Posts Tagged ‘Enea Eai’

Il G8 di Camp David per un futuro sostenibile… ( Econota 86 )

giugno 12, 2012

Le raccomandazioni per un futuro sostenibile (Summit dei G8 )  by  Villaggio Globale

Focus sui problemi dell’acqua e dell’energia, sulle emissioni e gli assorbimenti dei gas a effetto serra, sulla riduzione delle conseguenze negative e dei danni causati dalle catastrofi naturali e dai disastri derivanti dalle attività umane

Per il summit dei G8 di Camp David (Maryland) del 18 e 19 maggio 2012, le Accademie delle Scienze dei paesi dei G8 (per l’Italia l’Accademia Nazionale dei Lincei) assieme alle Accademie delle Scienze di sette paesi emergenti (Cina, India, Brasile, Messico, Sud Africa, Indonesia e Marocco) hanno inviato ai leader mondiali dei G8 una serie di raccomandazioni sui problemi globali più cruciali che devono urgentemente essere affrontati e trovare soluzioni per lo sviluppo sostenibile del nostro pianeta.

L’Accademia nazionale tedesca delle Scienze Leopoldina, che ha coordinato i lavori per la definizione delle priorità e dei temi cruciali, ha sintetizzato le raccomandazioni suddividendole in tre «statements» che descrivono anche il supporto che la scienza e la tecnologia può dare per la individuazione delle opportune strategie di attuazione.

Il primo «statement» riguarda la correlazione fra i problemi dell’acqua e quelli dell’energia, correlazioni cui i governi mondiali non hanno prestano molta attenzione. Ma ora che la disponibilità d’acqua a livello globale tende a diminuire, cominciano già a manifestarsi conflittualità sui diversi usi dell’acqua, e in particolare tra l’uso dell’acqua per la produzione agro-alimentare e l’uso dell’acqua per la produzione energetica (e in particolare di energia elettrica). Con la crescita della popolazione mondiale e le esigenze di migliore qualità della vita delle popolazioni più povere, la situazione è destinata ad aggravarsi in futuro quando ci sarà più bisogno di cibo e di energia. La gestione delle risorse idriche deve, quindi, essere integrata con la pianificazione dello sviluppo energetico, tenendo conto delle esigenze di sviluppo agroalimentare. La ricerca scientifica e tecnologica è in grado di dare un rilevante contributo per concorrere a individuare le soluzioni più idonee, sia per l’uso efficiente dell’acqua e la tutela delle risorse idriche, sia per lo sviluppo di sistemi energetici competitivi che non hanno bisogno di acqua (come la maggior parte delle fonti rinnovabili) o a basso consumo di acqua per il raffreddamento (come nella maggior parte delle attuali fonti convenzionali).

Il secondo «statement» riguarda le emissioni e gli assorbimenti (sinks) dei gas a effetto serra e, in particolare, la crescita delle conoscenze scientifiche in questi settori per migliorare le misure, i metodi di standardizzazione e le valutazioni dei bilanci netti effettivi emissioni/assorbimenti. Questo miglioramento è però correlato a un’approfondita comprensione del complesso ciclo del carbonio nelle diverse componenti (atmosfera, oceani, biosfera e geosfera) del sistema planetario e delle interazioni del ciclo del carbonio con gli altri cicli biogeochimici naturali. Queste conoscenze sono alla base di qualsiasi trattato internazionale sul clima, così come sull’individuazione delle migliori soluzioni di sviluppo economico che sia ambientalmente e socialmente sostenibile.

