A sessant’anni dalla morte di Cesare Pavese… un ” paese ” vuole ancora dire non essere soli?

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 ”  Il 27 agosto 1950, quando il commissario di polizia Guadagno, chiamato dal portiere dell’albergo “Roma” di piazza Carlo Felice a Torino, entrò nella stanza numero 49, al terzo piano, notò un gatto schizzare via. Sul letto, con un braccio piegato sotto la testa e un piede che quasi toccava il pavimento, era disteso un uomo e, sul comodino, c’erano almeno venti bustine aperte di sonnifero, di marca “Sonno” e “Placidoro”, insieme a un libro, “Dialoghi con Leucò”. In una valigetta qualche camicia, due pipe, tabacco, sigarette, matite, un foglio e, sul davanzale della finestra, tracce di una lettera bruciata. ” ( da Il Messaggero .it ) …

… Quell’uomo si chiamava Cesare Pavese  e, come preannunciato nell’epilogo di un suo romanzo breve ” Tra donne sole “, nel quale aveva trasfigurato la sua futura morte in quella di Rosetta, parlando proprio di un gatto quale unico ospite possibile ” in ambiente dove si consuma un rito sacrificale “, quell’uomo aveva posto  fine alla sua tormentata vita andandosene in silenzio e in solitudine lasciando ai posteri solo poche parole, una annotazione sulla prima pagina dei ” Dialoghi con Leucò “, sul comodino della stanza… 

 ” Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.”

 

Tra i tanti modi di omaggiare questo grande scrittore evito di dilungarmi nel tracciare una sua biografia ( è sufficiente cliccare su Cesare Pavese – Wikipedia ), ma preferisco ricordarlo attraverso un passaggio di una sua opera importante ( La luna e i falò )… 

Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo e che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. ” 

Purtroppo, ultimamente, proprio coloro che dovrebbero rassicurarci scacciando i timori dai nostri cuori strapazzati dalle intemperie  quotidiane che si abbattono sulle nostre membra e sulle nostre   tasche , ci fanno sentire  ” soli “, offrendo con le loro sceneggiate e dispute dilanianti l’immagine di un ” paese ” che non c’è più… un ” paese ” che si è perso, senza più storia e tradizioni, nel quale non riesci più a riconoscere ” qualcosa di tuo ” e dove, se per caso ti attardi e resti indietro, non c’è nessuno dei  ” preposti ” che si preoccupi o si fermi ad aspettarti, anzi… procede ben dritto per la sua strada e, se necessario, per i propri interessi è pronto ad affossarti definitivamente… senza pietà e senza rispetto…  

Nell’agosto del 1960 io abitavo a Torino, avevo 13 anni ed un amico più grande che mi parlava sempre di un altro suo amico, famoso poeta, morto dieci anni prima. Si trattava di Cesare Pavese, che io cominciai a conoscere ed apprezzare. In quel periodo cadeva il decimo anniversario della sua morte e gli fu dedicata da Mario Pogliotti, giornalista, autore televisivo e musicista, una magnifica canzone della quale vi stampo il testo e vi aggiungo il video trovato su youtube, per fare in modo che, cliccandoci sopra, possiate ascoltarne la dolce e semplice melodia e scoprirvi, quasi senza accorgervene, a cantarla insieme all’autore.

Mario Pogliotti – Un paese vuol dire non essere soli (click on ) 

 

   

Un paese vuol dire non essere soli, 

avere gli amici, del vino, un caffè. 

Io sono della città; 

riconosco le strade 

dalle buche rimaste, 

dalle case sparite, 

dalle cose sepolte 

che appartengono a me. 

Al di là delle gialle colline c’è il 

mare, 

un mare di stoppie, non cessano mai: 

il mare non voglio più, 

ne ho visto abbastanza; 

preferisco una rampa e 

bere in silenzio, quel 

grande silenzio che è 

la vostra virtù. 

E in silenzio girare per quelle 

colline, 

le rocce scoperte, la sterilità 

(lavoro non serve più, 

non serve schiantarsi) 

e le mani tenerle 

dietro la schiena, 

non fare più nulla 

pensando al futuro. 

La sola freschezza è rimasta il 

respiro, 

la grande fatica è salire quassù. 

Ci venni una volta quassù 

e quassù son rimasto 

a rifarmi le forze, 

a cercarmi i compagni, 

a trovarmi una terra, 

a trovarmi un paese. 

Un paese vuol dire non essere soli. 

 

a cura di

Umberto Napolitano

Famiglie  d’Italia

 

  

 

  

   

 

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2 Risposte to “A sessant’anni dalla morte di Cesare Pavese… un ” paese ” vuole ancora dire non essere soli?”

  1. Un ” paese ” vuol dire non essere soli… « Umberto Napolitano Says:

    […] Un ” paese ” vuol dire non essere soli… A sessant’anni dalla morte di Cesare Pavese… un ” paese ” vuole ancora dire non essere soli… […]

  2. cerchio Says:

    Cesare Pavese un grande uomo ,un grande scrittore……….
    Marialuisa della redazione di http://www.ourplanet.it sito ecologico
    visitateci

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