Posts Tagged ‘lavoro’

Riprendiamo a volare con le nostre ali!

ottobre 22, 2014

Cari amici lettori di Famiglie d’Italia, mi scuso con voi se ultimamente scrivo molto poco su questo blog. Ebbene sì, lo confesso, ma gli stimoli mi sono venuti a mancare. Troppe cose non funzionano nel nostro Paese e le parole, purtroppo, servono ormai a ben poco: sono i fatti che occorrono, ma in Italia è quasi impossibile! Incertezza, confusione e corruzione la fanno da padroni ormai incontrollabili. Nessun campo può dirsi escluso, dalla politica, alle istituzioni…tutte, anche religiose, a volte. Perché l’elemento in comune rimane l’uomo con le sue debolezze e le sue falsità. E il più debole soccombe! Sono partito sei anni fa a comunicare con voi con tanto entusiasmo e prospettive, mi ritrovo solo e con poche soluzioni da offrirvi. Il giocattolo Italia si sta sfaldando ed il lavoro possono pure toglierlo dal primo emendamento della Costituzione… perché l’Italia non è più una repubblica fondata sul lavoro e forse non lo è mai stata. Da noi ora, come in gran parte del mondo, regna l’incertezza… ma da noi in modo particolare. La soluzione forse, come ho sempre detto, sta nella terra. Ho scoperto che affittare la terra e lavorarla costa pochissimo. La terra per dare i frutti bisogna lavorarla, ma a noi hanno disinsegnato a lavorare per cui i lavori più pesanti li abbiamo lasciati agli altri. Chi è entrato nel nostro Paese conosceva le nostre debolezze e con il sudore ha debellato i nostri pregiudizi colmi di diritti e svuotati dei doveri. Per riprendere a volare occorre  riconciliarci con la fatica ed il sudore. Credetemi, stiamo tornando inesorabilmente come ai tempi post bellici, e forse peggio. CORAGGIO, armiamoci di buona volontà e spirito di iniziativa, non aspettiamo più gli altri, inventiamoci il lavoro e…RIPRENDIAMO A VOLARE CON LE NOSTRE ALI.

Umberto Napolitano

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Il giorno di Thor nell’Italia dei dubbi e della confusione

novembre 28, 2013

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Oggi è un giovedì molto strano, il giorno di Giove per gli antichi Romani o quello dei tuoni e dei fulmini per gli antichi Britanni, da cui Thursday, ovvero il giorno di Thor. Per noi italiani oggi invece è solo il giorno dei dubbi e della gran confusione. Quanto accaduto ieri rimarrà perennemente scritto nei libri di storia: 20 anni di un certo modo di fare politica sono stati defenestrati in modo traumatico  senza se e senza ma. I dubbi che ci rimangono ( per il fatto che nessuno ha saputo chiarirci le idee in modo definitivo, ne i giudici che hanno condannato Silvio Berlusconi senza fornirci evidenti pistole fumanti della sua colpevolezza, ne gli avversari che lo hanno definitivamente eliminato dalla politica con un voto senza appello ) sono dovuti alla mancanza della certezza che l’imputato sia un delinquente conclamato oppure la vittima sacrificale di un potere occulto che pur di vincere calpesta, tutto e tutti, diritti ed ideali. La confusione è nella nostra testa ormai da tempo e, dopo ieri, ancor di più. In mano a chi sono affidate le sorti del nostro futuro? A gente competente e moralmente sana o a  “numeri ” messi lì solo per portare a termine un disegno oscuro che vede la fine della storia di una grande Nazione come la nostra, condannata ad un destino che la vedrà definitivamente invasa e spartita fra barbari d’oltre Alpe e schiere islamiche ottomane alla secolare ricerca di ampliare i propri confini?…

Credo che la risposta migliore stia dentro di noi: nella forza delle nostre braccia e nel risveglio definitivo dei nostri cervelli da troppo tempo dormienti, quasi atrofizzati, per anni di promesse e di razzie sconsiderate nei nostri portafogli. La salvezza e la rinascita sono nelle nostre tradizioni e nella solidità del nostro territorio. Non lasciamolo in mano di gente famelica e bramosa, riappropriamoci della nostra identità riscoprendo la nobiltà e l’orgoglio del lavoro manuale, quello nei campi, nelle botteghe, nelle officine, nei cantieri… il lavoro non è solo dietro ad una scrivania o nel rincorrere la dea bendata nella grande bisca legalizzata che ci hanno costruito intorno: il lavoro è fatica e sudore con consapevolezza ed intelligenza. Io sto lanciando uno slogan… ” vogliamo contadini laureati! “… Cosa significa?… significa che la cultura è un bene che potrà solo apportarci altro bene, in qualsiasi campo opereremo. La cultura farà sì che ogni famiglia potrà trasformarsi in una piccola azienda preparata nella fase creativa, nelle strategie di marketing, nella tutela legale: il mondo ricerca il nostro ingegno e la qualità dei nostri prodotti chiamandoli ” Made in Italy “… teniamolo sempre ben chiaro nella nostra mente come base certa della nostra risalita, cancellando così in modo naturale ed incruento ogni tentativo di assimilarci e schiavizzarci.

