Carnevale di sangue a Brescia 500 anni fa ( Famiglie d’Italia Storia news )

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Segnalatoci dall’amico Andrea, presidente di Movimento per la Vita Desenzano del Garda, poniamo alla vostra attenzione un post storico molto interessante pubblicato in data odierna da Il Foglio Quotidiano e firmato da Marco Bona Castellotti. Buona lettura e buon weekend da Famiglie d’Italia.

CARNEVALE DI SANGUE

Cinquecento anni fa i francesi strapparono Brescia ai veneziani. E fu un massacro con ottomila morti. Un quadro di Hayez racconta il momento più atroce.

Un ragazzino, ferito alla bocca, da allora in poi faticò a parlare. Si fece chiamare Tartaglia, diventò un grande matematico.

 

di Marco Bona Castellotti

Nel dicembre del 1489 fra Girolamo Savonarola stava compiendo un viaggio pastorale nel nord d’Italia e si fermò anche a Brescia. Nell’omelia che pronunciò davanti a una folta assemblea di devoti non parlò dell’Avvento né dell’imminente Natale, bensì, prendendo spunto dal testo dell’Apocalisse, annunciò future sciagure, infiammando il discorso di tinte corrusche e lugubri accenti che lasciarono dietro di sé una traccia d’inquietudine. Ma poiché il frate non aveva esplicitato quando i catastrofici presagi si sarebbero avverati, il ricordo di quelle parole svanì presto.

Vent’anni dopo, nel maggio del 1509, l’esercito veneziano subì una dura sconfitta ad Agnadello non lontano dal fiume Adda. Brescia, dapprima soggetta a Venezia, passò sotto il dominio francese e come sempre accade a ogni rivolgimento politico qualcuno beneficiò di tale avvicendamento, altri rimasti fedeli al precedente regime persero ogni ruolo nella conduzione della città. La fazione filofrancese invece crebbe conquistandosi il favore di alcune famiglie nobiliari per lo più di tradizione ghibellina. Ma i malumori non si fecero attendere poiché la situazione che si era creata non aveva portato beneficio alcuno, mentre la tracotanza dei francesi s’andava spingendo oltre ogni limite. I bresciani, gente accorta e con i piedi piantati per terra, accusavano francesi e guasconi – chiamati con una voce popolare “vosconi” – di ruberie e prevaricazioni. Nel contempo l’amministrazione municipale era precipitata nelle mani di un branco di “satrapi e affamati lupi” che vessavano chiunque non giurasse fedeltà al nuovo sovrano Luigi XII. Per contro le ricche famiglie aristocratiche prone alla Francia, come i Gambara, i Cigola e qualche ramo dei Martinengo, prosperavano smodatamente suscitando invidie corrosive. Tutto ciò alimentava un’intollerabile tensione e nel luglio del 1511 scoppiò una rissa fra bresciani e guasconi che procurò qualche morto. Però non si poteva ancora parlare di un vero e proprio scontro, benché qualcuno dei dissidenti più autorevoli, come Gian Giacomo Martinengo e Luigi Avogadro, avesse in animo di organizzarsi manu armata, unendo tutte le forze a disposizione, affinché i veneziani tornassero padroni della città. Capo supremo delle forze veneziane in campo era allora Andrea Gritti, che era riuscito a risollevare le sorti della Serenissima indebolita dopo la sconfitta di Agnadello e in seguito avrebbe collezionato successi militari e diplomatici tali da venir eletto doge nel 1523. Nel gennaio del 1512 parve giunto il momento di capovolgere la situazione e di riportare Brescia sotto il dominio di Venezia, confidando nel fatto che l’esercito francese in varie parti d’Italia dava segni di cedimento, mentre quello ispano-pontificio si era spinto sino a Bologna dove aveva posto l’assedio e sembrava in procinto di conquistarla. Intanto al comando delle truppe di Luigi XII era stato nominato Gaston de Foix duca di Nemours, figlio di Maria d’Orléans sorella del re. Il Foix aveva bruciato le tappe di una carriera militare a dir poco fulminea a fianco del maresciallo Gian Giacomo Trivulzio e ancorché giovane spiccava fra tutti per la velocità felina con la quale sapeva muovere le truppe.

