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Immigrazione, dal punto di vista di un immigrato privilegiato

novembre 25, 2008

Barcone immigrati

Barcone immigrati

Articolo scritto per Famiglie d’Italia da Michael Gray

 

Il 1978 era un anno molto particolare per l’Italia. Era l’anno del rapimento e dell’ uccisione di Aldo Moro e, nello stesso anno, il Vaticano vedeva succedersi tre pontefici diversi. Ma era anche l’anno in cui l’Italia stava per fare un grande cambiamento economico-sociale.

Ho letto di questo grande cambiamento in un piccolo articolo, proprio quattro righe, su un giornale di Firenze, datato 1978. L’articolo riportava il fatto che il governo italiano aveva deciso di non incoraggiare più l’emigrazione italiana verso l’estero. Le radici di questa decisione stavano sicuramente nella consapevolezza del governo che il bacino di manodopera italiano rischiava di prosciugarsi. L’economia aveva bisogno di una forza lavoro qualificata ed era dispendioso istruire ragazzi per poi lasciarli andare via, com’era nella tradizione italiana, ormai da secoli. Forse, addirittura, era arrivato il momento di dare il via ad un fenomeno inverso, aprendo noi le porte all’ingresso di forze nuove. Era l’inizio di una nuova realtà, di una svolta radicale: non più l’Italia degli emigrati, ma l’Italia degli immigrati.

Anche nel mio paese natale, l’Australia, abbiamo ospitato tanti immigrati. Anzi, si può dire che l’Australia sia una nazione di immigrati (tranne che per il popolo aborigeno, che ha subito un quasi genocidio per opera dei primi colonialisti inglesi e di cui vi racconterò in un altro momento) provenienti da tutto il mondo, Italia inclusa.

Mi ricordo del primo italiano nella mia scuola, si chiamava Frank Moracci. Frank era figlio di un immigrato calabrese, se non erro. Erano gli anni ’60 e, anche se l’immigrazione italiana era già in atto da una quindicina di anni, appariva strano trovare un italiano come vicino di banco. Abitavo in una zona al nord di Sydney che, pur non essendo ricca, era sicuramente benestante. Gli immigrati italiani fino ad allora si erano raggruppati in comunità nel sud e nel west della città. Frank era una novità e… l’abbiamo preso in giro.

Piccolino, con la carnagione scura mediterranea, Frank non parlava inglese e non aveva grandi possibilità. Noi eravamo figli bianchi di ex combattenti che avevano lottato nei deserti del Nord Africa contro i Tedeschi e gli Italiani, oppure nelle giungle della Nuova Guinea contro i Giapponesi. Frank era un figlio del nemico, un wog, un “ terrone “.

Il fatto che Frank non riuscisse a parlare inglese rappresentava già un grande limite alla sua istruzione. Per questo motivo Frank fu messo nell’ultima classe con i ragazzi che noi consideravamo delinquenti. Le possibilità di apprendimento a questo punto erano praticamente zero. C’erano atti di bullismo e mi ricordo gli insulti che gli veniva rivolti. E anche se io non ho partecipato direttamente a questi deplorevoli atti, oggi so di esserne ugualmente responsabile, perché non ho fatto niente per fermarli. Se io avessi dimostrato a Frank un attimo di amicizia, forse avrei portato un po’ di felicità nella sua vita. Anzi, se lo avessimo fatto insieme io e i miei compagni di classe, avremmo contribuito a cambiare o, almeno, a migliorare la sua vita.

La storia di Frank Moracci mette in risalto il fatto che il governo australiano di allora considerava l’immigrazione un fatto di pura pianificazione economica. Il fattore sociale, come l’inserimento nella società, non era per nulla preso in considerazione.

Oggi è tutto diverso. In Australia, al suo arrivo, ogni immigrato può partecipare ad un corso d’inglese di tre mesi a tempo pieno e riceve un sussidio di stato durante il periodo. In questo modo una persona o una famiglia ha un attimo di pace e di sicurezza per pianificare e per prepararsi ad un futuro decente nel paese di adozione.

L’immigrazione deve essere considerata una risorsa e, come qualsiasi risorsa, ha anche i suoi costi per la sua trasformazione in un ritorno utile, in questo caso manodopera produttiva e buoni cittadini. In tal senso, a volte, vedo la gestione dell’immigrazione da parte del Ministero degli Interni italiano un po’ contro produttiva: quando fa di tutta un erba un fascio e mette l’immigrazione quasi esclusivamente nel contesto di un’attività di polizia. Il Ministero degli Interni e i suoi funzionari hanno già un lavoro difficile da svolgere ed i compiti di controllo, spesso mirati eccessivamente in un certo senso, contrastano con il lavoro di assistenza necessario al completamento dell’inserimento sociale.

A parere mio, bisogna creare una struttura assestante per la gestione dell’immigrazione in tutti i suoi aspetti. Perché non guardiamo a cosa fanno le altre nazioni che hanno decine, se non centinaia di anni di esperienza a riguardo, e che hanno imparato dalle esperienze e dagli errori del passato? Certo le realtà americane o australiane saranno ben diverse da quella italiana, ma certe logiche rimangono costanti. Soprattutto se consideriamo che un immigrato, nella maggior parte dei casi, vuole migliorare la propria vita e quella della sua famiglia, cercando di inserirsi nel modo più pacifico e tranquillo possibile.

Immigrato non è un sinonimo di delinquente. Lo dimostrano gli statistici. Tra tutti i gruppi ‘etnici’ nella nostra penisola, compresi gli italiani, sono i Filippini quelli che hanno il più basso livello di carcerazione.

Allora sia dato il benvenuto ai Filippini e ad ogni uomo di buona volontà, da qualsiasi parte egli provenga, ma siano chiuse le porte a tutti gli altri che intendono solo approfittarne per degenerare, Italiani inclusi.

Michael Gray