Ecocompatibilità: minimo impatto ambientale in relazione alle attività umane ( Econota 80 – Special )

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 Plastica… come preparare quella di domani

Ad oggi, nessuna plastica potrebbe fregiarsi della caratteristica «biodegradabile e compostabile» ma solo «biodegradabile» ad esclusione di film di spessore inferiore a pochi micron (utilizzati in agricoltura) i quali sono gli unici a passare tutte le prove previste

Paolo Broglio, Direttore Scientifico di Ecologia Applicata, Organizzazione Scientifica di Ricerca Ambientale. Coordinatore dello spin-off Esae dell’Università di Milano

La plastica è uno «storico» materiale italiano che ha riempito il mondo. La sua utilità è fuor di dubbio ma l’impiego fatto, senza considerare i limiti dell’ambiente e soprattutto la sua scarsa deteriorabilità nel tempo, ne ha fatto una sorta di flagello. Paolo Broglio, in quest’articolo spiega i vari aspetti della plastica, molto poco conosciuti, e soprattutto lo stato dell’arte di questo materiale che ben può ascriversi in questo numero di «Villaggio Globale» dedicato alla contrapposizione Vecchio/Nuovo.

La plastica è stato ed è un materiale «rivoluzionario» ovvero ha cambiato irreversibilmente ed in meglio il destino degli uomini sulla Terra. Leggero, resistente, flessibile, adattabile ha risolto molti problemi tecnici altrimenti insolubili ed ha permeato la nostra vita fino alla quotidianità più spicciola. In altri termini non ne possiamo fare a meno, piaccia o no.

L’uso massiccio, a volte eccessivo, di questo polimero ha provocato però alcuni inconvenienti che stanno mostrando tutta la loro gravità a mano a mano che passa il tempo. La sua principale caratteristica (difficilmente degradabile naturalmente) è diventata anche la sua condanna: in ogni luogo, dall’Artico all’Antartico, troviamo plastica. Plastica abbandonata, plastica vagante, plastica indistruttibile che in più di 50 anni si è accumulata in modo diversissimo in tutti i continenti e negli oceani.

L’accresciuta sensibilità ecologica ha preso coscienza del problema ed ora si sta dibattendo «cosa fare per risolvere questo micidiale impatto ambientale che ingombra l’intero Globo» anche se, a ben vedere, il problema è «culturale» ossia di educazione all’uso dei rifiuti e non si risolve con la proibizione dell’uso dei manufatti che possono diventare rifiuti (allo stesso modo, se l’approccio proibizionistico fosse corretto, poiché le discariche abusive sono piene di elettrodomestici, pneumatici e materassi occorrerebbe inibirne la produzione e l’uso per risolvere il problema…).

 

1) Degradabile… una vecchia idea

Paolo Broglio, Direttore Scientifico di Ecologia Applicata, Organizzazione Scientifica di Ricerca Ambientale. Coordinatore dello spin-off Esae dell’Università di Milano

Già dai primi anni 40 si era pensato di rendere la plastica in qualche modo «degradabile» ovvero «spezzettabile in piccoli elementi fino a scomparire». La componente psicologica legata alla «sparizione della plastica in pezzettini microscopici» ha subito, in 50 anni, un’evoluzione: da concetto «positivo» (non vedo più la plastica) a negativo (la plastica spezzettata non riesco più a raccoglierla).

Su questo concetto la comunità scientifica è abbastanza divisa ma per comprendere meglio la discussione in atto è utile elencare alcuni numeri:

– plastica prodotta nel mondo ogni anno: circa 230 milioni di tonnellate

– plastica prodotta in Italia ogni anno: circa 2 milioni di tonnellate

– plastica derivante da risorse rinnovabili prodotta nel mondo: circa 1,5 milioni di tonnellate

– plastica derivante da risorse rinnovabili prodotta in Italia: circa 70.000 tonnellate.

La plastica derivante da risorse rinnovabili attualmente rappresenta quindi lo 0,5 % del totale mentre il resto rimane di diretta derivazione olefinica.

Qualcuno vorrebbe riutilizzare le penne dei polli, mandati in discarica dai vari allevamenti, per ottenere una plastica. Il professore Yiqi Yang dell’Università del Nebraska sta infatti studiando il modo migliore per aggregare le molecole di cheratina che compongono le penne dei volatili in modo da realizzare delle termoplastiche come sono il polietilene o il polistirolo. Con la differenza che sarebbero biodegradabili in tempi stretti.

