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I figli di Babbo Natale ( I racconti di Natale di Famiglie d’Italia )

dicembre 21, 2014

italo_calvino

I FIGLI DI BABBO NATALE
brano di Italo Calvino
Non c’è epoca dell’anno più gentile e buona, per il mondo dell’industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti. Sale dalle vie il tremulo suono delle zampogne; e le società anonime, fino a ieri freddamente intente a calcolare fatturato e dividendi, aprono il cuore agli affetti e al sorriso. L’unico pensiero dei Consigli d’amministrazione adesso è quello di dare gioia al prossimo, mandando doni accompagnati da messaggi d’augurio sia a ditte consorelle che a privati; ogni ditta si sente in dovere di comprare un grande stock di prodotti da una seconda ditta per fare i suoi regali alle altre ditte; le quali ditte a loro volta comprano da una ditta altri stock di regali per le altre; le finestre aziendali restano illuminate fino a tardi, specialmente quelle del magazzino, dove il personale continua le ore straordinarie a imballare pacchi e casse; al di là dei vetri appannati, sui marciapiedi ricoperti da una crosta di gelo s’inoltrano gli zampognari, discesi da buie misteriose montagne, sostano ai crocicchi del centro, un po’ abbagliati dalle troppe luci, dalle vetrine troppo adorne, e a capo chino dànno fiato ai loro strumenti; a quel suono tra gli uomini d’affari le grevi contese d’interessi si placano e lasciano il posto ad una nuova gara: a chi presenta nel modo più grazioso il dono più cospicuo e originale.

Alla Sbav quell’anno l’Ufficio Relazioni Pubbliche propose che alle persone di maggior riguardo le strenne fossero recapitate a domicilio da un uomo vestito da Babbo Natale.
L’idea suscitò l’approvazione unanime dei dirigenti. Fu comprata un’acconciatura da Babbo Natale completa: barba bianca, berretto e pastrano rossi bordati di pelliccia, stivaloni. Si cominciò a provare a quale dei fattorini andava meglio, ma uno era troppo basso di statura e la barba gli toccava per terra, uno era troppo robusto e non gli entrava il cappotto, un altro troppo giovane, un altro invece troppo vecchio e non valeva la pena di truccarlo.
Mentre il capo dell’Ufficio Personale faceva chiamare altri possibili Babbi Natali dai vari reparti, i dirigenti radunati cercavano di sviluppare l’idea: l’Ufficio Relazioni Umane voleva che anche il pacco-strenna alle maestranze fosse consegnato da Babbo Natale in una cerimonia collettiva; l’Ufficio Commerciale voleva fargli fare anche un giro dei negozi; l’Ufficio Pubblicità si preoccupava che facesse risaltare il nome della ditta, magari reggendo appesi a un filo quattro palloncini con le lettere S. B. A. V.
Tutti erano presi dall’atmosfera alacre e cordiale che si espandeva per la città festosa e produttiva; nulla è più bello che sentire scorrere intorno il flusso dei beni materiali e insieme del bene che ognuno vuole agli altri; e questo, questo soprattutto – come ci ricorda il suono, firulí firulí, delle zampogne -, è ciò che conta.
In magazzino, il bene – materiale e spirituale – passava per le mani di Marcovaldo in quanto merce da caricare e scaricare. E non solo caricando e scaricando egli prendeva parte alla festa generale, ma anche pensando che in fondo a quel labirinto di centinaia di migliaia di pacchi lo attendeva un pacco solo suo, preparatogli dall’Ufficio Relazioni Umane; e ancora di più facendo il conto di quanto gli spettava a fine mese tra ” tredicesima mensilità ” e ” ore straordinarie “. Con qui soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell’industria e del commercio.

Il capo dell’Ufficio Personale entrò in magazzino con una barba finta in mano: – Ehi, tu! – disse a Marcovaldo. – Prova un po’ come stai con questa barba. Benissimo! Il Natale sei tu. Vieni di sopra, spicciati. Avrai un premio speciale se farai cinquanta consegne a domicilio al giorno.
Marcovaldo camuffato da Babbo Natale percorreva la città, sulla sella del motofurgoncino carico di pacchi involti in carta variopinta, legati con bei nastri e adorni di rametti di vischio e d’agrifoglio. La barba d’ovatta bianca gli faceva un po’ di pizzicorino ma serviva a proteggergli la gola dall’aria.

