Golfo del Messico:una catastrofe per risparmiare 500mila dollari ( Econota 18 )

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Forse si sarebbe evitata se la Società petrolifera Bp avesse investito solo 500mila dollari per l’istallazione di un terzo congegno di sicurezza. Cinquanta sono gli anni in cui permarranno gli effetti della macchia oleosa sulle coste della Louisiana per i 5 mila barili di petrolio al giorno (stimato dal Noaa cinque volte di più delle prime valutazioni fatte dall’Agenzia federale statunitense) che si sversano dalla British Petroleum (Bp), Deepwater Horizon (di proprietà della svizzera Transocean), a causa dell’esplosione della piattaforma petrolifera avvenuta il 22 aprile nel Golfo del Messico e che ha causato undici vittime.

Una vera catastrofe ambientale che forse si sarebbe evitata se la Società petrolifera Bp avesse investito solo 500mila dollari per l’istallazione di un terzo congegno di sicurezza per chiudere la valvola che serve per sigillare il pozzo ed evitare la dispersione del petrolio in mare. Si tratta di un «interruttore acustico», la cui installazione negli Stati Uniti non è obbligatoria per legge, a differenza di Brasile (dove si era verificato un incidente simile, causando undici morti) e Norvegia. Consiste in un dispositivo che viene attivato automaticamente dalla nave che sta accanto alla piattaforma mediante impulsi sonori che vanno nel mare, quindi non danneggiabile dalle eventuali esplosioni.

Negli Stati Uniti questo terzo dispositivo, che se ci fosse stato avrebbe potuto limitare il danno ecologico, è stato addirittura sconsigliato dall’allora Governo Bush alle società private per il suo costo elevato! È strano che un Governo si interessi delle spese che compagnie petrolifere private debbano affrontare per munirsi di un dispositivo che, come dichiarato dall’autorità norvegese per la sicurezza petrolifera, «il dispositivo costituisce la soluzione più efficace contro le conseguenze ambientali di incidenti simili» tanto da salvare la vita dei propri dipendenti… E invece ora la Bp sta spendendo 3 – 6 milioni di dollari al giorno per arginare il danno ambientale, altri 350 milioni di dollari circa per il ripescaggio della piattaforma affondata, le spese legali e di risarcimento, i costi di messa in sicurezza delle altre piattaforme del gruppo e le multe per aver occultato con false comunicazioni la reale portata dell’incidente.

L’amministratore delegato della Bp, Tony Hayward, ha infatti specificato che la Bp risarcirà tutti coloro che verranno danneggiati dall’incidente petrolifero: «Ci assumiamo la piena responsabilità per la fuga di petrolio, lo ripuliremo e ovunque le persone chiedano il rimborso legittimo di danni, noi li compenseremo. Saremo molto decisi in questo». Il portavoce della Bp, Nigel Chapman, ha puntualizzato che «tutte le risorse dell’azienda sono concentrate su questo evento perché venga gestito rapidamente, in particolare per difendere la costa al meglio possibile. Il fine principale, al momento, è proteggere l’ambiente».

«Ogni piattaforma è munita di un Bop (Blow out preventer) – ha affermato il geologo Angelo Ambrosi esperto nel settore petrolifero – in questo caso posizionato sul fondo del mare (per la grande profondità del mare) che sigilla e chiude il pozzo in caso di una fuoruscita accidentale dei fluidi dal pozzo stesso. Questo congegno si attiva tramite tre dispositivi: il primo, il “controllo primario”, viene attivato manualmente in caso di problemi, il secondo, detto “dead man”, si attiva automaticamente dalla piattaforma quando gli strumenti rilevano un problema di pressione o di risalita di fluidi, e il terzo, come un telecomando, viene attivato a distanza dalla nave vicina e quindi funziona indipendentemente dai danni subiti dalla piattaforma.

«I primi due, nel caso della Deepwater Horizon, non sono entrati in funzione a causa dell’improvvisa esplosione, non dando il tempo ai tecnici di attivare il primo, il secondo probabilmente non è entrato in funzione perché danneggiato dall’esplosione, il terzo avrebbe potuto bloccare il pozzo essendo un dipositivo esterno alla piattaforma».