Il terzo «statement» riguarda la riduzione delle conseguenze negative e dei danni causati dalle catastrofi naturali e dai disastri derivanti dalle attività umane, perché i costi e le perdite di beni e di vite umane sono aumentati spaventosamente negli anni più recenti. Un esempio significativo è stato l’evento giapponese del marzo 2011: una catastrofe naturale (terremoto e tsunami) che ha innescato un disastro tecnologico (l’incidente nucleare di Fukushima). La ricerca scientifica e tecnologica può, e deve, fornire le più avanzate conoscenze di prevenzione: dall’aggiornamento delle analisi di rischio che tengano conto anche dei cambiamenti climatici e ambientali, fino ai sistemi di allerta e di allarme mediante le nuove tecnologie di osservazione e le nuove Ict (Information and Communication Technologies), dalla ripianificazione del territorio e delle attività umane per ridurne la vulnerabilità alle catastrofi, fino alla gestione tempestiva delle emergenze.

Come ha precisato l’Accademia Leopoldina, gli «statements» delle Accademie Nazionali delle Scienze intendono assistere i governi durante i loro negoziati su argomenti che esse ritengono di maggior rilevanza per la comunità mondiale dei popoli e a cui la scienza è in grado di fornire un efficace contributo.

(Fonte Enea Eai)

 

 

 La pillola eco-impegnata di Paolo Broglio,  ovvero quelli che fanno “……o almeno ci provano

 

Giardinaggio Libero (Guerriglia Gardening actions )

 

Per contrastare il degrado urbano, a volte, basta davvero poco: con le armi pacifiche del Guerriglia Gardening – “biglie” composte da semi di semplici fiori di campo – possiamo ridisegnare e abbellire le aiuole e le aree trascurate della città. Se volete possiamo definirlo “giardinaggio radicale” ma il Guerriglia Gardening è anzitutto una forma di azione non violenta e creativa praticata con l’intento di interagire in modo positivo con lo spazio urbano. E i cosiddetti “attacchi verdi” sono semplici atti dimostrativi grazie ai quali si possono però trasformare gli spazi comuni cancellando con i colori dei fiori un’incuria troppo spesso diffusa.  Le armi a disposizione degli appassionati del verde sono biglie composte da semi di fiori di campo e che non richiedono alcuna cura; basta gettarle nella terra, lasciar fare alla natura e anche le aiuole più trascurate tornano a rivivere. Ancora meglio, poi, se le sementi utilizzate per produrre le biglie non sono OGM, e vengono coltivate secondo principi biologici. 
Le biglie dell’immagine di apertura sono distribuite a Milano da Fortura Giocattoli, storica realtà milanese da oltre un secolo al servizio dell’infanzia.

Fonte : Guerriglia Gardening Comunication

rubrica a cura di

Paolo Broglio

Famiglie  d’Italia

 

Bioeconomia,l’Europa ci crede ( Econota 78 )

febbraio 29, 2012

Nuova sfida europea, tempi maturi per la Bioeconomia

Muove già, di fatto, circa 2.000 miliardi di euro l’anno nei settori dell’agricoltura, della silvicoltura, della pesca, della produzione alimentare, della produzione di pasta di carta e carta, dell’industria chimica, biotecnologica ed energetica

La Commissione europea ha pubblicato la strategia europea per supportare una crescita sostenibile attraverso un rafforzamento della bioeconomia (EC, 2012. «Innovating for Sustainable Growth: A Bioeconomy for Europe»). Per bioeconomia s’intende un’economia basata sull’impiego di risorse biologiche per la produzione di alimenti, mangimi e combustibili per la produzione industriale ed energetica. L’avvio di una bioeconomia a larga scala può significare, per l’Europa, creare nuova occupazione, avviare la crescita economica nelle aree rurali, lungo le coste e nelle aree industriali provate dalla attuale crisi economica, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili e aumentando la sostenibilità economica e ambientale della produzione primaria e dei processi industriali.

