 5 per cento. È vero, però, che, per arrivare ad un taglio globale del 50 per cento delle emissioni, i paesi industrializzati dovrebbero ridurre le loro (come ha già annunciato di voler fare Obama), dell’80 per cento. Ma anche questo taglio non avrebbe effetti drammatici, secondo il Pew Center on Global Climate Change: “Anche tagliare le emissioni dell’80 per cento nell’arco di quattro decenni avrebbe, nella gran parte dei casi, un effetto molto limitato sui consumatori”.

Lo stesso vale per l’Europa. La rivista New Scientist ha commissionato a Cambridge Econometrics – una società di consulenza che fornisce regolarmente, sul cambiamento climatico, modelli econometrici al governo britannico, ma a scadenza più ravvicinata – una previsione dell’impatto sui prezzi, per i consumatori inglesi, di un taglio delle emissioni, al 2050, dell’80 per cento, rispetto al 1990. I ricercatori ci sono arrivati, prendendo come riferimento l’esperienza storica. Cioè quanto, in passato, i mutamenti del costo dell’energia hanno influenzato i prezzi di 40 diversi prodotti di consumo. Risultato? L’impatto, sui prezzi di gran parte dei prodotti di consumo è modesto: l’1-2 per cento. Il prezzo del cibo aumenterebbe, in media, dell’1 per cento, come quello dei vestiti e delle automobili. Una pinta di birra costerebbe il 2 per cento in più, un pc portatile da 1.000 euro ne costerebbe 1.020. Anche una lavatrice o un frigorifero costerebbero solo il 2 per cento in più. Questo avviene perché l’energia necessaria a produrre questi beni rappresenta, appunto, l’1-2 per cento del prezzo finale. I beni e i prodotti in cui l’energia pesa di più subirebbero una spinta assai più forte, ma sono relativamente pochi. La bolletta dell’elettricità, ad esempio, rincarerebbe del 15 per cento. E ancora di più i viaggi aerei, dove l’energia rappresenta oltre il 7 per cento del prezzo finale… Dato che le compagnie aeree, al momento, non hanno un’alternativa a basso contenuto di anidride carbonica come combustibile, pagarsi i diritti alle emissioni sarebbe un costo pesante. Cambridge Econometrics prevede un aumento del 140 per cento del prezzo dei biglietti aerei.

In effetti, i calcoli del modello presuppongono due ipotesi. La prima è che il governo fornisca incentivi ai cittadini perché, invece del gas, usino l’elettricità per la cucina e, soprattutto, il riscaldamento. La seconda è che il governo stesso investa massicciamente nelle infrastrutture necessarie per le auto elettriche. Da qui a 40 anni, non sono, però, ipotesi remote. E, comunque, dice un altro studio, realizzato da un gigante mondiale della consulenza, come McKinsey, hanno un peso relativo: “Quattro quinti delle riduzioni nelle emissioni – sostengono gli analisti della McKinsey – possono essere realizzati sfruttando tecnologie che già oggi esistono su scala commerciale”. Basterebbe, dicono, un prezzo dei diritti alle emissioni di 50 dollari per tonnellata di CO2. “E il 40 per cento delle riduzioni – aggiungono – di fatto consentono di risparmiare soldi”.

Ma allora, le previsioni catastrofiche, come quelle di un luminare di Yale, William Nordhaus, secondo il quale stabilizzare clima e temperature costerebbe, solo agli Usa, 20 mila miliardi di dollari? Si tratta di intendersi. Stephen Schneider, di Stanford, ha rifatto i conti di Nordhaus. I 20 mila miliardi di dollari, infatti, non sono il costo immediato, ma al 2100. Se si assume che, da qui ad allora, l’economia americana crescerà in media del 2 per cento l’anno, un ritmo abbastanza ordinario per il gigante Usa, il prezzo da pagare per salvare il pianeta non sembra un granché: “Vuol dire solo – secondo Schneider – che gli americani dovranno aspettare il 2101 per essere ricchi, quanto, senza toccare le emissioni, sarebbero stati nel 2100″.

Fonte: La Repubblica del 24/12/2009

La pillola eco-impegnata ovvero “quelli che fanno “……o almeno ci provano !