Umberto Napolitano

Famiglie  d’Italia

Venti di guerra nel mondo…

settembre 5, 2013

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MA ANDATE TUTTI A… E LASCIATECI LAVORARE IN PACE !!!

 

Umberto Napolitano

Famiglie  d’Italia

 

 

Il ” bailamme ” Italia visto da Giacomo Carone

gennaio 5, 2012

C’è chi pensa di conoscere i fatti leggendo i quotidiani o guardando la droga con la spina, come amo definire la TV, ma siamo sicuri che ciò che ci fanno credere sia vero?

Ci sono troppe persone in fila come pecoroni a credere alle notizie create a tavolino come fosse oro colato.

Iniziano quando si è ancora piccoli a crearci dei paradigmi che ci annientano poi nella nostra vita da adulti, attraverso l’istruzione e la dottrina. Perchè insegnare alle persone ad essere quanto di meglio sono, nella realtà potrebbe essere un pericolo per coloro che ci abbindolano giorno per giorno. Meglio un popolo beeelante che uno che ragiona con la propria testa.

Le prime cose che ci insegnano sono:
– i concetti relativi al bene ed al male, visti però secondo la loro logica;
– che c’è un Dio che vive lassù nel cielo che ti giudica ed è pronto a scaraventarti nella geenna a bruciare per l’eternità se fai così o colà e ti attacchi alle cose materiali (peccato che coloro che si arrogano il diritto di insegnarti questo, sono ben distanti dall’operare con queste modalità di vita);
– che la politica è l’unica che può governare un popolo nella piena giustizia;
– che lo “status quo” è inviolabile;
– che la globalizzazione è necessaria per la sopravvivenza della razza umana.

Chi mi conosce sa bene che ho il massimo rispetto per le Persone e le Istituzioni e per ciò che esse rappresentano nella società, se però permettono l’evoluzione degli individui e della società stessa, altrimenti, come individuo pensante e dotato di libero arbitrio, mi permetto di dissentire, motivandone debitamente le ragioni, al limite di diventare talvolta pedante.

“Ama le persone ed usa il denaro” è una frase che Bob Proctor utilizza spesso nei suoi seminari e nei suoi scritti, e dovrebbe essere alla base di un’Economia con la “E” maiuscola, invece è il contrario; si mette il denaro davanti alle Persone, spesso famigliari stretti compresi o proprio sè stessi. Vediamo in questo periodo quante separazioni, omicidi e suicidi si verificano nel nome del denaro.

Cos’ha portato la globalizzazione? Schiavitù, lavoro nero a basso prezzo (ma ad alto prezzo di vite umane), distruzione di raccolti e prodotti quali ad esempio il latte in nome di una “quota” stabilita da chi ed a nome di chi, con conseguente impoverimento dei produttori locali.

Ci hanno fatto credere alla sicurezza del mattone, dove si può speculare a dismisura pur avendo una bassa istruzione, con conseguenze catastrofiche per le famiglie, indebitate con le banche per acquistare un edificio strapagato e troppo spesso insicuro (terremoti ed alluvioni varie docet), quando le banche stesse non te le mettono all’asta perchè non riesci a pagare il mutuo. Poi poverine, le banche, ottengono gli aiuti mondiali per “aiutare” i bisognosi, e questo permette loro di attribuire ai soci i dividendi alle spese della società, senza però fornire l’aiuto necessario a chi ne ha bisogno realmente (si trincerano dietro ai vari Basilea 1, 2…n, da loro stessi creati).

Questo dilagare dei giochi d’azzardo legalizzati, ha uno studio preliminare molto accurato a tavolino, che però non è riportato dai quotidiani o dalle tv. Stranamente recentemente qualcuno ha perso lo scranno più ambito in Italia, ma in cambio le sue aziende hanno avuto il monopolio dei sistemi di gioco on-line.

Ci sono sistemi per produrre energia a costi contenuti e fornendo lavoro alle manovalanze locali, ma vengono eluse a favore dei sistemi imposti dal mercato. Guarda caso, chi estrae, trasforma e commercializza tutt’ora prodotti inquinanti come i derivati del petrolio, parallelamente e spudoratamente sotto lo stesso marchio ci propone sistemi “green”, Green, Eco, Certificazioni: questo è il nuovo mercato. Ci lavoro quotidianamente ed anche qui l’economia la fa da padrona: paghi e puoi proporre…. mi fermo qui.

