Sperimentazione di produzione da biomassa nella laguna di Venezia ( Econota 73 )

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La sperimentazione dovrebbe essere partita a marzo 2011 su impianto da 1 megawatt. Ma non se ne sa più nulla. I risultati?

Estrarre energia dalle alghe per illuminare una Venezia ‘green’ giorno e notte. E’ questo il progetto al quale ha lavorato l’Autorità Portuale con la sua società Enave – Energia dalle Alghe a Venezia (Apv Investimenti , società finanziaria detenuta al 100% dall’Autorità Portuale di Venezia ed Enalg azienda proprietaria del brevetto in Italia).
Peccato che la sperimentazione dovrebbe essere partita a marzo … poi … il buio assoluto. Funziona? Non funziona? Il sito tace. Tutto fermo a 5 mesi fa, con l’annuncio dell’inizio della sperimentazione. Altri soldi buttati via? La sperimentazione avrebbe dovuto avere inizio a marzo/aprile grazie ad un impianto industriale a scala ridotta (un modulo di un megawatt) per verificare la risposta delle alghe lagunari.

Lo spin-off dell’Università di Milano ESAE ( http://www.esaesrl.com ), coordinato dal prof. Sparacino ha invece avviato una interessante sperimentazione sulle alghe utilizzando uno speciale bioreattore che dovrebbe essere in grado di produrre molta biomassa a costi bassissimi. In questo caso gli investimenti sono stati prossimi allo zero ( volontariato e studenti in tesi ). Due proposte diverse per tentare una via innovativa. Valutate le differenze metodologiche e decidete a chi affidare le vostre donazioni ( che vorremmo numerose ) tramite la Onlus Famiglie d’Italia.

by Paolo Broglio

La pillola eco-impegnata di Paolo Broglio,  ovvero quelli che fanno “……o almeno ci provano

   

Airdrop farà crescere le patate nel deserto

 

Prende spunto dall’abilità del Coleottero delle nebbie, l’eco-sistema d’irrigazione disegnato per sconfiggere la siccità anche nelle zone più aride del pianeta

 

(Rinnovabili.it) – Rendere la siccità solo un ricordo è possibile? Edward Linacre crede di sì ed intende dare una mano perche questa speranza si possa concretizzare. E ispirandosi ad uno dei migliori sistemi esistenti in natura in fatto di risparmio idrico il giovane designer ha messo a punto un dispositivo capace di trasformare aree colpite dalla siccità in fertili terreni agricoli. Per realizzare Airdrop, questo il nome dell’innovativo sistema d’irrigazione, Linacre ha studiato i Coleotteri delle nebbie, chiamati anche coleotteri del Namib, una specie intelligente che vive in uno dei posti più secchi della Terra. Con un solo centimetro di pioggia all’anno, l’insetto è in grado di sopravvivere consumando la rugiada che si raccoglie la mattina sul proprio dorso. La conformazione dell’esoscheletro di questi tenebrionidi è così efficace nella raccolta dell’umidità che ha già attirato l’attenzione di diversi scienziati e seguaci della biomimetica. La soluzione offerta da Airdrop si presenta però come un economico e verde espediente, così accattivante da aver conquistato il primo premio al James Dyson Award 2011.

Approfondite ricerche hanno rivelato durante prolungati periodi di siccità un aumento dell’evaporazione del suolo e dell’evapotraspirazione (l’acqua che dal terreno passa nell’aria per effetto congiunto della traspirazione, attraverso le piante, e dell’evaporazione diretta dal suolo) a causa delle temperature in aumento. Airdrop è stato concepito appositamente per sfruttare questo fenomeno. Nel dettaglio, una turbina incanala l’aria nel sottosuolo attraverso una rete di tubature per raffreddarla rapidamente e farle così raggiungere il 100% di umidità. L’acqua prodotta viene successivamente immagazzinata in un serbatoio interrato e pompata verso le radici delle colture tramite getti di irrigazione a goccia sotterranei. Per funzionare il dispositivo sfrutta sia l’energia del vento che quella del sole, attraverso un piccolo modulo fotovoltaico.

 

 

 

 

 

 

Il sistema include anche uno schermo LCD che visualizza i livelli del serbatoio d’acqua, della resistenza alla pressione, della durata della batteria solare e del sistema sanitario. Gli studi svolti da Linacre suggeriscono che da ogni metro cubo di aria nelle zone più aride del deserto si possono ricavare 11,5 ml di acqua. Ulteriori iterazioni del suo progetto aumenterà la resa di Airdrop. Il montepremi assegnato dal concorso, 14mila dollari, sarà destinato al collaudo ed al miglioramento del dispositivo.