A Brescia i congiurati acceleravano i tempi e verso la fine di gennaio s’erano incontrati con Andrea Gritti fuori porta. Questi si era occupato di arruolare quanti più valligiani trovava a che dessero man forte in cambio di denaro. Erano scesi dalla val Trompia e dalla val Sabbia; molti venivano dalla Franciacorta. I francesi erano corsi ai ripari e si erano insediati nel castello sul colle Cidneo, in una posizione eminente dalla quale potevano controllare i movimenti in città. Oltre a ciò vi fu un caso di delazione perpetrato dalla moglie di un tale che faceva parte dei dissidenti e che era stato così incauto da confessarle particolari segreti della sortita che si stava preparando. La donna non ebbe scrupoli a spifferare tutto al suo amante, un capitano francese in stanza al castello, così che la concomitanza di fattori avversi fece sventare la congiura con il risultato che alcuni finirono in carcere, altri sulla forca.

E’ a questo punto della storia che si colloca la vicenda di Ventura Fenaroli, giovane di famiglia aristocratica passato dai francesi ai veneziani. Braccato aveva trovato rifugio nei sotterranei della chiesa del Carmine, ma fu stanato dai latrati del suo cane e preso. Per sfuggire all’interrogatorio aveva tentato di pugnalarsi al petto ma non riuscì a farla finita. Gettato in carcere, per non rivelare nomi e cognomi si strappò le bende e, dilaniate le ferite, morì dissanguato. Ma poiché nessuno quanto lui poteva essere di monito alla cittadinanza, il cadavere fu appeso dai francesi in piazza della Loggia. A simile vista i bresciani non esultarono della morte di un traditore, anzi piansero la morte di un eroe da seguire come esempio. Pochi episodi avrebbero potuto quanto questo offrire materia di melodrammatiche evocazioni. Lo raffigurò in un bel quadro, eseguito su commissione di un erede del nobile bresciano, Francesco Hayez nel 1834, fissando sulla tela il tragico momento dell’arresto, fra graziose signore che levano preghiere e sguardi imploranti al cielo e feroci soldati inguainati entro armature luccicanti, un cane in primo piano che abbaia e una folla di curiosi che pare un coro verdiano prossimo a cantare.

Arriviamo ai primi giorni di febbraio. Il nuovo tentativo di prendere Brescia riuscì, ma fu una vittoria effimera. A capeggiare la rivolta fu Luigi Avogadro e grazie a lui tutto venne concertato meglio. Al ritorno dei veneziani i congiurati levarono grida di giubilo. Frattanto i francesi s’erano ritirati nel castello, guarnito sufficientemente da parare l’urto di un eventuale assalto. Avevano condotto con sé i ricchi signori più vicini al re Luigi XII, vedi i Gambara con la celebre poetessa Veronica che proprio in quei giorni si era trasferita a Brescia per fare visita alla madre. Andrea Gritti aveva commesso l’imperdonabile errore di licenziare i valligiani rispedendoli a casa loro perché erano talmente ingordi e senza fondo da mettere a dura prova le provviste di tutta la città. Tale assenza aveva indebolito i congiurati. Intanto il Foix era impegnato altrove e nei giorni dei tumulti di Brescia stava marciando su Bologna per liberarla dall’assedio che le aveva mosso Raimondo de Cardona, luogotenente dell’esercito ispano-pontificio. Il Foix vi entrò trionfalmente il 5 febbraio e il Cardona mollò la presa. Informato che Brescia era caduta in mano ai veneziani a esclusione del presidio del castello, Gaston de Foix abbandonò Bologna e puntò sulla città lombarda dove giunse il 16 febbraio sgominando tutti quelli che avevano tentato di ostacolarlo. Dapprima si accampò fuori le mura, poi fra il 18 e il 19, giorni di carnevale, sotto una pioggia battente l’esercito entrò a Brescia, il cui possesso avrebbe deciso le sorti della Lombardia. Inerpicandosi per la strada del Soccorso le truppe francesi sgominarono un gruppo di ottocento valligiani nuovamente arruolati dai congiurati e dal Gritti. Pochi resistettero ai francesi; i più fuggirono su per i ronchi e furono accusati di essere codardi buoni soltanto “a magnar lasagni”. L’indomani fu offerta ai congiurati e ai veneziani la resa che però venne rifiutata. I francesi, mescolati ai lanzichenecchi e ai guasconi, ottennero dal Foix licenza di strage e di saccheggio, unica condizione che consentiva di tenere unito ed euforico quel branco di bestie. La mattina del 19, dopo essersi ritemprati, erano calati a piedi scalzi sull’acciottolato bagnato guidati da Foix e dal cavalier Baiardo ed erano sciamati come diavoli in città attraverso le porte.