La prima corsa la fece a casa sua, perché non resisteva alla tentazione di fare una sorpresa ai suoi bambini. ” Dapprincipio, – pensava, non mi riconosceranno. Chissà come rideranno, dopo! “
I bambini stavano giocando per la scala. Si voltarono appena. – Ciao papà.
Marcovaldo ci rimase male. -Mah… Non vedete come sono vestito?
– E come vuoi essere vestito? – disse Pietruccio. – Da Babbo Natale, no?
– E m’avete riconosciuto subito?
– Ci vuol tanto! Abbiamo riconosciuto anche il signor Sigismondo che era truccato meglio di te!
– E il cognato della portinaia!
– E il padre dei gemelli che stanno di fronte!
– E lo zio di Ernestina quella con le trecce!
– Tutti vestiti da Babbo Natale? – chiese Marcovaldo, e la delusione nella sua voce non era soltanto per la mancata sorpresa familiare, ma perché sentiva in qualche modo colpito il prestigio aziendale.
– Certo, tal quale come te, uffa, – risposero i bambini, – da Babbo Natale, al solito, con la barba finta, – e voltandogli le spalle, si rimisero a badare ai loro giochi.
Era capitato che agli Uffici Relazioni Pubbliche di molte ditte era venuta contemporaneamente la stessa idea; e avevano reclutato una gran quantità di persone, per lo più disoccupati, pensionati, ambulanti, per vestirli col pastrano rosso e la barba di bambagia. I bambini dopo essersi divertiti le prime volte a riconoscere sotto quella mascheratura conoscenti e persone del quartiere, dopo un po’ ci avevano fatto l’abitudine e non ci badavano più.
Si sarebbe detto che il gioco cui erano intenti li appassionasse molto. S’erano radunati su un pianerottolo, seduti in cerchio. – Si può sapere cosa state complottando? – chiese Marcovaldo.
– Lasciaci in pace, papà, dobbiamo preparare i regali.
– Regali per chi?
– Per un bambino povero. Dobbiamo cercare un bambino povero e fargli dei regali.
– Ma chi ve l’ha detto?
– C’è nel libro di lettura.
Marcovaldo stava per dire: ” Siete voi i bambini poveri! “, ma durante quella settimana s’era talmente persuaso a considerarsi un abitante del Paese della Cuccagna, dove tutti compravano e se la godevano e si facevano regali, che non gli pareva buona educazione parlare di povertà, e preferì dichiarare: – Bambini poveri non ne esistono più!
S’alzò Michelino e chiese: – È per questo, papà, che non ci porti regali?
Marcovaldo si sentí stringere il cuore. – Ora devo guadagnare degli straordinari, – disse in fretta, – e poi ve li porto.
– Li guadagni come? – chiese Filippetto.
– Portando dei regali, – fece Marcovaldo.
– A noi?
– No, ad altri.
– Perché non a noi? Faresti prima..
Marcovaldo cercò di spiegare: – Perché io non sono mica il Babbo Natale delle Relazioni Umane: io sono il Babbo Natale delle Relazioni Pubbliche. Avete capito?
– No.
– Pazienza -. Ma siccome voleva in qualche modo farsi perdonare d’esser venuto a mani vuote, pensò di prendersi Michelino e portarselo dietro nel suo giro di consegne. – Se stai buono puoi venire a vedere tuo padre che porta i regali alla gente, – disse, inforcando la sella del motofurgoncino.
– Andiamo, forse troverò un bambino povero, – disse Michelino e saltò su, aggrappandosi alle spalle del padre.
Per le vie della città Marcovaldo non faceva che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o motofurgoncini o che aprivano le portiere dei negozi ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all’automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un’aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell’enorme macchinario delle Feste.

E Marcovaldo, tal quale come loro, correva da un indirizzo all’altro segnato sull’elenco, scendeva di sella, smistava i pacchi del furgoncino, ne prendeva uno, lo presentava a chi apriva la porta scandendo la frase:
– La Sbav augura Buon Natale e felice anno nuovo,- e prendeva la mancia.
Questa mancia poteva essere anche ragguardevole e Marcovaldo avrebbe potuto dirsi soddisfatto, ma qualcosa gli mancava. Ogni volta, prima di suonare a una porta, seguito da Michelino, pregustava la meraviglia di chi aprendo si sarebbe visto davanti Babbo Natale in persona; si aspettava feste, curiosità, gratitudine. E ogni volta era accolto come il postino che porta il giornale tutti i giorni.
Suonò alla porta di una casa lussuosa. Aperse una governante. – Uh, ancora un altro pacco, da chi viene?
– La Sbav augura…
– Be’, portate qua, – e precedette il Babbo Natale per un corridoio tutto arazzi, tappeti e vasi di maiolica. Michelino, con tanto d’occhi, andava dietro al padre.
La governante aperse una porta a vetri. Entrarono in una sala dal soffitto alto alto, tanto che ci stava dentro un grande abete. Era un albero di Natale illuminato da bolle di vetro di tutti i colori, e ai suoi rami erano appesi regali e dolci di tutte le fogge. Al soffitto erano pesanti lampadari di cristallo, e i rami più alti dell’abete s’impigliavano nei pendagli scintillanti. Sopra un gran tavolo erano disposte cristallerie, argenterie, scatole di canditi e cassette di bottiglie. I giocattoli, sparsi su di un grande tappeto, erano tanti come in un negozio di giocattoli, soprattutto complicati congegni elettronici e modelli di astronavi. Su quel tappeto, in un angolo sgombro, c’era un bambino, sdraiato bocconi, di circa nove anni, con un’aria imbronciata e annoiata. Sfogliava un libro illustrato, come se tutto quel che era li intorno non lo riguardasse.
– Gianfranco, su, Gianfranco, – disse la governante, – hai visto che è tornato Babbo Natale con un altro regalo?
– Trecentododici, – sospirò il bambino – senz’alzare gli occhi dal libro. – Metta lí.
– È il trecentododicesimo regalo che arriva, – disse la governante. – Gianfranco è cosí bravo, tiene il conto, non ne perde uno, la sua gran passione è contare.
In punta di piedi Marcovaldo e Michelino lasciarono la casa.
– Papà, quel bambino è un bambino povero? – chiese Michelino.
Marcovaldo era intento a riordinare il carico del furgoncino e non rispose subito. Ma dopo un momento, s’affrettò a protestare: – Povero? Che dici? Sai chi è suo padre? È il presidente dell’Unione Incremento Vendite Natalizie! Il commendator…
S’interruppe, perché non vedeva Michelino. Michelino, Michelino! Dove sei? Era sparito.
” Sta’ a vedere che ha visto passare un altro Babbo Natale, l’ha scambiato per me e gli è andato dietro… ” Marcovaldo continuò il suo giro, ma era un po’ in pensiero e non vedeva l’ora di tornare a casa.
A casa, ritrovò Michelino insieme ai suoi fratelli, buono buono.
– Di’ un po’, tu: dove t’eri cacciato?
– A casa, a prendere i regali… Si, i regali per quel bambino povero…
– Eh! Chi?
– Quello che se ne stava cosi triste.. – quello della villa con l’albero di Natale…
– A lui? Ma che regali potevi fargli, tu a lui?
– Oh, li avevamo preparati bene… tre regali, involti in carta argentata.
Intervennero i fratellini. Siamo andati tutti insieme a portarglieli! Avessi visto come era contento!
– Figuriamoci! – disse Marcovaldo. – Aveva proprio bisogno dei vostri regali, per essere contento!
– Sí, sí dei nostri… È corso subito a strappare la carta per vedere cos’erano…
– E cos’erano?
– Il primo era un martello: quel martello grosso, tondo, di legno…
– E lui?
– Saltava dalla gioia! L’ha afferrato e ha cominciato a usarlo!
– Come?
– Ha spaccato tutti i giocattoli! E tutta la cristalleria! Poi ha preso il secondo regalo…
– Cos’era?
– Un tirasassi. Dovevi vederlo, che contentezza… Ha fracassato tutte le bolle di vetro dell’albero di Natale. Poi è passato ai lampadari…
– Basta, basta, non voglio più sentire! E… il terzo regalo?
– Non avevamo più niente da regalare, cosi abbiamo involto nella carta argentata un pacchetto di fiammiferi da cucina. È stato il regalo che l’ha fatto più felice. Diceva: ” I fiammiferi non me li lasciano mai toccare! ” Ha cominciato ad accenderli, e…
-E…?
– …ha dato fuoco a tutto!
Marcovaldo aveva le mani nei capelli. – Sono rovinato!
L’indomani, presentandosi in ditta, sentiva addensarsi la tempesta. Si rivesti da Babbo Natale, in fretta in fretta, caricò sul furgoncino i pacchi da consegnare, già meravigliato che nessuno gli avesse ancora detto niente, quando vide venire verso di lui tre capiufficio, quello delle Relazioni Pubbliche, quello della Pubblicità e quello dell’Ufficio Commerciale.
– Alt! – gli dissero, – scaricare tutto; subito!
” Ci siamo! ” si disse Marcovaldo e già si vedeva licenziato.
– Presto! Bisogna sostituire i pacchi! – dissero i Capiufficio. – L’Unione Incremento Vendite Natalizie ha aperto una campagna per il lancio del Regalo Distruttivo!
– Cosi tutt’a un tratto… – commentò uno di loro. Avrebbero potuto pensarci prima…
– È stata una scoperta improvvisa del presidente, – spiegò un altro. – Pare che il suo bambino abbia ricevuto degli articoli-regalo modernissimi, credo giapponesi, e per la prima volta lo si è visto divertirsi…
– Quel che più conta, – aggiunse il terzo, – è che il Regalo Distruttivo serve a distruggere articoli d’ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato… Tutto in un tempo brevissimo e alla portata d’un bambino… Il presidente dell’Unione ha visto aprirsi un nuovo orizzonte, è ai sette cieli dell’entusiasmo…
– Ma questo bambino, – chiese Marcovaldo con un filo di voce, – ha distrutto veramente molta roba?
– Fare un calcolo, sia pur approssimativo, è difficile, dato che la casa è incendiata…