La lista dei materiali inconsueti che in tempi futuri costituiranno la struttura della nuova plastica si allunga sempre più. La Nec sta lavorando sugli anacardi. Altri su barbabietole e alghe. L’obiettivo di tutti è produrre una plastica durevole e resistente, realizzata in gran parte con materiale vegetale ma non usato nel consumo alimentare. L’azienda giapponese ha studiato 100 diverse strutture molecolari e alla fine ha trovato la soluzione negli scarti di uno snack popolare nel paese.

Nel 2013 partirà la produzione di massa di questa plastica verde ma la questione è sintetizzata nella seguente domanda: quanto «territorio occorrerebbe» per produrre 230 milioni di tonnellate di plastica? Gli esperti in agraria hanno già risposto: 100 Terre interamente coltivate!

Per le associazioni di produttori, come la Bioplastic Council, la bioplastica significa una plastica che sia derivata da materiali biologici non fossili oppure che sia biodegradabile o in alcuni casi entrambe le cose. Anche perché una plastica non è «verde» solo perché viene fatta da risorse rinnovabili. Amy Landis lo ha scritto in uno studio pubblicato su «Enviromental Science & Technology», «Il fatto che dei prodotti derivano da piante non vuol dire che siano verdi».

Il polietilene che viene dal Brasile, prodotto da bioetanolo, è certificato come verde e di origine naturale, ma non biodegrada naturalmente ed inquina l’ambiente. I biopolimeri costituiscono meno dell’1% dei 230 milioni di tonnellate di plastica prodotti e consumati globalmente in un anno.

È, tuttavia, un mercato in espansione. L’interesse arriva anche dalle multinazionali alimentari, come la Nestlé che sta verificando l’uso di plastica derivata da alghe, o la Danone, che sul mercato tedesco ha lanciato un vasetto di yogurt fatto con acido polilattico (PLa) derivato dal mais.

L’Italia ha abolito la produzione di sacchetti di plastica «non biodegradabili» dal 1° gennaio 2011, quindi molte aziende si sono mosse nel nostro paese, indipendentemente dal fatto che tale norma è oggetto di una procedura di infrazione da parte della Commissione CE, com’è noto.

La Cereplast, una start-up californiana, che prima è sbarcata a Bonen, in Germania, poi dopo essersi aggiudicata un bando di Sviluppoumbria, l’ente che promuove lo sviluppo della regione Umbria, ha annunciato di voler aprire un impianto di produzione nei pressi di Assisi, con un investimento di 10-12 milioni di euro in tre anni. A regime vorrebbe produrre 100mila tonnellate di resina bioplastica derivata da mais, frumento, zucchero, patate. Anche se sarà un ibrido tra poliolefine, materie derivanti dal petrolio, e materiali rinnovabili.

La Bio-On di Minerbio, in provincia di Bologna, produce poliestere dalla fermentazione batterica dello zucchero. In azienda si usano scarti di barbabietola e canna da zucchero, non usano solventi chimici per estrarre il polimero che alla fine è biodegradabile in acqua. Poche le aziende che hanno ottenuto simili risultati: una di queste è l’americana Metabolix.

Un altra azienda italiana è la Novamont, pioniera degli anni Novanta, che realizzò un biopolimero realizzato con amido di mais, il Mater-Bi. Ora l’azienda lavora con la seconda generazione del prodotto. La Novamont ha appena costituito una joint venture con l’Eni per realizzare un polo verde del valore di 500 milioni di euro nel sito petrolchimico di Porto Torres, in Sardegna.

Il Progetto Pro-Plasmix, promosso dall’azienda Pont-Tech di Pontedera, provincia di Pisa, insieme alla Regione Toscana, punta a riciclare plastiche povere, derivate dal consumo, come flaconi di detersivo e sacchetti, per realizzare manufatti industriali. In questo modo si riducono i rifiuti in discarica e si realizzano prodotti con costi inferiori rispetto all’utilizzo del materiale vergine. La Piaggio la usa per fare bauletti e pedane degli scooter.

È palese che il vero problema della plastica è rappresentato dai 230 milioni di prodotti immessi nell’ambiente (habitat urbano e non) a livello mondiale ed è in tale direzione che occorre volgere la nostra attenzione pur non trascurando la ricerca verso plastiche derivanti da coltivazioni arboree marginali non alimentari come la canna comune (Arundo donax) o scarti di lavorazioni altrimenti inutilizzabili.