I numeri del settore fotovoltaico e un’azione concreta : piantati virtualmente 28mila alberi nella provincia di Rimini

Un settore, quello del fotovoltaico, che è in continua crescita, come attestato anche dai numeri elaborati dalla Ubisol srl. ( piccola società di Rimini ) e tratti dai dati ufficiali del Gse, il Gestore dei servizi energetici. Nel 2009, la potenza installata degli impianti fotovoltaici incentivati dal Conto Energia ha superato i 700 MW su tutto il territorio nazionale. Tale potenza si riferisce agli oltre 57mila impianti entrati in esercizio in Italia (tra vecchio e nuovo Conto energia) da quando è attivo il meccanismo di incentivazione dell’energia prodotta da fotovoltaico controllato dal Gestore dei servizi energetici e rende l’Italia praticamente la nazione al mondo dove è più conveniente investire in questo settore ( almeno per il 2009 e 2010 ).

Le regioni con una maggiore potenza installata sono, al 2 dicembre 2009, la Puglia (97 MW)), la Lombardia (85 MW) e l’Emilia Romagna (64 MW) mentre quelle con maggior numero di impianti la Lombardia (8.703), l’Emilia Romagna (5.345) e il Veneto (5.203). In Emilia e Romagna, in dodici mesi, l’Ubisol ha realizzato 95 impianti fotovoltaici che risparmiano all’ambiente l’immissione di 500 tonnellate di CO2, equivalenti all’opera di un bosco di 93 ettari.

 Un parco di 93 ettari con 28mila alberi, grande come 180 campi da calcio. È questa l’area verde che servirebbe per sottrarre all’aria che respiriamo circa 500 tonnellate di CO2 in un anno, ossia la quantità di anidride carbonica che non viene prodotta grazie ai 95 impianti fotovoltaici che la Ubisol ha installato nel corso del 2009. Un anno da incorniciare per l’azienda riminese specializzata in energie alternative, che traccia un bilancio 2009 pieno di soddisfazioni, e non solo di carattere economico. Attiva da tre anni, la Ubisol ha realizzato in totale 190 impianti fotovoltaici, per una potenza di 1.100 kWp, per un «risparmio» annuo di CO2 di 1.400 tonnellate (per il 2009 sono 95 gli impianti per una potenza di 720 kWp e un abbattimento di 500 tonnellate di CO2). La Ubisol, una delle aziende protagoniste della green economy in Romagna, negli ultimi dodici mesi ha registrato una crescita esponenziale, in controtendenza con i settori dell’economia tradizionale indicando una concreta strada verso una differenziazione dell’occupazione capace di creare bussines, inquinare di meno e rendere un po’ meno dipendente l’Italia da fonti energetiche esterne.

Famiglie d’Italia

Paolo Broglio

 

P. S. Letti gli esiti delle ultime indagini riguardo allo stato di salute delle famiglie italiane, delle quali il 30 % ha difficoltà ad arrivare a fine mese, ho deciso di ridare fiato e visibilità giornaliera, fino alla noia, ad una nostra iniziativa dell’estate scorsa che riguarda esclusivamente la sfera delle conoscenze personali di ognuno di noi… e che permette di dare una mano concreta a chi la necessita, i cui effetti positivi si possono vedere immediatamente e senza bisogno di inviare sms o indire collette nazionali.


{img_a}… Adottiamo una famiglia in difficoltà… è un’iniziativa che invita ogni famiglia a cui avanzi qualche euro, invece di depositarlo tutto sul proprio conto corrente, ad adottare una famiglia che conosce e che sa che è in difficoltà. Può accompagnarla una volta al mese ad un supermarket ed offrirle la spesa, adottando la formula, per non offendere, ” … a buon rendere, non si sa mai… “. Otterrà due risultati: aiutare chi ha bisogno ed immettere del denaro nel mercato. Questo consentirà di vivere meglio la crisi e di facilitarne una via d’uscita. State certi che ciò che avrete dato non sarà stato sprecato ed, in qualche modo, lo vedrete restituito.

” Adottiamo una famiglia in difficoltà ” è una proposta che non avrà un adeguato appoggio mediatico, ma che voi sarete in grado di far conoscere ed apprezzare con il vostro agire e con l’impegno di spargerne parola.  Noi di  Famiglie d’Italia lo ricorderemo ogni giorno da questo blog e voi, in qgrazie!ualche modo, fatemi sapere se l’iniziativa prenderà corpo, usando l’anonimato più discreto…

Umberto Napolitano

Famiglie d’Italia  click on per visitare il blog

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