Il piano d’azione messo a punto dalla Commissione è basato su un approccio intersettoriale e sull’obiettivo di favorire la nascita di un’economia a emissioni ridotte, conciliando le esigenze di sostenibilità nell’uso delle risorse biologiche per fini produttivi con la tutela della biodiversità e dell’ambiente. I tre aspetti chiave della strategia riguardano lo sviluppo di nuove tecnologie e processi produttivi ispirati alla bioeconomia; lo sviluppo di nuovi mercati in diversi settori interessati e l’avvio di una collaborazione più ampia tra i responsabili politici e le parti interessate. In un’intervista Máire Geoghegan-Quinn, commissaria Eu responsabile per la Ricerca, l’innovazione e la scienza, afferma che l’Europa è ormai matura per passare a un’economia «post-petrolio», dove un più ampio utilizzo delle fonti rinnovabili è una necessità ma anche un’opportunità. Questo processo può essere favorito attraverso la ricerca e l’innovazione, elementi chiave per la protezione dell’ambiente, la sicurezza energetica e alimentare e la futura competitività dell’Europa.
La Commissaria ha però affermato che l’Europa si mostra troppo lenta a recepire le grandi sfide dello sviluppo e che spesso le azioni politiche in questo senso risultano isolate. Una scommessa come quella lanciata dalla strategia europea per la bioeconomia, invece, richiede un quadro di riferimento più forte ed organico, che coinvolga contemporaneamente il mondo scientifico, quello politico e quello imprenditoriale. I fondi pensati per sostenere la strategia europea fanno capo a filoni di finanziamento come la politica agricola comunitaria, il programma di ricerca «Horizon 2020» e altri programmi comunitari e nazionali.
La strategia europea per la bioeconomia segue l’Agenda messa a punto dall’Oecd nel 2009 (Oecd, 2009. The Bioeconomy to 2030: designing a Policy Agenda) in modo originale. L’Agenda dell’Oecd, infatti, è tarata sul ruolo che le biotecnologie (applicate agli ambiti di tipo agricolo, sanitario e industriale) possono giocare nel lanciare a livello mondiale una bioeconomia condivisa. La Commissione europea, invece, facendo seguito al lungo dibattito e al percorso effettuato negli ultimi anni sulla strada della sostenibilità, vede la bioeconomia in un contesto più vasto, dove trovano spazio la sicurezza alimentare, la gestione sostenibile delle risorse naturali, la riduzione dalla dipendenza dalle risorse non rinnovabili, la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici, la competitività europea per creare e mantenere nuovi posti di lavoro.

La visione europea della bioeconomia ha, quindi, un carattere più globale e coerente, che prevede aspetti politici, investimenti in conoscenza, innovazione e incremento di capacità, nuove infrastrutture e strumenti, una governance partecipativa basata su un dialogo informato con la società. L’applicazione di questa strategia, che prevede tra l’altro aspetti controversi come quelli, ad esempio, legati alla produzione dei bio-carburanti, richiederà senza dubbio un notevole impegno a livello politico, economico e sociale.

 È bene però ricordare che la bioeconomia in Europa muove già, di fatto, circa 2.000 miliardi di euro l’anno nei settori dell’agricoltura, della silvicoltura, della pesca, della produzione alimentare, della produzione di pasta di carta e carta, dell’industria chimica, biotecnologica ed energetica. Si prevede che l’attuazione della strategia europea sulla bioeconomia possa moltiplicare tale valore di un fattore dieci entro il 2025.

 ( da Villaggio Globale-Fonte: Enea-Eai)

 

 

La pillola eco-impegnata di Paolo Broglio,  ovvero quelli che fanno “……o almeno ci provano

 

Ricercatori del MIT trovano un modo per utilizzare l’erba tagliata come pannelli solari (di Mark Boyer )

 