L’autarchia è un reato; denigrare un prodotto locale è da stolti. Ci hanno tolto i raccolti locali in nome degli “aiuti comunitari”; ci hanno tolto una vecchia e malandata moneta in nome del “forte Euro”; la nostra maggiore produttrice di auto, che vive sulle spalle di noi italiani tutti oramai da decenni, va a risanare un capostipite mondiale del settore…

La scuola dovrebbe insegnare come si diventa “individui”, aiutando una persona a maturare ed a crearsi una “indipendenza” a tutti i livelli, per poi poter attivare una funzione di “interdipendenza” con altri individui in forma costruttiva e vantaggiosa per tutti.

Ok; siamo fortunati che ci lasciano la libertà! Permettono alle TV pagate “spintaneamente” da noi Italiani, di far parlare personaggi comici, giornalisti ed opinionisti che danno libero sfogo ad idee analoghe alle nostre. Ma siamo sicuri che non siano al soldo dell’economia per svolgere proprio la funzione di “valvole di sfogo” per il popolo?

La settimana scorsa ero a tavola con mia figlia tredicenne e parlavamo di queste cose e di ciò che Famiglie d’Italia sta preparando come propositi concreti per dare una smossa al “sistema” attualmente imperante, e mi ha colpito la sua domanda: “Ma papà, siete dei rivoluzionari?”. La mia risposta è stata diretta e molto secca: “Vedi Ari, c’è chi fa le rivoluzioni con le armi facendo soffrire altre persone, e chi le fa con progetti fattivi: noi abbiamo scelto la seconda opzione”. Al che le è tronato il sorriso ed ha continuaro a pranzare.

Grazie povera Italia malandata e grazie a coloro che credono in progetti che portino a tutti noi Italiani il benessere che ci meritiamo, ed un doveroso ringraziamento anche ad Umberto Napolitano, presidente di Famiglie d’Italia:

 

 

Giacomo Carone

Pomigliano… una caduta di buon senso sulla pelle degli altri

giugno 16, 2010

Non è possibile che uno abbia ragione e tutti gli altri torto: su questo concetto baso l’articolo di oggi e mi ritrovo concorde con il mio vicino di casa, un militante Pd vecchio stampo, onesto negli ideali quanto nelle critiche… ” i tempi sono cambiati e qualcuno sembra non voglia rendersene conto “… (more…)

Famiglie d’Italia, per dire chi siamo…2 ( replica )

ottobre 16, 2009

Continua il periodo di festeggiamento del primo anno di vita di questo blog riproponendo un triade di articoli essenziali per i motivi della nostra nascita: la politica ultimamente, a parte le risse dialettiche e non, offre ben poco. Verrebbe da dire… da Anno Zero a Porta a Porta niente di nuovo sul  ” Fronte Italia “

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Famiglie d’Italia,per dire chi siamo! 2

Gennaio 17, 2009

A seguito dell’articolo da noi pubblicato ieri, intendo continuare nell’analisi del significato dell’espressione ” per dire chi siamo “, per cercare di dare delle risposte che  soddisfino le richieste ricevute. Il mio nome è Umberto e il cognome Napolitano; sono nato a Brescia un  paio d’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale da padre salernitano e da madre delle isole Eolie, conosciutisi chissà come a Milano e sposatisi, ancor di più chissà come, a Saluzzo: credo che non ci siano dubbi, una famiglia italiana. (more…)

Immigrazione, dal punto di vista di un immigrato privilegiato

novembre 25, 2008

Barcone immigrati

Barcone immigrati

Articolo scritto per Famiglie d’Italia da Michael Gray

 

Il 1978 era un anno molto particolare per l’Italia. Era l’anno del rapimento e dell’ uccisione di Aldo Moro e, nello stesso anno, il Vaticano vedeva succedersi tre pontefici diversi. Ma era anche l’anno in cui l’Italia stava per fare un grande cambiamento economico-sociale.

Ho letto di questo grande cambiamento in un piccolo articolo, proprio quattro righe, su un giornale di Firenze, datato 1978. L’articolo riportava il fatto che il governo italiano aveva deciso di non incoraggiare più l’emigrazione italiana verso l’estero. Le radici di questa decisione stavano sicuramente nella consapevolezza del governo che il bacino di manodopera italiano rischiava di prosciugarsi. L’economia aveva bisogno di una forza lavoro qualificata ed era dispendioso istruire ragazzi per poi lasciarli andare via, com’era nella tradizione italiana, ormai da secoli. Forse, addirittura, era arrivato il momento di dare il via ad un fenomeno inverso, aprendo noi le porte all’ingresso di forze nuove. Era l’inizio di una nuova realtà, di una svolta radicale: non più l’Italia degli emigrati, ma l’Italia degli immigrati.