La macchia nera di petrolio ha ormai raggiunto la foce del fiume Mississippi, sulle coste dell’Alabama e della Florida. Gli Stati Uniti hanno attivato lo stato di «calamità nazionale» e il Presidente Obama ha chiesto che le trivellazioni vengano sospese. Aggiungendo, inoltre, che «il petrolio è importante, ma la sicurezza è al primo posto. Quindi da ora in poi – ha fatto sapere il consigliere della Casa Bianca, David Axelrod, alla stampa locale – non sarà autorizzata nessuna nuova trivellazione finché non scopriamo quel che è successo e se è successo qualcosa di unico e di prevenibile. Nessuna trivellazione in nuove aree andrà avanti finché non sarà stata fatta una revisione adeguata di quel che è successo alla Deepwater Horizon e quel che è proposto altrove». Inoltre, dalla Casa Bianca fanno sapere che per contenere l’onda nera verrà mobilitato persino l’esercito americano.

Barack Obama ha mobilitato ministri e Guardia nazionale per gestire questa emergenza, ha disposto un’inchiesta sull’incidente e ha chiesto di avere i risultati non oltre 30 giorni. «L’industria del petrolio è importante per la sicurezza energetica degli Stati Uniti – ha spiegato il presidente Obama – ma le trivellazioni off-shore vanno fatte in modo responsabile». Inoltre, la Casa Bianca ha inviato degli ispettori sulle piattaforme petrolifere per verificare le condizioni di sicurezza. C’è un sito web ufficiale che fornisce i dati aggiornati della situazione.

Questo ennesimo disastro ecologico minaccia gravemente l’ecosistema marino e non solo. Rischiano la vita cinquemila delfini, il tonno atlantico, le tartarughe marine, i crostacei e altre forme di vita marina in via di estinzione. Nelle vicinanze dal disastro, a circa 30 Km c’è l’arcipelago delle Chandeleurs, un’oasi naturale di grandissima importanza per la nidificazione di uccelli marini già colpiti dal disastro Katrina.

La responsabile del «Programma Mare» del Wwf Italia, Costantini, commenta il disastro del Golfo del Messico affermando che «questa tragedia va a sommarsi alle problematiche che quest’area subisce a causa dell’eccessivo apporto di nutrienti provenienti dal fiume Mississipi. Questi provocano una mancanza di ossigeno nei fondali del Golfo, creando delle vere e proprie “Dead zone”: qui le conseguenze sono mortalità e stress di pesci, molluschi e crostacei. E in quest’area, i fondali sono già sottoposti ad una forte pressione della pesca a strascico e l’economia principale è la pesca dei gamberi».

«È motivo di grave preoccupazionespiega David Kennedy, della National and atmospheric administration (Noaa) sono spaventato. È una chiazza molto, molto grande. E tutti gli sforzi in atto per contenerla sono inimmaginabili».

E ad oggi sono state disperse nell’oceano 76mila tonnellate di greggio e la Bp ha ammesso di avere problemi a stoppare l’emorragia del greggio che si trova a 1.525 metri sotto il livello del mare chiedendo al Dipartimento della difesa ulteriori risorse e, in particolare, di avere accesso alla sofisticata tecnologia militare di ripresa delle immagini e ai veicoli telecomandati sottomarini per cercare di riparare la conduttura. Ci vorranno circa tre mesi per sigillare definitivamente il pozzo e se non si riuscirà fino ad allora a arginare la perdita, nell’oceano ci saranno circa 260mila tonnellate di greggio un vero a proprio disastro ambientale che entrerà nella «storia» delle catastrofi ambientali al pari dell’incidente avvenuto nel 1989 nel golfo dell’Alaska, dove la petroliera  Exxon Valdez rovesciò in mare 40mila tonnellate di greggio e contaminando circa 1.600 chilometri di costa; a quello avvenuto nel 1991 al largo di Arenzano (Genova) dove una petroliera cipriota, la Heven, affondò sversando 140.000 tonnellate di greggio e che segna ancora il record degli sversamenti del Mediterraneo; fino all’esplosione della piattaforma Ixtoc 1 avvenuta nel 1979, sempre a largo delle coste messicane, che causò la fuoruscita di circa 470mila tonnellate (anche se si pensa che ci siano state perdite maggiori).

Per evitare altri e sconcertanti incidenti di tale entità sono necessari studi più precisi, valutazioni di rischio che includano anche il danno che incidenti così gravi possono arrecare all’ecosistema e soprattutto alla biodiversità per poter almeno limitare le autorizzazioni alle perforazioni.