2) Il ruolo degli additivi

Paolo Broglio, Direttore Scientifico di Ecologia Applicata, Organizzazione Scientifica di Ricerca Ambientale. Coordinatore dello spin-off Esae dell’Università di Milano

Sebbene «vecchi di concezione» e messi a punto nell’ottica di intervenire sulle resine poliolefiniche per rendere incisivo l’intervento ecologico a livello mondiale, sono apparsi gli additivi ovvero prodotti che miscelati ai diversi polimeri di derivazione petrolifera rendono le plastiche degradabili e biodegradabili. Alcuni ricercatori1,2 sostengono che questi prodotti permetterebbero un reintegro delle molecole di carbonio presenti nelle plastiche tradizionali nei cicli biogeochimici in tempi più o meno medio-lunghi anche se si sono raggiunti lusinghieri risultati anche in tempi brevi (uno/tre anni).

Gli additivi non sono stati mai considerati, fino ad ora, una risorsa per il miglioramento della qualità dell’ambiente ma vissuti come «escamotage o truffa» per far passare come ecologiche plastiche che (secondo il giudizio di politici, giornalisti e di alcuni tecnici non sufficientemente preparati o difensori ad oltranza di interessi di parte) di fatto non lo sono3.

In quest’ottica in Europa e in Italia in particolare sono state prese posizioni incredibilmente ascientifiche e volutamente si è fatta confusione al fine di non far percepire la realtà del problema: il 99% delle plastiche sono di derivazione petrolifera la cui sostituzione con risorse rinnovabili è ecologicamente impossibile oltre ad essere eticamente discutibile.

A questo riguardo, due dati su tutti.

  1. Il dott. Marco Pagani ha dimostrato che vi è un’assoluta equivalenza tra due «biobottiglie» (ossia, prodotte dal mais) e un pasto per un africano); due «biobottiglie» equivalgono a cinque sacchetti da asporto per la spesa (per intenderci, quelli oggetto della normativa italiana di cui si è detto prima).
  2. La Banca Mondiale ha rilevato un aumento consistente dei prezzi dei prodotti alimentari, in particolare del mais; stime affermano che il costo del cibo raddoppierà entro il 2030; notizie più precise sull’argomento sono presenti in Rete.

Una volta fatta chiarezza su questo punto occorre decidere cosa si vuole fare e cosa si può fare.

Le plastiche (praticamente tutti i polimeri) sono riciclabili ovvero è possibile «rigranularli» e miscelarli al polimero vergine sine die. Il problema è rappresentato dalla necessità di separarla per tipologia (polietilene con polietilene, polipropilene con polipropilene, etc.). Una raccolta ultra differenziata risolverebbe il problema in tutto il mondo. Semplice? Apparentemente, poiché in pratica tutto ciò non avviene. Tradizioni culturali sbagliate, pigrizia, scarsa percezione «degli altri», disorganizzazione, scarsità di mezzi di raccolta e separazione e povertà di risorse economiche rendono difficile questa semplice tecnica. In Italia il consorzio del riciclo obbligatorio della plastica (Replast), che vive del «contributo obbligatorio» insito in tutti i manufatti/imballaggi di plastica, opera in regime di monopolio affidando la lavorazione (separazione per tipologia) di questo materiale (scartato come spazzatura) a centri di raccolta territoriali per poi venderlo sul mercato al miglior offerente tramite aste pubbliche. La plastica quindi anche in Italia viene riciclata sia con la valorizzazione come combustibile sia attraverso il recupero per tipologia.

La Cina sta, forse, risolvendo il problema a modo suo: prende tutte le plastiche «spazzatura» mondiali, le importa, le tratta (malamente) e le riutilizza per realizzare prodotti a basso prezzo di pessima qualità (vedi Report del 20 novembre 2011); l’aspirapolvere Cina riesce addirittura a far mancare materia prima alle poche aziende italiane che riciclano la plastica.