Marcovaldo tornò nella via illuminata come fosse notte, affollata di mamme e bambini e zii e nonni e pacchi e palloni e cavalli a dondolo e alberi di Natale e Babbi Natale e polli e tacchini e panettoni e bottiglie e zampognari e spazzacamini e venditrici di caldarroste che facevano saltare padellate di castagne sul tondo fornello nero ardente.
E la città sembrava più piccola, raccolta in un’ampolla luminosa, sepolta nel cuore buio d’un bosco, tra i tronchi centenari dei castagni e un infinito manto di neve. Da qualche parte del buio s’udiva l’ululo del lupo; i leprotti avevano una tana sepolta nella neve, nella calda terra rossa sotto uno strato di ricci di castagna.
Usci un leprotto, bianco, sulla neve, mosse le orecchie, corse sotto la luna, ma era bianco e non lo si vedeva, come se non ci fosse. Solo le zampette lasciavano un’impronta leggera sulla neve, come foglioline di trifoglio. Neanche il lupo si vedeva, perché era nero e stava nel buio nero del bosco. Solo se apriva la bocca, si vedevano i denti bianchi e aguzzi.
C’era una linea in cui finiva il bosco tutto nero e cominciava la neve tutta bianca. Il leprotto correva di qua ed il lupo di là.
Il lupo vedeva sulla neve le impronte del leprotto e le inseguiva, ma tenendosi sempre sul nero, per non essere visto. Nel punto in cui le impronte si fermavano doveva esserci il leprotto, e il lupo usci dal nero, spalancò la gola rossa e i denti aguzzi, e morse il vento.
Il leprotto era poco più in là, invisibile; si strofinò un orecchio con una zampa, e scappò saltando.
È qua? È là? no, è un po’ più in là?
Si vedeva solo la distesa di neve bianca come questa pagina.

(Racconto di Natale di Italo Calvino)

 Buone Feste

Famiglie  d’Italia

Lo Spirito del Natale ( Famiglie d’Italia Rewind )

dicembre 18, 2014

Spesso gli adulti si dimenticano completamente dello Spirito del Natale, e aspettano ed usano questa festa solo per fare affari e guadagnare più soldi ( vedi i vergognosi ed ingiustificati ulteriori rincari dei carburanti di questi giorni ). Poi si lamentano che la maggior parte degli esseri umani li odino, come borbotta ringhiando il nostro vecchio zio Paperone, o, peggio ancora, restano indifferenti. Pensano soltanto ad accumulare denaro anche se ne posseggono già a iosa, denaro su denaro, poca importa se molti non abbiano un tozzo di pane ne un focolare dove scaldarsi… Così il mondo non può andare avanti e la crisi recente, non ancora passata, ne è la testimonianza più reale. Per fortuna esistono ancora i bambini,… quelli che un giorno saranno adulti, ma che ora sono ancora non del tutto intossicati ed avariati dalle  ” logiche dei grandi “. Ed è proprio tra loro che bisogna spulciare per trovare l’esistenza di messaggi di speranza. I nostri ragazzi, se osservati con amore e non con superficialità, possono indicarci i percorsi che abbiamo scordato, spronarci a ricomporre le regole che abbiamo disintegrato, e, soprattutto a riscoprire quello Spirito di Solidariatà che è l’unico che possa assicurare un futuro alla nostra umanità. Matteo, il giovane figlio di 11 anni di un mio carissimo amico, Stefano Micheli, è l’autore di un tema scolastico scritto poco prima dell’inizio delle vacanze: il padre me lo ha mostrato con orgoglio per la semplicità del contenuto e per i  valori espressi. Attraverso la sua pubblicazione voglio rendere onore alle nuove generazioni affinché siano il faro dei nostri ravvedimenti.