Andrea Gritti ebbe giusto il tempo di schierare la cavalleria in piazza del Duomo, ma le guarnigioni in suo possesso erano già decimate. Fu fatto prigioniero e trattato con riguardo. Luigi Avogadro venne rinchiuso in carcere con i due figli, processato, decapitato e fatto a pezzi e i pezzi appesi alle porte della città. Francesco Guicciardini

lo avrebbe annoverato fra i dieci uomini più valorosi d’Italia. I fratelli Lorenzo e Luigi Porcellaga di nobile famiglia s’erano battuti come leoni. Lorenzo presidiava piazza della Loggia. Cadde tanto valorosamente che lo stesso Foix ne tenne conto. Valerio Paitone, signorotto della valle di Garza di fede guelfa e gran bestemmiatore, con la vocazione alle congiure avendo militato anche in quella fallita, balzava da un tetto all’altro “con salti da leopardo”, agile per la minuscola corporatura.

Riuscì a raggiungere il monastero di Santa Chiara dove fu fatto prigioniero da un francese che gli concesse la libertà dietro esborso di soldi. Dopo il sacco il Paitone seguitò il mestiere delle armi fino a che non venne assassinato. Da parte francese più di ogni altro si distinse il Baiardo, cavaliere senza macchia e senza paura, che capeggiava i guasconi. Ferito a una coscia da una lancia, fu portato in salvo da due nobildonne di casa Cigola che lo ricoverarono nel loro bel palazzo tuttora esistente. Un pittore locale dell’Ottocento, Luigi Basiletti, immortalò la scena del salvataggio in un quadro avvolto nello stesso alone romantico che aleggiava intorno al “più mirabile cavaliere che mai fu al mondo”. Anche Jacques deLa Palisse, alto ufficiale, era a Brescia durante il carnevale di sangue, ma non prese parte alla battaglia perché leggermente ferito da una palla sparata dalla città verso il castello dove risiedeva. Ciò non di meno,La Palissenon rinunciò al sacco ed entrato con furia nella casa di tale Marco Negro non si trattenne dal portare via “tutto quello che li era rimasto, farina, vin, ojo, fin le banche, taole e trespedi e cavedoni”.La Palisseperirà pochi anni più tardi nella battaglia di Pavia e in suo onore i commilitoni composero un canto dal quale deriva la parola lapalissiano: “Monsieur d’la Palisseest mort / mort devant Pavie / Un quart d’heure avant sa mort / il était encore en vie”. I pochi artisti presenti a Brescia avevano pensato bene di fare i bagagli. Il Romanino era riparato a Padova, il Civerchio a Nave. Era rimasto soltanto il pittore Ferramola che i francesi non molestarono, anzi lasciarono che proseguisse imperterrito l’affresco che aveva iniziato, come ricorda uno sciocco quadro del pittore bresciano Modesto Faustini. E’ impensabile che nel generale scompiglio si producessero opere d’arte, che del resto erano state abbastanza rare già negli anni che precedettero quei sanguinosi eventi. Ma nella Pieve di Nave si conserva tuttora un bell’affresco ad alta tensione drammatica datato 1512 che rappresenta – non a caso –la VergineMariacon in grembo il corpo di Cristo morto, sorta di tragico memento dipinto su muro, sopravvissuto perché defilato rispetto ai luoghi dei massacri.