La plastica è anche un combustibile concentrato e potrebbe essere usato per alimentare caldaie o forni. Anche in questo caso esistono delle difficoltà (superabilissime) per trasformare i polimeri in RDF (Refuse Derived Fuel). L’elevato Potere calorifico Superiore deve essere in qualche modo inibito con l’aggiunta di altri prodotti (possibilmente rifiuti anch’essi) per avere un combustibile quasi tradizionale. La presenza di Pvc (Poli Vinil Cloruro) nei rifiuti di plastica renderebbe problematica la sua combustione in quanto precursore della Diossina di triste memoria.

Ovviamente sarebbe sufficiente raccogliere, a parte, la plastica Pvc e trattarla diversamente ma anche in questo caso si pone il problema evidenziato prima: non siamo sufficientemente impegnabili nell’applicare le buone pratiche in modo generalizzato e ripetitivo.

Del resto, affrontare il problema della plastica con il solo riferimento al compostaggio è un modo fuorviante e parziale di approcciare il problema: basta ricordare che la normativa CE vigente (Direttiva 94/62) prevede, per la plastica, sia il riutilizzo, sia il riciclo, sia la produzione di energia, sia il compostaggio; scegliere di affrontare solo una delle quattro alternative fa bene alle multinazionali, ma male alla verità e all’umanità.

Bibliografia

1 Biodegradation of thermally-oxidized, fragmented low-density polyethylenes. Emo Chiellini, Andrea Cortia, and Graham Swift. Polymer Degradation and Stability 2003; 81; 341-351

2 «Oxo-biodegradable carbon backbone polymers – Oxidative degradation of polyethylene under accelerated test conditions». Polymer Degradation and Stability, Elsevier. March 27, 2006 .Chiellini, E, Corti, A,Antone,S.D. And Baciu, R.

3 Affermazione della dott.ssa Saddocco, Stazione Sperimemntale Cellulosa e Carta-Milano, durante il Convegno Biopolpak a Parma (15-16 aprile 2010).

 

3) La trasformazione in ammendante

Paolo Broglio, Direttore Scientifico di Ecologia Applicata, Organizzazione Scientifica di Ricerca Ambientale. Coordinatore dello spin-off Esae dell’Università di Milano

Aspettando che la Cina si adegui alla «correttezza ecologica ed economica mondiale» la ricerca scientifica prova altre strade: per esempio la trasformazione della plastica in ammendante con produzione di CO2 e acqua a mezzo compostaggio o a mezzo «terreno naturale».

Fermi nel principio che la plastica dovrebbe essere (oltre che riciclabile) «biodegradabile» (ovvero trasformabile in anidride carbonica e acqua a mezzo di reazioni biochimiche effettuate da microrganismi aerobi o anaerobi in condizioni idonee4 in tempi inferiori a cinque anni5) la ricerca ha messo a fuoco due strade diverse: biodegradazione in due passaggi (prima degradazione e poi biodegradazione), biodegradazione diretta (un passaggio solo). La differenza è notevole.

Nel primo caso (oxo-degradabili) si arriva all’attacco da parte dei microrganismi (che avviene in genere quando la molecola presenta un peso molecolare inferiore ai 5.000 Dalton)6 dopo aver sminuzzato, degradato la molecola per via chimica ossidativa introducendo nel polimero altre molecole in grado di reagire a forti stimoli fisici ( es. calore, UV, forte ossidazione) che innescano reazioni demolitorie fino a ridurre le molecole di carbonio a «misura di attacco batterico o fungino».

Nel secondo caso (prodegradanti) vengono introdotte nel polimero molecole principalmente organiche in grado di agire contemporaneamente in tutta la molecola quando a contatto con i cataboliti batterici realizzando una «rottura multipla» rendendo disponibile il carbonio di origine olefinico «da subito» senza la necessità di passare da una prima fase di craking.

Nell’uso pratico questa differenza risulta fondamentale; i prodotti realizzati con gli oxo-degradanti devono essere protetti dagli agenti innescanti pena l’avvio della disgregazione molecolare mentre i prodegradanti non soffrono di questa limitazione particolarmente importante in fase di magazzinaggio.

Anche la legislatura ritiene i due approcci diversi. Nel caso degli oxo, secondo l’orientamento legislativo attualmente in vigore nella CE e un po’ in tutti i paesi industrializzati, non si tratta di biodegradabilità ma di disgregazione e quindi classificare come biodegradabili i prodotti realizzati con gli oxo è contro la legge. Evidentemente il legislatore ha ritenuto che il primo passaggio (rottura molecolare per via chimico-fisica) non sia assimilabile ad una reazione naturale di tipo biochimico e quindi sia più corretto parlare di degradazione e non di biodegradazione.