LO SPIRITO DEL NATALE Tra breve sarà Natale, la festività più adorata dai bambini: per loro è un momento magico. Questa festa la ricordo anche io, il 25 dicembre, un momento di armonia e di felicità da condividere con gli altri. Io, però, il 24 dicembre festeggio il mio compleanno e quindi non possono mancare i regali, in abbondanza ma,… il Natale non significa solo questo, vuol dire anche stare vicino ai bisognosi, agli anziani, ai malati e alla famiglia. Prima che arrivi, bisogna preparare ed addobbare la casa con presepi e alberi natalizi ma, bisogna prepararsi anche dentro, con preghiera e meditazione. Non per tutti, però, esiste addobbare la casa, perché sono senza tetto, o stare vicino alla famiglia, perché sono orfani.  Quindi è carino aiutare queste persone per strappargli un sorriso di Buon Natale. Festeggiare il Natale vuol dire anche avere almeno un grande desiderio da esprimere; il mio è che tutti possano essere felici e dire “auguri e buone feste”. Auguro un Buon Natale a tutti ed in particolare alla mia famiglia. Questa festa serve per stare insieme e non è solo Babbo Natale che arriva con i regali: è anche una preparazione di preghiera per la nascita di Gesù bambino. Io spero che questo Natale si possa festeggiare con tanto amore e con la felicità di tutti, perché è una cosa veramente importante, lo so magari non si potrà fare, ma l’importante è che aiutiamo gli altri e che la nostra stella cometa continui a brillare, insieme ai nostri amici, anche a quelli che non ci sono più, come la maestra Rossella che voglio ricordare perché lei ha aiutato noi. Auguri di Buon Natale e Felice anno Nuovo.

Matteo Micheli

introduzione a cura di

Umberto Napolitano

Famiglie  d’Italia

I figli di Babbo Natale ( I racconti di Natale di Famiglie d’Italia )

dicembre 20, 2011

Racconto di Italo Calvino ( ventesimo ed ultimo della serie Marcovaldo )

Non c’è epoca dell’anno più gentile e buona, per il mondo dell’industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti. Sale dalle vie il tremulo suono delle zampogne; e le società anonime, fino a ieri freddamente intente a calcolare fatturato e dividendi, aprono il cuore agli affetti e al sorriso. L’unico pensiero dei Consigli d’amministrazione adesso è quello di dare gioia al prossimo, mandando doni accompagnati da messaggi d’augurio sia a ditte consorelle che a privati; ogni ditta si sente in dovere di comprare un grande stock di prodotti da una seconda ditta per fare i suoi regali alle altre ditte; le quali ditte a loro volta comprano da una ditta altri stock di regali per le altre; le finestre aziendali restano illuminate fino a tardi, specialmente quelle del magazzino, dove il personale continua le ore straordinarie a imballare pacchi e casse; al di là dei vetri appannati, sui marciapiedi ricoperti da una crosta di gelo s’inoltrano gli zampognari, discesi da buie misteriose montagne, sostano ai crocicchi del centro, un po’ abbagliati dalle troppe luci, dalle vetrine troppo adorne, e a capo chino dànno fiato ai loro strumenti; a quel suono tra gli uomini d’affari le grevi contese d’interessi si placano e lasciano il posto ad una nuova gara: a chi presenta nel modo più grazioso il dono più cospicuo e originale.

Alla Sbav quell’anno l’Ufficio Relazioni Pubbliche propose che alle persone di maggior riguardo le strenne fossero recapitate a domicilio da un uomo vestito da Babbo Natale.
L’idea suscitò l’approvazione unanime dei dirigenti. Fu comprata un’acconciatura da Babbo Natale completa: barba bianca, berretto e pastrano rossi bordati di pelliccia, stivaloni. Si cominciò a provare a quale dei fattorini andava meglio, ma uno era troppo basso di statura e la barba gli toccava per terra, uno era troppo robusto e non gli entrava il cappotto, un altro troppo giovane, un altro invece troppo vecchio e non valeva la pena di truccarlo.
Mentre il capo dell’Ufficio Personale faceva chiamare altri possibili Babbi Natali dai vari reparti, i dirigenti radunati cercavano di sviluppare l’idea: l’Ufficio Relazioni Umane voleva che anche il pacco-strenna alle maestranze fosse consegnato da Babbo Natale in una cerimonia collettiva; l’Ufficio Commerciale voleva fargli fare anche un giro dei negozi; l’Ufficio Pubblicità si preoccupava che facesse risaltare il nome della ditta, magari reggendo appesi a un filo quattro palloncini con le lettere S. B. A. V.
Tutti erano presi dall’atmosfera alacre e cordiale che si espandeva per la città festosa e produttiva; nulla è più bello che sentire scorrere intorno il flusso dei beni materiali e insieme del bene che ognuno vuole agli altri; e questo, questo soprattutto – come ci ricorda il suono, firulí firulí, delle zampogne -, è ciò che conta.
In magazzino, il bene – materiale e spirituale – passava per le mani di Marcovaldo in quanto merce da caricare e scaricare. E non solo caricando e scaricando egli prendeva parte alla festa generale, ma anche pensando che in fondo a quel labirinto di centinaia di migliaia di pacchi lo attendeva un pacco solo suo, preparatogli dall’Ufficio Relazioni Umane; e ancora di più facendo il conto di quanto gli spettava a fine mese tra ” tredicesima mensilità ” e ” ore straordinarie “. Con qui soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell’industria e del commercio.