Generare energia solare a casa miscelando erba tagliata con sostanze chimiche poco costose? Questo è esattamente quello che il ricercatore MIT Mershin Andreas ha trovato per caso. Lo scienziato dice che creare una cella solare potrebbe essere semplice come la miscelazione di qualsiasi materiale organico verde (erba tagliata, rifiuti agricoli) con un sacchetto di sostanze chimiche e adagiare il composto ottenuto su un tetto. Una volta migliorata l’efficienza del sistema  Mershin, questo tipo di tecnologia solare potrebbe fare energia a basso prezzo rendendola disponibile in luoghi rurali e paesi in via di sviluppo dove le persone non hanno accesso all’energia Qui a Inhabitat, noi abbiamo seguito biophotovoltaics — dispositivi che generano energia dalla fotosintesi — e anche se le possibilità sono illimitate, la maggior parte della tecnologia esistente è molto costoso e lontani dal raggiungimento del mercato. In uno studio pubblicato nel rapporti scientifici, Mershin e i suoi colleghi ricercatori hanno creato un processo di “dirottare” PS-sono molecole che sono responsabili per la fotosintesi. Come Mershin spiega in questo video, al fine di ottenere queste molecole a lavorare per noi, dobbiamo estrarre la proteina che si trova al centro della fotosintesi e stabilizzare il modo che essa continua a vivere e operare in un pannello solare.

Mershin e il suo team ha sviluppato una nanostruttura in biossido di titanio, supportato da nanofili, che trasporta un flusso di corrente. Il sistema è in grado, per ora, di convertire solo 0,1 per cento dell’energia del sole in elettricità —  quattro ordini di grandezza migliori rispetto ai precedenti sistemi biophotovoltaici — ma questa percentuale dovrà essere migliorata ulteriormente prima che la tecnologia possa essere utile. La svolta ” porta la promessa di una energia solare economica ed ecologica “. Il dr. Mershin spera che tutto ciò avverrà entro pochi anni.

rubrica a cura di

Paolo Broglio

Famiglie  d’Italia

I biocarburanti possono aumentare le emissioni di CO2 ( Econota 69 )

novembre 8, 2011

Ma i biocarburanti non sono «carbon neutral»

 
Dibattito su «Eai» dell’Enea ( fonte: Villaggio Globale )

Aumentano le emissioni di anidride carbonica atmosferica, a meno che i biocombustibili non vengano ottenuti da biomasse coltivate su terreni desertici o marginali privi di «carbon stocks» e incapaci naturalmente di essere «carbon sinks». Lettera di scienziati alla Commissione europea e altre prese di posizione

È polemica aperta sulla decisione europea a proposito dei biocarburanti. Il dibattito sta trovando spazio sulle colonne della rivista dell’Enea, «Eai».

Tutto parte in seguito del parere espresso il 15 settembre dal Consiglio scientifico della Easecondo cui i biocombustibili non sono «carbon neutral» ma aumentano le emissioni di anidride carbonica atmosferica, a meno che i biocombustibili non vengano ottenuti da biomasse coltivate su terreni desertici o marginali privi di «carbon stocks» e incapaci naturalmente di essere «carbon sinks», inizia a divampare una polemica internazionale perché la Commissione europea, sembra, non abbia dato eccessivamente peso al parere della Eea.
Ora un centinaio di scienziati di tutto il mondo hanno scritto una lettera, nella quale affermano che la Commissione europea, nel considerare i biocombustibili come «verdi» attribuendo loro la caratteristica di essere «carbon neutral», commette un errore perché non c’è alcuna evidenza scientifica che giustifichi questa decisione che, peraltro, è diventata legge europea. Definire i biocombustibili come ecologici, verdi o carbon neutral comporta anche un danno perché incentiva la distruzione dell’agricoltura e delle foreste (che sono carbon sinks e producono carbon stock) per far spazio alla coltivazione delle biomasse (che sono «carbon neutral» solo perché non sono «carbon sink», ma contemporaneamente, però, distruggono i «carbon stocks»).
Su questo aspetto (biocombustibili non verdi) la Rivista «Enea Eai» pubblica su Focus del numero che sta per uscire, il parere di Lorenzo Ciccarese, un esperto agroforestale di Ispra su «carbon stocks» e «carbon sinks». Ciccarese dice in sintesi che il Consiglio scientifico (e quindi anche questi 100 scienziati) hanno ragione, ma fino ad un certo punto, perché, esclusi i terreni desertici (incapaci di essere carbon sink) e privi di carbon stock, dove sicuramente la Eea e gli altri scienziati hanno ragione, è necessario, per tutti gli altri suoli fare, invece, un bilancio fra i vari «pool» di carbonio (emissioni, assorbimenti, accumuli come sink e accumuli come stock) per valutare se effettivamente la coltivazione di biomasse per biocombustibili aumenta o meno le emissioni di anidride carbonica in atmosfera.