Non ci resta che stare attenti a quello che accadrà negli Stati Uniti e al cambiamento di rotta del Presidente Obama e soprattutto a quello che accadrà in Adriatico, dove il Governo potrebbe concedere alla compagnia irlandese Petrolceltic di sondare il fondo marino davanti alla Riserva naturale delle isole Tremiti… Cosa accadrebbe se si verificasse un incidente simile in Adriatico che ad oggi presenta diverse piattaforme al largo di Marche Abruzzo ed Emilia Romagna? Sicuramente la situazione sarebbe devastante anche solo per piccole quantità di greggio sversato, dato che l’Adriatico ha una larghezza di soli 150 Km circa e quindi gli inquinanti non diluirebbero stagnando sulla superficie del mare stesso. Questo provocherebbe danni irreparabili in tutto l’ecosistema del luogo e non solo… forse è arrivato il momento di pensare seriamente alle energie alternative…

Di  Stefania Petraccone

 

La pillola eco-impegnata di Paolo Broglio,  ovvero “quelli che fanno “……o almeno ci provano !

Dal 1992 in Italia esiste la possibilità di intervenire nei disastri simili a quello attualmente in atto nel Golfo del Messico. Alcuni lettori forse ricorderanno i “ batteri mangiapetrolio” che tanto spazio ebbero nei media all’epoca dell’affondamento della nave-cisterna Haven al largo di Arenzano.

Un paio di ricercatori, il microbiologo marino Roberto Blundo e il biologo ambientale Paolo Broglio, proposero all’allora commissario per l’emergenza ( in Italia c’è sempre un commissario……) Ammiraglio Alati lo spargimento a mare di batteri marini non manipolati geneticamente in grado di trasformare il petrolio greggio in mono-di e tri gliceridi ( solubili e commestibili per la catena alimentare marina ) in tempi ragionevoli ( due-tre settimane ).

I biologi venivano da una lunga esperienza maturata sia negli Stati Uniti presso la Austin University ( Blundo ) che presso Centri di Ricerca Italiani ( Broglio ).

Blundo è stato allievo di Carl Oppenheimer, uno dei più famosi microbiologi marini del mondo, scopritore e primo utilizzatore dell’efficace blend batterico “mangiapetrolio “ e Broglio allievo di Roberto Marchetti il padre scientifico della legge Merli sulla Tutela delle Acque.

Attestati dell’EPA ( Environmental Protection Agency ) e dell’Istituto Donegani, prove effettuate in laboratorio e ” in situ protetto “ davanti alla stampa, certificati di efficienza vari non sono bastati per permettere ai due ricercatori di dimostrare dal vivo l’efficacia del loro metodo. Esistono ancora filmati di RAI 3 e RAI 1 di allora sull’argomento.

La burocrazia italiana iniziando dai Ministeri e finendo con le Associazioni ambientaliste hanno di fatto frapposto mille e un ostacoli ( tutti documentati ) al lancio di questa tecnologia che poteva diventare uno dei vanti della ricerca applicata italiana.

I Ministeri a quel tempo ( Ambiente, Marina Mercantile, Sanità ) volevano l’omologazione ( in Italia c’è sempre qualche cosa da omologare………) e le Associazioni ambientaliste volevano la sicurezza che i batteri non diventassero “ mostri marini” ( intervista a Grazia Francescano dei Verdi ) e “non peggiorassero la situazione”.

 Foto al microscopio LEICA (contrasto di fase interferenziale a 1:200 ingr.). Si evidenzia, sulla superficie delle goccioline oleose, l’aggressione da parte di un consorzio di batteri naturali (EcobioSea): Pseudomonas Oleovorans;P. Hydrophobicus; P. Lipoliticus.

 

Di fatto non si fece nulla tranne lo sversare le solite migliaia di tonnellate di solventi fabbricate dagli stessi inquinatori petroliferi.

La politica gestisce anche le soluzioni dei disastri facendo regolarmente altri disastri ( c’è sempre un disastro ambientale da gestire…………). Oggi è la volta degli USA ( non è la prima volta ; Exxon Valdez -1989 – e Mega Borg -1990-  docent ) dove la partita è gigantesca come gli interessi.

In Italia c’è una soluzione ecologicamente compatibile, non invasiva, efficace e poco costosa per contenere efficacemente la “ marea nera” frutto dell’ingegno italiano a suo tempo integrato dalla ricerca USA. Vogliamo provare a convincere il Presidente Obama e l’esercito USA ( protagonista dell’azione di contenimento ) ad utilizzare questa tecnologia ? Fusse che fusse la volta bona ?

A cura di Ecologia Applicata – Organizzazione Scientifica di Ricerca Ambientale

Famiglie  d’Italia

Paolo Broglio

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6 Risposte to “Golfo del Messico:una catastrofe per risparmiare 500mila dollari ( Econota 18 )”

  1. Il punto della situazione Deepwater Horizon Oil Spill disaster ( Econota straordinaria ) « Famiglie d’Italia Says:

    […] Golfo del Messico:una catastrofe per risparmiare 500mila dollari ( Econota 18 ) […]

  2. deals on alaska cruises Says:

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