Il capo dell’Ufficio Personale entrò in magazzino con una barba finta in mano: – Ehi, tu! – disse a Marcovaldo. – Prova un po’ come stai con questa barba. Benissimo! Il Natale sei tu. Vieni di sopra, spicciati. Avrai un premio speciale se farai cinquanta consegne a domicilio al giorno.
Marcovaldo camuffato da Babbo Natale percorreva la città, sulla sella del motofurgoncino carico di pacchi involti in carta variopinta, legati con bei nastri e adorni di rametti di vischio e d’agrifoglio. La barba d’ovatta bianca gli faceva un po’ di pizzicorino ma serviva a proteggergli la gola dall’aria.

La prima corsa la fece a casa sua, perché non resisteva alla tentazione di fare una sorpresa ai suoi bambini. ” Dapprincipio, – pensava, non mi riconosceranno. Chissà come rideranno, dopo! “
I bambini stavano giocando per la scala. Si voltarono appena. – Ciao papà.
Marcovaldo ci rimase male. -Mah… Non vedete come sono vestito?
– E come vuoi essere vestito? – disse Pietruccio. – Da Babbo Natale, no?
– E m’avete riconosciuto subito?
– Ci vuol tanto! Abbiamo riconosciuto anche il signor Sigismondo che era truccato meglio di te!
– E il cognato della portinaia!
– E il padre dei gemelli che stanno di fronte!
– E lo zio di Ernestina quella con le trecce!
– Tutti vestiti da Babbo Natale? – chiese Marcovaldo, e la delusione nella sua voce non era soltanto per la mancata sorpresa familiare, ma perché sentiva in qualche modo colpito il prestigio aziendale.
– Certo, tal quale come te, uffa, – risposero i bambini, – da Babbo Natale, al solito, con la barba finta, – e voltandogli le spalle, si rimisero a badare ai loro giochi.
Era capitato che agli Uffici Relazioni Pubbliche di molte ditte era venuta contemporaneamente la stessa idea; e avevano reclutato una gran quantità di persone, per lo più disoccupati, pensionati, ambulanti, per vestirli col pastrano rosso e la barba di bambagia. I bambini dopo essersi divertiti le prime volte a riconoscere sotto quella mascheratura conoscenti e persone del quartiere, dopo un po’ ci avevano fatto l’abitudine e non ci badavano più.
Si sarebbe detto che il gioco cui erano intenti li appassionasse molto. S’erano radunati su un pianerottolo, seduti in cerchio. – Si può sapere cosa state complottando? – chiese Marcovaldo.
– Lasciaci in pace, papà, dobbiamo preparare i regali.
– Regali per chi?
– Per un bambino povero. Dobbiamo cercare un bambino povero e fargli dei regali.
– Ma chi ve l’ha detto?
– C’è nel libro di lettura.
Marcovaldo stava per dire: ” Siete voi i bambini poveri! “, ma durante quella settimana s’era talmente persuaso a considerarsi un abitante del Paese della Cuccagna, dove tutti compravano e se la godevano e si facevano regali, che non gli pareva buona educazione parlare di povertà, e preferì dichiarare: – Bambini poveri non ne esistono più!
S’alzò Michelino e chiese: – È per questo, papà, che non ci porti regali?
Marcovaldo si sentí stringere il cuore. – Ora devo guadagnare degli straordinari, – disse in fretta, – e poi ve li porto.
– Li guadagni come? – chiese Filippetto.
– Portando dei regali, – fece Marcovaldo.
– A noi?
– No, ad altri.
– Perché non a noi? Faresti prima..
Marcovaldo cercò di spiegare: – Perché io non sono mica il Babbo Natale delle Relazioni Umane: io sono il Babbo Natale delle Relazioni Pubbliche. Avete capito?
– No.
– Pazienza -. Ma siccome voleva in qualche modo farsi perdonare d’esser venuto a mani vuote, pensò di prendersi Michelino e portarselo dietro nel suo giro di consegne. – Se stai buono puoi venire a vedere tuo padre che porta i regali alla gente, – disse, inforcando la sella del motofurgoncino.
– Andiamo, forse troverò un bambino povero, – disse Michelino e saltò su, aggrappandosi alle spalle del padre.
Per le vie della città Marcovaldo non faceva che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o motofurgoncini o che aprivano le portiere dei negozi ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all’automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un’aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell’enorme macchinario delle Feste. E Marcovaldo, tal quale come loro, correva da un indirizzo all’altro segnato sull’elenco, scendeva di sella, smistava i pacchi del furgoncino, ne prendeva uno, lo presentava a chi apriva la porta scandendo la frase:
– La Sbav augura Buon Natale e felice anno nuovo,- e prendeva la mancia.
Questa mancia poteva essere anche ragguardevole e Marcovaldo avrebbe potuto dirsi soddisfatto, ma qualcosa gli mancava. Ogni volta, prima di suonare a una porta, seguito da Michelino, pregustava la meraviglia di chi aprendo si sarebbe visto davanti Babbo Natale in persona; si aspettava feste, curiosità, gratitudine. E ogni volta era accolto come il postino che porta il giornale tutti i giorni.
Suonò alla porta di una casa lussuosa. Aperse una governante. – Uh, ancora un altro pacco, da chi viene?
– La Sbav augura…
– Be’, portate qua, – e precedette il Babbo Natale per un corridoio tutto arazzi, tappeti e vasi di maiolica. Michelino, con tanto d’occhi, andava dietro al padre.