AMBIENTE Acchiappanebbia e coleotteri hi-tech

La siccità si può battere anche con la fantasia. Se gli affari non lo impediscono. Come in Namibia, dove la scienza ha imparato da un insetto a catturare gocce di rugiada. Ma un’azienda ha brevettato il sistema

 by Sylvie Coyaud

Durante il terzo Forum mondiale dell’acqua che si terrà in tre città del Giappone tra il 16 e il 23 marzo, Robert Schemenauer sarà a Kyoto, allo stand di FogQuest. Bisognerà cercarlo bene, quel piccolo stand, in mezzo ai monumenti high-tech e sfavillanti delle multinazionali: lo si riconoscerà da una strana maquette in mezzo ai depliant e al bollettino dell’organizzazione non governativa canadese. Da lontano, parrà un modellino di pannello solare costruito da un bambino: fra due bastoni verticali, è tesa una rete di plastica azzurra con la parte inferiore tagliata leggermente di sbieco. In fondo alla rete è appesa una grondaia che si richiude all’estremità più bassa per formare un tubo. È un acchiappanebbie. L’idea risale almeno a duemila anni fa. Nelle Storie naturali, Plinio il Vecchio racconta che gli abitanti di un’arida isola delle Canarie salivano all’alba sulle colline vicino al mare per raccogliere la nebbia che sgocciolava dalle fronde alte e maestose dell’Albero sacro dove s’era impigliata durante la notte. Negli anni Settanta, Pilar Cereceda dell’università pontificia di Santiago del Cile e alcuni colleghi pensarono di costruire collettori di nebbia per dare acqua potabile ai villaggi costieri del deserto di Atacama. Le miniere di rame erano state chiuse, i rari pozzi erano inquinati, e sulle strade sfondate le autobotti venivano sempre più di rado a rifornire i pescatori e le loro famiglie. Le nuvole create dalla corrente fredda del Pacifico sfioravano ogni mattina, senza fermarsi, le prime pendici delle Ande, disboscate da tempo. Piantarci degli alberi sarebbe stata una perdita di tempo: su quella costa piove soltanto negli anni del Niño, e perfino i cactus crescono rachitici. Attraverso l’ambasciata del Canada, i cileni entrarono in contatto con il Centro internazionale per lo sviluppo e con Environment Canada, due enti governativi che finanziano progetti di sviluppo sostenibile nel terzo mondo. Mandarono a fare un’indagine sul campo Schemenauer, un fisico specializzato in struttura, dinamica e composizione delle microgocce di nebbia. Insieme a lui, idrogeologi, oceanografi, meteorologi e altri scienziati cileni trovarono un sito adatto alle spalle del villaggio di Chungungo, abbastanza alto perché l’acqua scorresse fino alle case, senza doverla pompare.