Le Associazioni Ambientaliste e alcuni Istituti di ricerca insistono anche sul fatto che gli oxo rendono la plastica non più separabile dal terreno e quindi pericolosa per l’habitat. Alcuni ricercatori anche italiani sostengono invece che una volta che la molecola viene ridotta l’attacco batterico porta ad una assimilazione del carbonio poliolefinico rendendolo di fatto disponibile alla crescita vegetale (ammendante)7.

La letteratura disponibile evidenzia disgregazione o disgregazione/biodegradazione in diversi modi.

Le norme tecniche ISO (internazionali), CEN (europee) o UNI (nazionali) hanno codificato alcuni protocolli per definire sia la biodegradabilità che la compostabilità che la disgregabilità dei materiali plastici a cui la maggioranza dei ricercatori si attiene sebbene sia corretto precisare che possono esistere altri sistemi in fase di prova (tentativi) non ancora codificati e/o riconosciuti. Il test in piastra Petri (crescita batterica su campione di plastica in terreno arricchito o meno di nutrienti/stimolanti), ad esempio, è uno di questi sistemi e spesso si osservano lavori scientifici riportanti dati interessanti ma non riconducibili ad una norma largamente accettata.

Naturalmente, queste norme tecniche nulla hanno a che vedere con le norme giuridiche, ossia con le leggi; anzi per correttezza va precisato che gli stessi enti di normazione precisano universalmente e chiaramente che gli standard sono pensati ed elaborati per un uso volontario e non per formare regole obbligatorie).

Bibliografia ( continua )

4 Affermazione generale accettata

5 Precisazione di Paolo Broglio

6 An overview of degradable and biodegradable polyolefins. Anne Ammala, Stuart Bateman, Katherine Dean, Eustathios Petinakis, Parveen Sangwan, Susan Wong, Qiang Yuan, Long Yu, Colin Patrick, K.H. Leong. Progress in Polymer Science 36 ( 2011) 1015-1049.

7 E. Chiellini, «Environmentally Degradable Plastics. An Overview» in the Proceedings of the ICS-UNIDO on Environmentally Degradable Polymers – Plastic Materials and the Environment,Doha (Qatar), March 21-25, 2000.

4 ) Superficialità dilagante

Paolo Broglio, Direttore Scientifico di Ecologia Applicata, Organizzazione Scientifica di Ricerca Ambientale. Coordinatore dello spin-off Esae dell’Università di Milano

Da quanto emerso fino ad ora appare evidente il pressappochismo dilagante in Italia sia nella stampa specializzata, nel Ministero preposto e, duole sottolinearlo, da parte di alcuni ricercatori accreditati. Attualmente l’Italia, balzata agli onori della cronaca per la messa al bando dei sacchetti di plastica (shopper) costituiti con polimeri olefinici non biodegradabili largamente utilizzati in pratica come contenitori per la spazzatura, vive un momento interlocutorio senza precise direttive.

Il reale impatto positivo si ha, come sottolineato precedentemente, intervenendo sulle plastiche tradizionali (99,5 % della produzione) ma questo non sembra interessare molto la politica preferendo interventi di ultra nicchia enfatizzati (shopper).

Anche le notizie apparse sui media sulle plastiche derivanti da «risorse rinnovabili» mostrano, in genere, la totale non preparazione scientifica dei mezzi di comunicazione veicolando notizie assolutamente fuorvianti per il comune cittadino (es. il compiacimento con cui si insiste a sottolineare come sia fantastico che la plastica sia ottenuta da mais, non rendendosi forse conto che tutto ciò provoca impoverimento a livello mondiale!). In aggiunta a tutto ciò abbiamo pesanti interferenze politico-industriali per tentare di egemonizzare tutto il mercato della plastica nazionale tentando di trasformarla (con la bacchetta magica!) tutta in biodegradabile.

Ho più volte e in altre occasioni ufficiali e pubbliche8,9 espresso il mio parere in proposito e vorrei quindi ribadire che le plastiche ad alta velocità di biodegradazione (PLA, MaterBi, Ecoflex) a base principalmente di mais modificato sono una risorsa importante, in particolar modo se vi siano aziende italiane impegnate ma che tali materiali, la cui produzione in termini di quantità è irrisoria, vanno utilizzati per scopi mirati ed importanti ad alto valore aggiunto (es. industria farmaceutica).