La governante aperse una porta a vetri. Entrarono in una sala dal soffitto alto alto, tanto che ci stava dentro un grande abete. Era un albero di Natale illuminato da bolle di vetro di tutti i colori, e ai suoi rami erano appesi regali e dolci di tutte le fogge. Al soffitto erano pesanti lampadari di cristallo, e i rami più alti dell’abete s’impigliavano nei pendagli scintillanti. Sopra un gran tavolo erano disposte cristallerie, argenterie, scatole di canditi e cassette di bottiglie. I giocattoli, sparsi su di un grande tappeto, erano tanti come in un negozio di giocattoli, soprattutto complicati congegni elettronici e modelli di astronavi. Su quel tappeto, in un angolo sgombro, c’era un bambino, sdraiato bocconi, di circa nove anni, con un’aria imbronciata e annoiata. Sfogliava un libro illustrato, come se tutto quel che era li intorno non lo riguardasse.
– Gianfranco, su, Gianfranco, – disse la governante, – hai visto che è tornato Babbo Natale con un altro regalo?
– Trecentododici, – sospirò il bambino – senz’alzare gli occhi dal libro. – Metta lí.
– È il trecentododicesimo regalo che arriva, – disse la governante. – Gianfranco è cosí bravo, tiene il conto, non ne perde uno, la sua gran passione è contare.
In punta di piedi Marcovaldo e Michelino lasciarono la casa.
– Papà, quel bambino è un bambino povero? – chiese Michelino.
Marcovaldo era intento a riordinare il carico del furgoncino e non rispose subito. Ma dopo un momento, s’affrettò a protestare: – Povero? Che dici? Sai chi è suo padre? È il presidente dell’Unione Incremento Vendite Natalizie! Il commendator…
S’interruppe, perché non vedeva Michelino. Michelino, Michelino! Dove sei? Era sparito.
” Sta’ a vedere che ha visto passare un altro Babbo Natale, l’ha scambiato per me e gli è andato dietro… ” Marcovaldo continuò il suo giro, ma era un po’ in pensiero e non vedeva l’ora di tornare a casa.
A casa, ritrovò Michelino insieme ai suoi fratelli, buono buono.
– Di’ un po’, tu: dove t’eri cacciato?
– A casa, a prendere i regali… Si, i regali per quel bambino povero…
– Eh! Chi?
– Quello che se ne stava cosi triste.. – quello della villa con l’albero di Natale…
– A lui? Ma che regali potevi fargli, tu a lui?
– Oh, li avevamo preparati bene… tre regali, involti in carta argentata.
Intervennero i fratellini. Siamo andati tutti insieme a portarglieli! Avessi visto come era contento!
– Figuriamoci! – disse Marcovaldo. – Aveva proprio bisogno dei vostri regali, per essere contento!
– Sí, sí dei nostri… È corso subito a strappare la carta per vedere cos’erano…
– E cos’erano?

– Il primo era un martello: quel martello grosso, tondo, di legno…
– E lui?
– Saltava dalla gioia! L’ha afferrato e ha cominciato a usarlo!
– Come?
– Ha spaccato tutti i giocattoli! E tutta la cristalleria! Poi ha preso il secondo regalo…
– Cos’era?
– Un tirasassi. Dovevi vederlo, che contentezza… Ha fracassato tutte le bolle di vetro dell’albero di Natale. Poi è passato ai lampadari…
– Basta, basta, non voglio più sentire! E… il terzo regalo?
– Non avevamo più niente da regalare, cosi abbiamo involto nella carta argentata un pacchetto di fiammiferi da cucina. È stato il regalo che l’ha fatto più felice. Diceva: ” I fiammiferi non me li lasciano mai toccare! ” Ha cominciato ad accenderli, e…
-E…?
– …ha dato fuoco a tutto!

Marcovaldo aveva le mani nei capelli. – Sono rovinato!
L’indomani, presentandosi in ditta, sentiva addensarsi la tempesta. Si rivesti da Babbo Natale, in fretta in fretta, caricò sul furgoncino i pacchi da consegnare, già meravigliato che nessuno gli avesse ancora detto niente, quando vide venire verso di lui tre capiufficio, quello delle Relazioni Pubbliche, quello della Pubblicità e quello dell’Ufficio Commerciale.
– Alt! – gli dissero, – scaricare tutto; subito!
” Ci siamo! ” si disse Marcovaldo e già si vedeva licenziato.
– Presto! Bisogna sostituire i pacchi! – dissero i Capiufficio. – L’Unione Incremento Vendite Natalizie ha aperto una campagna per il lancio del Regalo Distruttivo!
– Cosi tutt’a un tratto… – commentò uno di loro. Avrebbero potuto pensarci prima…
– È stata una scoperta improvvisa del presidente, – spiegò un altro. – Pare che il suo bambino abbia ricevuto degli articoli-regalo modernissimi, credo giapponesi, e per la prima volta lo si è visto divertirsi…
– Quel che più conta, – aggiunse il terzo, – è che il Regalo Distruttivo serve a distruggere articoli d’ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato… Tutto in un tempo brevissimo e alla portata d’un bambino… Il presidente dell’Unione ha visto aprirsi un nuovo orizzonte, è ai sette cieli dell’entusiasmo…
– Ma questo bambino, – chiese Marcovaldo con un filo di voce, – ha distrutto veramente molta roba?
– Fare un calcolo, sia pur approssimativo, è difficile, dato che la casa è incendiata…

Marcovaldo tornò nella via illuminata come fosse notte, affollata di mamme e bambini e zii e nonni e pacchi e palloni e cavalli a dondolo e alberi di Natale e Babbi Natale e polli e tacchini e panettoni e bottiglie e zampognari e spazzacamini e venditrici di caldarroste che facevano saltare padellate di castagne sul tondo fornello nero ardente.
E la città sembrava più piccola, raccolta in un’ampolla luminosa, sepolta nel cuore buio d’un bosco, tra i tronchi centenari dei castagni e un infinito manto di neve. Da qualche parte del buio s’udiva l’ululo del lupo; i leprotti avevano una tana sepolta nella neve, nella calda terra rossa sotto uno strato di ricci di castagna.
Usci un leprotto, bianco, sulla neve, mosse le orecchie, corse sotto la luna, ma era bianco e non lo si vedeva, come se non ci fosse. Solo le zampette lasciavano un’impronta leggera sulla neve, come foglioline di trifoglio. Neanche il lupo si vedeva, perché era nero e stava nel buio nero del bosco. Solo se apriva la bocca, si vedevano i denti bianchi e aguzzi.
C’era una linea in cui finiva il bosco tutto nero e cominciava la neve tutta bianca. Il leprotto correva di qua ed il lupo di là.
Il lupo vedeva sulla neve le impronte del leprotto e le inseguiva, ma tenendosi sempre sul nero, per non essere visto. Nel punto in cui le impronte si fermavano doveva esserci il leprotto, e il lupo usci dal nero, spalancò la gola rossa e i denti aguzzi, e morse il vento.
Il leprotto era poco più in là, invisibile; si strofinò un orecchio con una zampa, e scappò saltando.
È qua? È là? no, è un po’ più in là?
Si vedeva solo la distesa di neve bianca come questa pagina.