Anche nel mio paese natale, l’Australia, abbiamo ospitato tanti immigrati. Anzi, si può dire che l’Australia sia una nazione di immigrati (tranne che per il popolo aborigeno, che ha subito un quasi genocidio per opera dei primi colonialisti inglesi e di cui vi racconterò in un altro momento) provenienti da tutto il mondo, Italia inclusa.

Mi ricordo del primo italiano nella mia scuola, si chiamava Frank Moracci. Frank era figlio di un immigrato calabrese, se non erro. Erano gli anni ’60 e, anche se l’immigrazione italiana era già in atto da una quindicina di anni, appariva strano trovare un italiano come vicino di banco. Abitavo in una zona al nord di Sydney che, pur non essendo ricca, era sicuramente benestante. Gli immigrati italiani fino ad allora si erano raggruppati in comunità nel sud e nel west della città. Frank era una novità e… l’abbiamo preso in giro.

Piccolino, con la carnagione scura mediterranea, Frank non parlava inglese e non aveva grandi possibilità. Noi eravamo figli bianchi di ex combattenti che avevano lottato nei deserti del Nord Africa contro i Tedeschi e gli Italiani, oppure nelle giungle della Nuova Guinea contro i Giapponesi. Frank era un figlio del nemico, un wog, un “ terrone “.

Il fatto che Frank non riuscisse a parlare inglese rappresentava già un grande limite alla sua istruzione. Per questo motivo Frank fu messo nell’ultima classe con i ragazzi che noi consideravamo delinquenti. Le possibilità di apprendimento a questo punto erano praticamente zero. C’erano atti di bullismo e mi ricordo gli insulti che gli veniva rivolti. E anche se io non ho partecipato direttamente a questi deplorevoli atti, oggi so di esserne ugualmente responsabile, perché non ho fatto niente per fermarli. Se io avessi dimostrato a Frank un attimo di amicizia, forse avrei portato un po’ di felicità nella sua vita. Anzi, se lo avessimo fatto insieme io e i miei compagni di classe, avremmo contribuito a cambiare o, almeno, a migliorare la sua vita.

La storia di Frank Moracci mette in risalto il fatto che il governo australiano di allora considerava l’immigrazione un fatto di pura pianificazione economica. Il fattore sociale, come l’inserimento nella società, non era per nulla preso in considerazione.

Oggi è tutto diverso. In Australia, al suo arrivo, ogni immigrato può partecipare ad un corso d’inglese di tre mesi a tempo pieno e riceve un sussidio di stato durante il periodo. In questo modo una persona o una famiglia ha un attimo di pace e di sicurezza per pianificare e per prepararsi ad un futuro decente nel paese di adozione.

L’immigrazione deve essere considerata una risorsa e, come qualsiasi risorsa, ha anche i suoi costi per la sua trasformazione in un ritorno utile, in questo caso manodopera produttiva e buoni cittadini. In tal senso, a volte, vedo la gestione dell’immigrazione da parte del Ministero degli Interni italiano un po’ contro produttiva: quando fa di tutta un erba un fascio e mette l’immigrazione quasi esclusivamente nel contesto di un’attività di polizia. Il Ministero degli Interni e i suoi funzionari hanno già un lavoro difficile da svolgere ed i compiti di controllo, spesso mirati eccessivamente in un certo senso, contrastano con il lavoro di assistenza necessario al completamento dell’inserimento sociale.

A parere mio, bisogna creare una struttura assestante per la gestione dell’immigrazione in tutti i suoi aspetti. Perché non guardiamo a cosa fanno le altre nazioni che hanno decine, se non centinaia di anni di esperienza a riguardo, e che hanno imparato dalle esperienze e dagli errori del passato? Certo le realtà americane o australiane saranno ben diverse da quella italiana, ma certe logiche rimangono costanti. Soprattutto se consideriamo che un immigrato, nella maggior parte dei casi, vuole migliorare la propria vita e quella della sua famiglia, cercando di inserirsi nel modo più pacifico e tranquillo possibile.

Immigrato non è un sinonimo di delinquente. Lo dimostrano gli statistici. Tra tutti i gruppi ‘etnici’ nella nostra penisola, compresi gli italiani, sono i Filippini quelli che hanno il più basso livello di carcerazione.

Allora sia dato il benvenuto ai Filippini e ad ogni uomo di buona volontà, da qualsiasi parte egli provenga, ma siano chiuse le porte a tutti gli altri che intendono solo approfittarne per degenerare, Italiani inclusi.

Michael Gray