Sicuramente il dibattito tenderà ad amplificarsi e a diventare conflittuale, anche in considerazione del fatto che l’Unione europea, sulla ipotesi che i biocombustibili siano «carbon neutral» cioè ecologici e verdi, ha basato anche le sue strategie di riduzione delle emissioni nelle politiche energetiche, ad esempio: quella del Set plan 20-20-20, quella dei trasporti per utilizzare una certa quota di biocombustibili al 2018.
Inoltre, molti produttori di biocombustibili hanno già pianificato le loro attività e messo a punto i loro piani di sviluppo industriale per i prossimi anni in funzione delle strategie europee sui biocombustibili e del mercato che si prospetta per il commercio di biocombustibili.
Si profilano, insomma, grosse battaglie ed è bene sottolineare che la criticità di questo argomento già dal 15 settembre scorso, è stato portato alla conoscenza dei lettori del numero che sta per uscire.

Infine c’è da segnalare la presa di posizione dell’European Biodisel Board sulla introduzione nella direttiva biocombustibili del Iluc per tener conto dei possibili danni all’agricoltura derivanti dalla coltivazione di biomasse per biocombustibili. Anche l’Iluc adottato dalla Commissione europea in una sua direttiva non è scientificamente provata, secondo questo comunicato. Nella conversione dei suoli da agroalimentare a produzione di biocombustibili, così come tra deforestazione di un suolo per convertirlo produzione di biocombustibili non c’è alcuna correlazione, sempre secondo questo position paper. Insomma, bisogna produrre biocombustibili come era previsto inizialmente dalla Commissione, senza introdurre fattori correttivi come Iluc. È una posizione contro gli scienziati e contro la Commissione che nell’ultima direttiva aveva introdotto fattori correttivi. La polemica va avanti.

 

La pillola eco-impegnata di Paolo Broglio,  ovvero quelli che fanno “……o almeno ci provano

 

Dall’industria del formaggio il packaging eco-sostenibile

A Barcellona, alcuni scienziati avrebbero da poco scoperto che le proteine del siero di latte si possono trasformare in una speciale plastica sostenibile

 Abbiamo sentito spesso parlare delle “Whey protein“, ossia delle “proteine del siero di latte”, un mix proteico in polvere ottenuto dal liquido (o siero appunto) usato per la lavorazione del formaggio. Spesso utilizzate come additivo per un’ampia gamma di prodotti alimentari (tra cui pastine, creme, budini e prodotti da forno), le Whey protein hanno trovato da pochi giorni anche un altro impiego: l’imballaggio.

Sembra infatti che a Barcellona, alcuni scienziati abbiano da poco scoperto che queste proteine possano essere trasformate in una speciale plastica sostenibile, perfetta per le confezioni di generi alimentari. La ricerca, denominata “WheyLayer“ è stata finanziata interamente dalla Commissione Europea per trovare un’alternativa alle fonti di petrolio nel packaging alimentare. Grazie a questo progetto quindi, è stato possibile intuire che le proteine del siero di latte potrebbero sostituire completamente alcuni prodotti sintetici a base di petrolio. Una scoperta che non solo renderà più economico il processo di produzione degli imballaggi, ma che faciliterà enormemente il riciclo delle confezioni sintetiche.

Fonte: Le Rinnovabili

rubrica a cura di:

Paolo Broglio

Famiglie  d’Italia