(Racconto di Natale di Italo Calvino)

Famiglie  d’Italia

Lo Spirito del Natale

dicembre 27, 2010

Spesso gli adulti si dimenticano completamente dello Spirito del Natale, e aspettano ed usano questa festa solo per fare affari e guadagnare più soldi ( vedi i vergognosi ed ingiustificati ulteriori rincari dei carburanti di questi giorni ). Poi si lamentano che la maggior parte degli esseri umani li odino, come borbotta ringhiando il nostro vecchio zio Paperone, o, peggio ancora, restano indifferenti. Pensano soltanto ad accumulare denaro anche se ne posseggono già a iosa, denaro su denaro, poca importa se molti non abbiano un tozzo di pane ne un focolare dove scaldarsi… Così il mondo non può andare avanti e la crisi recente, non ancora passata, ne è la testimonianza più reale. Per fortuna esistono ancora i bambini,… (more…)

Le origini del Natale ( Famiglie d’Italia news )

dicembre 24, 2010

Nei miei viaggi in internet, grazie all’apporto di Google, sono incappato in un interessante articolo proposto da Italia Donna , il portale delle donne italiane, riguardante le origini delle celebrazioni della Festa del Natale, e che vi giro pari pari, con l’aggiunta in fondo di molti link interessanti sui quali cliccare, insieme  agli auguri più sinceri da parte di Famiglie d’Italia.

 

Origine e celebrazioni del Natale (more…)

Sem Galbiati, sindaco di Cavenago di Brianza, scrive a Babbo Natale

dicembre 17, 2010

Tra le tantissime letterine che in questo periodo sono indirizzate a Babbo Natale, me ne è capitata tra le mani, attraverso vie privilegiate che ometto, una molto carina ed interessante che un intraprendente ed indomito sindaco di una cittadina della Brianza ha inviato con amore e con speranza al grande vecchio che da sempre esaudisce in questo periodo i desideri più reconditi di bimbi ed adulti buoni. Sem Galbiati è un buon uomo e sindaco diligente che svolge con onestà ed applicazione il proprio incarico… per cui Babbo Natale non potrà esimersi dall’ impegnarsi affinché le sue richieste vengano esaudite.

LETTERA DI UN SINDACO A BABBO NATALE (more…)

Le letterine a Babbo Natale ( Famiglie d’Italia news )

dicembre 7, 2010

Ci avviciniamo a Natale e cresce nei bambini l’aspettativa per i regali che riceveranno. Desideri tenuti nei cassetti per tanto tempo  che si avvereranno con l’avvento della sacra festività. Molte leggende sono legate a questo gioioso periodo, tra le quali una delle più famose è sicuramente quella relativa al ” mistero ” di Babbo Natale, alle sue renne ed ai suoi doni calati giù dai camini. A riguardo, vi propongo un articolo di Maria Ida Longo  pubblicato su Mamme Domani 

 La storia di Babbo Natale e la letterina che aiuta a crescere (more…)

dicembre 18, 2008


Prete a bimbi: Babbo Natale non c’è!

dicembre 17, 2008

babbo-natale-3 Tra le notizie nascoste, o meglio, che passano quasi inosservate, ne ho notata una a pagina 125 del televideo di Mediaset che mi ha dato l’occasione di soffermarmi e  di meditare, perplesso, come spesso mi capita in occasioni simili.

Un anziano parroco  di Garlasco, non considerando il fatto che in chiesa fossero presenti molti bambini, ha basato la sua omelia domenicale su un tema molto antico: l’esistenza di Babbo Natale è solo una favola, non esiste e non è mai esistito!

Chiaramente i bambini ci sono rimasti molto male e, fra le lacrime, hanno assalito i genitori con un infinità di domande, alla ricerca di conferme che rinnegassero in qualche modo quanto affermato dall’incauto curato.  E ai genitori?…non è rimasto che rassicurare i pargoli e reclamare furibondi.

Devo ammettere che mi è venuto subito in mente l’articolo dell’amico Michael Gray, pubblicato da Famiglie d’Italia il 7 dicembre ed intitolato ” Il licenziamento di Babbo Natale “.

Non me la sento di giudicare severamente il ” povero ” parroco, il cui unico torto è quello di cercare di portare a termine nel modo migliore il proprio compito, cioè quello di promulgare la parola di Dio ed i suoi comandamenti, ma un appunto, da destinatario dei messaggi e da convinto credente, mi sento obbligato a fare ed a sottolineare:

” Per un genitore, in una società che avvolge le famiglie in una tetra cappa di smog mediatico carico di notizie negative, aberranti ed avvilenti, il compito di confrontarsi con i propri figli, specialmente nell’età adolescenziale, è sempre più arduo e complicato. Da tale realtà è così difficile difendersi, che se uccidiamo anche i sogni, ci esponiamo inermi alle inequivocabili conseguenze. Dio è amore e tutto ciò che esprime amore, da Gesù Bambino a Babbo Natale, Lo rappresenta degnamente ed aiuta a crescere meglio: ogni età ha i suoi tempi, per cui lasciamo ai bambini la possibilità di credere nelle favole, almeno… fiché la vita loro lo concede. “

Umberto Napolitano

Il licenziamento di Babbo Natale

dicembre 7, 2008

babbo-natale2Famiglie d’Italia ha il piacere di pubblicare un altro articolo del nostro amico australiano, Michael Gray: un simpatico omone di quasi due metri che impareremo a conoscere nel tempo per la sua sensibilità e per le infinite qualità.