In questo modo si valorizzerebbero le proprietà chimico-fisico-biologiche di questi polimeri.

Quello che personalmente non riesco a capire è l’accanimento di questi produttori verso altre forme di ecosostenibilità del materiale plastico che, molto probabilmente, inciderebbero di più nel mantenere un equilibrio decente del sistema Terra.

Il conflitto tecnico-scientifico in Italia arriva anche dal punto di vista giuridico; assistiamo ad una vera drammatizzazione teatrale. Il legislatore a questo proposito, non avendo interpellato evidentemente i tecnici di settore, ha deciso che, relativamente ai soli shopper, tali manufatti dovessero essere obbligatoriamente biodegradabili non accorgendosi che la definizione si prestava a varie interpretazioni e giudizi di merito.

Il decreto ha quindi fissato la biodegradabilità (vedi definizione già esplicitata prima) come vincolo primario fissandone la riconoscibilità attraverso la rispondenza «ai criteri fissati dalla normativa comunitaria e dalle norme tecniche approvate a livello comunitario», afferma il famoso comma 1130 della L. 296/2006.

In realtà il nostro Ministero non ha inteso affatto attenersi al dato letterale e quindi adeguarsi alla «normativa comunitaria», costituita dalle Direttive 94/62 sugli imballaggi e 98/48 sulla formazione tecnica; intendeva adottare la definizione «biodegradabile e compostabile» per favorire lo smaltimento degli shopper usati come «raccatta immondizia» negli impianti di compostaggio industriali (al fine di contribuire alla diminuzione di questo problema per una percentuale inferiore all’1% nazionale!). In pratica, giuridicamente parlando, un buco nell’acqua!

Il tentativo ministeriale di inserire il concetto di compostabilità in aggiunta alla biodegradabilità (nella realtà obbligare i produttori di shopper ad utilizzare plastiche in grado di essere conformi alla norma UNI EN 13432 che prevederebbe il raggiungimento, attraverso il test, di una biodegradabilità maggiore del 90 % in 180 giorni, sostanziale assenza di metalli pesanti e fitotossicità nel compost risultante alla fine del test, disgregabilità del 90 % in 12 settimane) agli shopper e possibilmente estenderlo ad altri prodotti è andato a vuoto a causa della caduta del Governo Berlusconi ma rimane, latente, come obbligo «morale» continuamente sottolineato dalle Associazioni ambientaliste.

Si è utilizzato il modo condizionale non a caso. Infatti, va detto che di tale norma da un punto di vista giuridico esistono due versioni: la versione del 2000 del CEN recepita dall’EN nel 2002, unica pubblicata nella GUCE, e la versione 2005 del CEN, mai pubblicata nella GUCE e quindi inutilizzabile ai fini della verifica della «presunzione di conformità» rispetto alla 94/62, essendo chiaro e precisato più volte dalla Commissione CE che la «presunzione di conformità» è cosa ben diversa da obbligo di adeguamento a detto standard. In astratto, quindi, la verifica della presunzione di conformità andrebbe operata con riferimento ai criteri fissati nella versione del 2000 e non a quelli, che pure ho riportato sopra, presenti nella versione del 2005, ma questo solo per chiarezza.

Il concetto (apprezzabile, teoricamente e astrattamente, per quanto riguarda i soli sacchetti utilizzabili per la raccolta della spazzatura umida) trova però alcune difficoltà attuative: alcune prove eseguite su materiali (PLA e MaterBi) riportanti la dicitura conformi alla UNI EN 13432 (e quindi «biodegradabili e compostabili») non hanno passato la sola prova di disgregabilità (UNI EN 14045 o ISO 16929) rendendo nulla la conformità alla norma 1343210.

Questo banale fatto risulta di fondamentale importanza in quanto evidenzia la superficialità con cui, sino ad ora, si è proceduto su questo cammino. Se le nostre verifiche venissero confermate anche da altri Istituti si avrebbe la «prova provata» che «nessun materiale plastico ecologico» sia derivante da risorse rinnovabile sia additivato può considerarsi, alla luce delle indicazioni correnti, compostabile, vanificando così il tentativo del Ministero di incidere per l’1% (sic!) dell’intero settore italiano.

