Pregiudizio, primo handicap del disabile

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Ho cercato di prendere distanza da me stessa per considerare l’handicap in un contesto sociale e culturale più ampio. La mia condizione personale è stata utile a “dar carne” a concetti (come stigma e pregiudizio) comprensibili in tutta la loro portata solo a chi li vive direttamente». L’handicap è spesso vissuto come tragedia singola e individuale, senza passato e senza futuro, non come condizione sociale ed esistenziale più ampia. E mi pare che non ci sia la percezione che la disabilità sia un fenomeno che colpisce la società contemporanea più di quanto sia avvenuto in passato. Lo stigma, ovvero il marchio che lo accompagna, è il primo e più pesante handicap che porta con sé il disabile. Pesa tonnellate, colpisce il soggetto nella concretezza delle relazioni (sentimentali, di amicizia, del lavoro), nella possibilità di potersi realizzare pienamente, anche con un handicap. Poche sono le volontà decise ad affrontare il mondo dell’handicap nelle sue molte sfaccettature. Si fanno interventi limitati, a corto raggio, poco capaci di incidere sull’esistenza dei disabili e di chi gli sta intorno. La mancanza di dati attendibili, di competenze e saperi specifici impedisce, alla base, qualsiasi progetto di lunga veduta». La cultura, un libro, possono incidere se mobilitano linguaggi e argomenti capaci di scalfire i tanti pregiudizi che circondano i disabili. Diversamente sono occasioni perse. Il mio intuito al pessimismo è reale.

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Oggi, nei grandi media, si parla di più di disabilità, ma sono spesso chiacchiere, forme di spettacolo attente all’audience, utili a fingere di occuparsene, ma incapaci di farlo adeguatamente. L’ipocrisia ha preso il posto del silenzio. Si può sorridere della disabilità con garbo, delicatezza e rispetto delle persone. Si può ridere con e non della persona con disabilità. Ma deridere gli uomini e le donne con fragilità è vietato dall’etica e dalla morale. Nell’antica Grecia, ad esempio, si sa che era diffusa la concezione secondo cui l’uomo malato e perciò “brutto” aveva «qualcosa di innaturale e immorale», per cui a Sparta i neonati venivano esaminati alla nascita e, se “minorati”, lanciati dal Monte Taigeto. Oltre 70 mila persone disabili a vario titolo furono uccise e 375 mila sterilizzate dal regime nazista, in quanto ritenute “vite che non meritano di essere vissute”. Lo sterminio sistematico ebbe inizio ufficiale con una lettera di Hitler dell’ottobre 1939, in cui si autorizza la “concessione di una morte pietosa ai pazienti considerati incurabili”. Gli ospedali e le levatrici avevano l’ obbligo di informare i Centri della nascita di bambini deformi o affetti da gravi malattie fisiche o psichiche. I medici convocavano i genitori e li convincevano ad affidar immediatamente loro i figli per cure nuovissime e sperimentali. I bambini venivano quindi ricoverati e uccisi con una iniezione di scopolamina o lasciati morire di fame. I cadaveri venivano sezionati per studiarne il cervello.

Oggi come oggi, sarebbe inaccettabile che una società si scagli contro i disabili dicendo loro di andare a morire ammazzati: è uno scenario da Medioevo, non potremmo accettarlo. L’impegno ad investire in coraggio e fiducia non riguarda solo il soggetto disabile, ma coinvolge tutti: dalle figure genitoriali più da vicino investite, ai parenti, amici, specialisti, professionisti che incontrano la sua storia, al cittadino qualunque, che condivide un’atmosfera culturale. Già, siamo “persone con disabilità”. Persone, capite? Ovvero ognuno di noi, sia che viva come me in sedia a rotelle o non , sia che usi un bastone bianco, o non ci senta, o abbia dei deficit di natura intellettiva, siamo prima di tutto una persona, con un nome, una dignità, un posto nella società, esattamente come voi e come tutti coloro che non hanno alcuna apparente disabilità, siamo quello che siamo, più o meno abili, più o meno in grado di rappresentare noi stessi con la parola o con lo sguardo o in altro modo. La carrozzina? ausilio tecnologico, manuale o elettronico, sempre più evoluto e personalizzato, che ci aiuta a superare la nostra impossibilità di camminare. Le persone con problemi fisici o psichici si sono abituate ad essere definite con termini che si sono via via trasformati.

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In antichità fu lo storpio, seguito dall’handicappato, parola di origine inglese la cui etimologia (Hand in the Cap) risale al Seicento e si riferisce a un gioco d’azzardo. Successivamente ha preso il significato di svantaggio in ambito sportivo e dei relativi accorgimenti da adottare per rendere una gara più equa, ad esempio nelle corse dei cavalli, ma se non cammini abbastanza diventi poi “diversamente abile”, come si dice oggi per indicare chi è costretto a muoversi in carrozzella.. Trattasi insomma di un vocabolo che evidenzia una situazione di penalità, con una valenza puramente negativa che non pone l’accento sulle capacità residue. L’essere umano non può fare a meno di suddividere per categorie. Alti e bassi, belli e brutti, ricchi e poveri e l’elenco potrebbe continuare. La società sceglie il vocabolo esatto in base al contesto, fino al punto di dimenticare i problemi reali, i diritti negati, le piccole grandi discriminazioni di ogni giorno, magari messe in pratica in buona fede, ma sintomatiche di una normalizzazione solo verbale. Tanta strada è stata percorsa fino ai giorni nostri in tema di inclusione sociale delle persone con disabilità e per la costruzione di una loro rappresentazione non più stigmatizzante. Oggi, infatti, sono in molti a studiare, laurearsi, lavorare, fare sport. Eppure siamo dovuti arrivare all’inizio del XXI secolo, con la necessità di una Convenzione ONU che sancisse ancora una volta i diritti, un trattato, però, tutt’altro che applicato, in troppi Paesi del mondo. Si può dire dunque che se da una parte il progresso della scienza e della tecnologia continua ad essere estremamente rapido, tanto che nel campo della ricerca sulle malattie degenerative e rare ed è vero che si è fatto più in vent’anni anni che nei centocinquanta precedenti e che , l’aspettativa di vita per alcune malattie è praticamente raddoppiata, in campo sociale, invece, per quanto si faccia, sembra che non sia mai abbastanza. Ciò che ancora manca, oggi, è una cultura della disabilità e della diversità in generale ed è in questa direzione che bisogna andare, pur con la consapevolezza che probabilmente nulla è più difficile che realizzare un cambiamento culturale.

by Sabrina Parini

Famiglie  d’Italia

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