 

 

Ho letto con un po’ di preoccupazione la notizia che questo Natale, a Sarajevo, le autorità hanno proibito la presenza di Babbo Natale nelle scuole materne. Io, che da dieci anni faccio Babbo Natale nella scuola materna del mio paese nell ’ Oltrepò Pavese, potrei essere, in un futuro non lontano, un esubero?

 

In Italia, ed anche recentemente in Spagna, si discute la presenza del crocefisso nelle aule delle scuole e degli uffici pubblici. Devo ammettere che non è un problema che io viva con un’ ansia particolare, provenendo da una nazione che non ha una simile usanza e che, almeno in apparenza, mantiene un distacco tra Chiesa e Stato. Capisco, però, che in un Paese come l’Italia questo possa essere fonte di timori e di polemiche, proprio per le tradizioni storiche che hanno legato questi due mondi. Nello stesso modo non mi sorprende che in una zona musulmana, com’è oggi Sarajevo, ci sia un’avversità a figure associate alle celebrazioni cristiane, tipicamente occidentali, come Babbo Natale.

 

Ma il tutto mi mette davanti un dilemma. Babbo Natale: quale valore rappresenta?

 

Sicuramente è una rappresentazione bonaria del Natale e, pertanto, vicina ai temi cristiani, nonostante le sue probabili origini pagane teutoniche. Però, in un certo senso, io, come Babbo Natale, sono anche una cosa finta, non reale, un’invenzione di un desiderio popolare per esprimere una gioia collettiva nel periodo natalizio.

 

Però, quando mi trovo davanti ai bambini delle scuole materne, loro mi vedono davvero come un’entità reale. Per la grande maggioranza dei bimbi la presenza di Babbo Natale, questo uomo grosso, gioviale, dai vestiti e accento strani, porta sicuramente un momento di grande gaiezza. Purtroppo per alcuni tale è la stranezza, che suscita timore.

babbo-natale-2

Mi ricordo, un anno, di una bambina dagli occhi grossi tondi, che doveva ricevere il dono da Babbo Natale. Mentre si avvicinava, vedevo aumentare il suo spavento. Ad un certo punto si bloccò, immobilizzata dal terrore, con gli occhi che quasi saltavano fuori dalle loro orbite, e scoppiò a piangere.

 

Spero che l’esperienza brutta della bambina non le rimanga per il resto della sua vita. Ma quella vicenda mi ha insegnato una cosa, che la commozione dei bimbi è reale perché le emozioni che provano sono reali. Babbo Natale, è un evento reale della loro vita, anche se transitorio.

 

L’altra cosa che mi ha colpito della figura di Babbo Natale è avvenuta un anno, quando, ai festeggiamenti di Natale alla scuola materna, parteciparono tre personaggi importanti: il sindaco, il prete e, naturalmente, Babbo Natale.

 

Seduto tra il prete e il sindaco (Babbo Natale era la star dell’evento) mi resi subito conto che avevo molte cose più in comune con il prete che con il sindaco. E questo perché Babbo Natale e il prete rappresentano, anche se a livelli molto diversi, un atto di fede con la necessità di seguire certe regole.

 

Nel caso del prete, il mistero della fede prevede un comportamento particolare. Come dice Homer Simpson nella sua descrizione della religione “… the one with all the well meaning rules that don’t work out in real life, uh, Christianity” “… quella con tutte le regole ben intenzionate che non si riescono a rispettare nella vita quotidiana, Cristianesimo”.

Ma non è diverso per Babbo Natale. E’ un atto di fede il credere che io arrivi dalla Laplandia o Lapponia su una slitta tirata da renne (ogni anno i bambini mi chiedono di vedere le mie renne) e che porti dei regali il giorno di Natale (l’anno scorso una ragazzina, tutta preoccupata, mi ha confessato che a casa sua non c’era camino e, perciò, come riuscivo a lasciarle i regali?), ed è importante che i bambini si siano comportati bene (sempre prima di distribuire i regali faccio le solite domande – siete stati bravi quest’anno? – coro di “siiiiii”, date sempre un bacio a mamma e papà? – coro di “siiiiii”, non litigate troppo fra di voi vero?…e qui già iniziano le prime defezioni).

 

E nella classe della scuola materna composta da bambini italiani ma anche da bambini provenienti dell’Europa dell’est, dall’Africa e dall’Asia, l’arrivo di Babbo Natale è anche una conferma della visione di Natale del bambino Bart Simpson: “Christmas is a time when people of all religions come together to worship Jesus Christ”, “Natale è il momento in cui persone di tutte le fedi e religioni si uniscono per venerare Gesù Cristo”.

 

In questo contesto non credo che le mie paure iniziali possono avverarsi. Non penso che io, Babbo Natale, almeno in Italia, sia in procinto di essere licenziato. Babbo Natale ha buone intenzioni senza essere troppo dogmatiche. E quando giro per il mio paese in questi strani vestiti rossi, non c’è una persona, giovane o vecchio, maschio o femmina, sindacalista o magnate, italiano o forestiero, che non sorrida.

 

Questo per me è un vero dono tra noi. Dico, “Viva Babbo Natale”. Spero che io non sia vissuto come un inganno ma come una piacevole credenza passeggera. Almeno il bambino Bart Simpson è dalla mia parte: “Aren’t we forgetting the true meaning of Christmas? You know, the birth of Santa.” “Non ci stiamo dimenticando il vero significato di Natale? Sai, la nascita di Babbo Natale.”

 

Ringrazio Bart per il suo appoggio, ma Babbo Natale non vuole mettersi in concorrenza con “ Gesù “… Vuole solo mettere in atto un po’ della gioia della “ Sua “ parola.


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MICHAEL GRAY