Sottolineiamo quindi alle competenti Autorità che, ad oggi, nessuna plastica potrebbe fregiarsi della caratteristica «biodegradabile e compostabile» ma solo «biodegradabile» ad esclusione di film di spessore inferiore a pochi micron (utilizzati in agricoltura) i quali sono gli unici a passare tutte le prove previste.

Cosa fare allora?

Suggeriamo a chi ha titolo per farlo di concentrarsi sul problema globale studiando meglio e di più le opportunità date dagli additivi nel campo della biodegradabilità, sostenendo comunque la specificità delle plastiche derivanti da risorse rinnovabili per utilizzi mirati e ad alto valore aggiunto, elaborando una direttiva ad hoc di concerto con le parti interessate.

A nostro avviso occorre un impegno generale ed accelerato che riguardi tutto il comparto plastica, quindi anche l’extra shopper, che preveda l’utilizzo delle plastiche additivate in tutti i settori. Il riciclo (strada primaria da perseguire) potrà essere comunque attuato con gli additivi prodegradanti che «non scadono» mentre gli oxodegradanti potranno essere utilizzati in casi particolari dove esiste la certezza di una loro futura degradazione dopo attivazione attraverso i raggi UV o il calore intenso.

Poiché le applicazioni plastiche sono tante e mutevoli sia dal punto di vista tecnologico vero e proprio che applicativo ripropongo una differenziazione della qualità biodegradabilità in quattro categorie: plastica refrattaria, plastica poco, mediamente e ottimamente biodegradabile. Questa classificazione aiuterebbe a fare chiarezza nel mercato lasciando la scelta finale ai consumatori che ben valuteranno le proposte delle aziende circa i prodotti.

In sintesi per essere incisivi e buoni ecologisti nell’ambito plastica dovremmo fare come la Cina che ricicla tutto (ma in modo ecologicamente corretto trattando le acque di processo e attivando tutti i presidi per la salute e la sicurezza del lavoro) o utilizzare questo materiale come RDF (combustibile alternativo). In attesa di essere in grado di fare altrettanto a larga scala, noi paesi industrializzati «avanzati», dobbiamo muoverci su scala globale con intelligenza e chiarezza di intenzioni evitando, se possibile, provvedimenti demagogici (es. imponendo ope legis, in Italia, la compostabilità). Oltretutto la stessa norma (UNI EN 13432), che si vorrebbe imporre oltre alla biodegradabilità agli shopper e ad altri manufatti, sembra non riesca ad essere rispettata, nella sua interezza, da nessun tipo di plastica ecologica all’infuori di film sottilissimi usati in agricoltura.

Gli additivi sembrano essere ad oggi la migliore invenzione esistente sul mercato per rendere questo materiale veramente ecosostenibile sebbene ci siano sostanziali differenze all’interno di questa categoria (es. alcuni sono riciclabili altri no).

In ogni caso dobbiamo procedere in avanti e contribuire al massimo se non alla risoluzione almeno al contenimento di questo problema, che andrà sempre e comunque affrontato nel rispetto della salute dell’uomo (vero grande assente del dibattito e della formazione tecnica).

La scienza e la tecnologia hanno già dato risposte e soluzioni; attendiamo alla prova dei fatti chi è preposto a tali decisioni!

” Quest’articolo è stato realizzato con il supporto giuridico dell’avv. Alberto Tedeschi “

Bibliografia (fine)

8 I biopolimeri e le plastiche additivate: biodegradabilità, degradabilità e compostabilità. Concetti di base, confronti e legislazione. Il caso dell’additivo ECM MasterBatch Pellets. Paolo Broglio. Congresso delle materie plastiche – 23 ottobre 2008 – Milanofiori (Assago) MI

9 Confronto di biodegradabilità tra polimeri additivati e non, utilizzando il protocollo UNI EN 14855 – Determinazione della biodegradabilità aerobica ultima in condizioni di compostaggio controllate. Paolo Broglio, Elena D’Adda e Simona Ramponi. Biopolpack 1° Congresso Nazionale sugli imballaggi in polimeri biodegradabili. Parma. 15-16 aprile 2010

10 Test di disintegrabilità (UNI EN 14045) su substrati plastici marchiati conformi a UNI EN 13432 (biodegradabile e compostabile). Paolo Broglio, In print

a cura di

Paolo Broglio

Famiglie  d’Italia

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