Con una serie di esperimenti, calcolarono le dimensioni giuste per le maglie del reticolo, identificarono materiali poco costosi e reperibili sul posto per costruire i pannelli, e infine progettarono una struttura facile da riparare. Nel 1994, a Chungungo c’erano settanta pannelli di 48 metri quadrati l’uno che raccoglievano quotidianamente in un serbatoio centrale 11 mila litri di acqua molto pulita (secondo Pilar Cereceda, tracce di iodio marino le danno un sapore leggero e gradevole, che accompagna ottimamente il pesce): 33 litri a testa per ognuno dei 330 abitanti. Oggi i pannelli sono raddoppiati, gli abitanti anche. Quando non pescano, coltivano verdure per i villaggi vicini e resta loro di che annaffiare gli alberi ripiantati sulle colline. Tutto questo per l’8% della spesa per l’acqua portata dalle autobotti. Col tempo e grazie a nuove ricerche, gli impianti rendono di più. In Oman, un Paese caldo e secco sulla punta della Penisola arabica, nel 1998 il sultano è venuto in persona a inaugurare un collettore dotato di una rete in polipropilene, più regolare e lussuosa, che in due mesi e mezzo ha prodotto in media 3.360 litri al giorno. Schemenauer non lavora soltanto nei Paesi desertici: ha svolto ricerche preliminari in Ecuador, per i collettori poi costruiti a Pululahua, a nord di Quito, dove l’acqua c’è ma è infetta, e per quelli in costruzione a Pachamama Grande, nel sud del Paese, a un’altitudine di 3.700 metri, dove l’acqua non c’è ma la montagna è sempre avvolta nelle nuvole. Ci sono molti acchiappanebbie in funzione in più di quaranta Paesi di tutti i continenti (isole Canarie comprese), ma ce ne sono soltanto quattro, sperimentali e grandi appena un quarto di quelli definitivi, sulla costa assetata della Namibia. Eppure anche qui, una corrente fredda venuta dal polo sud e tallonata dal vento porta la nebbia sulle colline brulle, non tutti i giorni come a Chungungo ma 120 giorni all’anno, in media. Abbastanza da garantire acqua per sé, per le mandrie e per gli orti ai miseri abitanti del villaggio di Soutriver. Ci sono solo quattro pannelli sperimentali, quotidianamente controllati dal personale della Fondazione nazionale per la ricerca sul deserto (insieme agli anemometri che registrano la velocità del vento, ai termometri e agli igrometri) perché mancano gli sponsor. Dicono alla Fondazione che cinquanta pannelli costerebbero 20 mila euro, e per Soutriver sono tanti. Per certi pirati stranieri della biodiversità locale sarebbero un’inezia. Il deserto della Namibia è pieno di vita. Ci sono “piante della resurrezione” che fioriscono all’improvviso se un vento propizio spinge fino a loro la nebbia del mare, studiate in tutto il mondo, per esempio all’università di Firenze. E c’è la Stenocara – un piccolo coleottero nero della famiglia dei tenebrionidi, che il vento se lo va a cercare. Ha elitre butterate che ne proteggono le ali sottostanti con una sorta di corazza chiodata. All’alba esce dal suo anfratto, piega le zampe anteriori, si solleva su quelle posteriori e si ferma in un inchino, la testa puntata verso il mare. Sulle sporgenze delle elitre, la nebbia si condensa in gocce che scivolano giù fino alle mandibole. Sembra banale, ma non lo è. Per riuscire a fissare le prime micro-gocce attorno alle quali le altre si addensano fino a formare gocce vere e proprie, più pesanti dell’aria circostante altrimenti il vento le porterebbe via, le elitre devono essere “idrofile”. E per lasciarle scorrere fino alla bocca della Stenocara, devono essere “idrorepellenti”. Come possono essere insieme impermeabili e non impermeabili? Nel novembre 2001, due ricercatori inglesi – Andrew Parker, del Dipartimento di zoologia dell’università di Oxford, e Chris Lawrence dell’unità di scienze meccaniche della società QinetiQ – hanno chiarito il mistero in un articolo pubblicato dal settimanale scientifico Nature. Con un microscopio elettronico a scansione, hanno ottenuto un’immagine dettagliata delle elitre. Sono coperte da “uno strato super-idrofobico, fatto da emisferi di cera appiattiti” disposti come tegole su un tetto, ma non in cima alle sporgenze. Parker e Lawrence hanno calcolato che il volume delle gocce, una volta agganciate, aumentava più velocemente della loro sezione trasversale. Con la formula per la prima legge di Eulero, hanno poi calcolato che, data la velocità del vento sulle coste della Namibia (media: 5 metri al secondo), data la costante gravitazionale g, la densità dell’acqua e la pendenza di 45 delle elitre, per scendere in bocca alla Stenocara le gocce dovevano avere un diametro di 5 millimetri. Esattamente quello delle gocce filmate sulla Stenocara in natura. Non paghi, hanno verificato il comportamento di acqua nebulizzata su lastre di vetro e lastre di cera tra i 22 e i 66 C. Omettiamo qui altre palpitanti vicende di laboratorio per arrivare al dunque. La QinetiQ è un’azienda privata che fa ricerca per conto della Difesa britannica. Ha ottenuto il brevetto per “la struttura della Stenocara”, da ricreare con polimeri che imitino la superficie delle elitre per “ottenere una varietà di dispositivi da produrre per la raccolta controllata di vapore, ivi compresa acqua potabile, o per l’agricoltura in regioni inospitali”. Visto che la QinetiQ ha brevettato non una propria invenzione ma un piccolo coleottero nero sottratto alla Namibia, non per sfizio si presume ma per soldi, almeno per l’Anno dell’acqua faccia la cosa giusta: regali a Soutriver i suoi dispositivi, da appendere fra due pali con l’orlo di sbieco e la grondaia sotto, nell’acchiappanebbia inventato e non brevettato da Robert Schemenauer, Pilar Cereceda e colleghi.

rubrica a cura di:

Paolo Broglio

Famiglie  d’Italia

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