Il 19 febbraio del 1512, Giovedì grasso, nelle vie di Brescia non s’erano vedute le tradizionali “chiassose sfilate di maschere de nasoni, né i lieti conviti a base di torte e di frittelle e scorze di mellone seccate”, ma cataste di cadaveri. Il bilancio della strage e del sacco fu di circa ottomila morti. Giacevano ammucchiati “per le strade per i chiassuoli per i sobborghi” in numero tale che “cavalcando non si poteva passare senza calpestarli. Per tutta la terra il giorno e la notte non si sentivano se non strida miserabilissime degli infelici ch’erano tormentati o delle donne che facean resistenza contra coloro che volevano violarle, et molte se ne videro gettar da se stesse per le finestre, per più tosto così morire che saziar del corpo loro la sfrenata libidine di coloro che avevano ucciso i padri i mariti i figliuoli e fratelli loro, et che tuttavia rapivano le sostanze et bruciavano et rovinavano le lor case”. Anche per strada “non si vedeva se non misere donne e fanciulli andar cercando i corpi morti dei padri o fratelli o mariti o figliuoli; altre per tutto, havendogli trovati, stare a piangere e a lacerarsi sopra i loro corpi, et molte non partirsene mai ne dì ne notte. Et così fu da’ francesi riacquistata Brescia diciassette giorni da poi che era stata presa da’ veneziani, con morte di più d’otto mila persone e con tanto strazio e tanta crudeltà con ogni sorte d’huomini et di donne gioveni et vecchie, che l’anima mi fugge pensandovi, non vi essendo sicuri monasteri né alcun luogo sacro. Et il sacco fu tanto grande che si vedeano gli scherani dividere i denari et le gioie con gli elmetti e con le celate”.

Un ragazzino dodicenne di nome Niccolò – il cognome neppure lui lo sapeva perché suo padre era morto quando aveva sei anni – trovò rifugio insieme alla madre e alla sorella più piccola in Duomo “credendovi in tal luoco esser salvi almen nella persona. In tal chiesa alla presenzia di mia madre mi fur date cinque ferite mortale, cioè tre sulla testa e due sulla fazza, fra le quale una me ne haveva attraverso la bocca et denti, per la qual ferita io no poteva parlare. Stetti un tempo in cui io non potea proferire parole, ma sempre balbuttava nel parlare, per il che li putti della mia età me imposero per sopra nome Tartaglia; et perché tal cognome me durò molto tempo, per bona memoria di tal mia disgrazia m’è apparso di volermi chiamare per Niccolò Tartaglia”. Questo toccante racconto autobiografico, narrato da colui che negli anni successivi sarebbe divenuto uno dei più grandi matematici dell’Europa del Cinquecento, è un caposaldo della vastissima letteratura sul sacco di Brescia che conta innumerevoli memoriali, diari, lettere, a stampa o manoscritti, alcuni in lingua tedesca altri in francese e in latino. I fatti accaduti nel carnevale di sangue del 1512 furono di capitale importanza storica perché da essi dipesero non solo gli equilibri della Lombardia e del Veneto, ma dell’Europa intera. Tuttavia del sacco di Brescia, uno delle pagine più luttuose e tragiche dell’Italia rinascimentale, in anticipo di quindici anni sul sacco di Roma ma di quello forse ancora più cruento, nonostante gli studi fondamentali di Carlo Pasero, di Vasco Frati e di altri storici si è quasi perduta la memoria, e se non fosse per l’attenzione e la cura di un gruppetto di studiosi di varia età e notorietà, impegnati a riaprire – a cinque secoli esatti – il tragico capitolo con un convegno organizzato il 18 febbraio nel Liceo classico Arnaldo da Brescia, probabilmente questo triste quinto centenario sarebbe passato inosservato fra stelle filanti e coriandoli.

ANNO XVII NUMERO 48 – PAG XII IL FOGLIO QUOTIDIANO SABATO 25 FEBBRAIO 2012

introduzione a cura di

Umberto Napolitano

Famiglie  d’Italia

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