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Capitan Schettino e l’incomoda verità ( Famiglie d’Italia news )

gennaio 25, 2012

 

 

Segnalatomi da una mail spedita da Andrea, parte attiva dall’associazione Movimento per la Vita, e tratto da un articolo de Il Foglio di ieri, firmato da Carlo Panella ( nella foto sotto ), e dal titolo ” Il destino di un capitano “, vi propongo di leggerne uno scorcio nel quale Capitan Schettino riscopre la stoffa da marinaio eccezionale soltanto dopo l’errore fatale, invitandovi, però, anche a meditarci sopra ed a trarne delle conclusioni personali… forse.

… ” E qui, proprio qui, sul tracciato del sistema satellitare Ais, troviamo il vero mistero di questa vicenda, vergognosamente evitato da settimane dai media (e dalla capitaneria di porto di Livorno, dalla Costa Crociere e dalla procura di Grosseto). Inequivocabilmente, il tracciato reale dimostra che capitan Schettino, fatto l’errore tragico, si è subito comportato come un eccezionale comandante, come un lupo di mare provetto, salvando col suo sangue freddo centinaia, se non migliaia di vite.

Guardando il tracciato e la successione dei tempi, si spiegano anche i “video dello scandalo” in cui si vede e si sente una hostess filippina rimandare tutti i passeggeri nelle cabine. Si spiega il ritardo di più di un’ora nell’ordine di abbandonare la nave. Dopo l’urto, infatti, la Concordia, con il timone fuori uso e i motori in panne, ha un abbrivio di circa un miglio, verso il largo, dove l’acqua è profonda 200 metri. E imbarca acqua, a tonnellate, come viene riferito a Schettino che capisce che dare in quel momento l’ordine di abbandonare la nave, a un miglio dalla costa, rischia di vedere la Concordia inabissarsi in acque profonde ben prima che le migliaia di passeggeri e membri dell’equipaggio possano salire sulle scialuppe. Schetttino allora getta le ancore, e fa filare le catene, impone così alla nave un testa coda, un pruapoppa, da vertigine, geniale, il tracciato forma un nodo strettissimo, come quel colosso di nave fosse un gozzo. Poi, con quel poco d’abbrivio e di forza di macchine che ancora ha, Schettino riavvicina la nave alla osta e la fa incagliare in acque bassissime, a un braccio dal porto del Giglio. Chapeau! E’ passato poco più di un’ora dallo speronamento. L’ordine di abbandonare la nave viene dato da capitan Schettino esattamente dopo due minuti dall’incagliamento. Una sequenza di decisioni da far tremare i polsi presa con perizia e bravura eccezionali. Tutto questo è subito chiaro a chi sa un briciolo di mare. Ma viene taciuto da chi inizia la bagarre sulla viltà di capitan Schettino, con la capitaneria di porto di Livorno che dà in pasto alle belve la conversazione tra lui e il capitano De Falco (speriamo, contro la sua volontà) e la procura di Grosseto che soffia sul fuoco sull’infamia del disgraziato.

Il tutto, si badi bene, in nome e in omaggio di un articolo del nostro Codice di navigazione che prevede pene sino a 15 anni per il comandante che – in buona sostanza – non abbandoni per ultimo la nave. Prescrizione giudicata poco meno che demenziale dall’autorevole viceammiraglio Alan Massey, capo esecutivo della guardia costiera britannica, che ha affermato: “Nel diritto internazionale non è previsto che il comandante debba essere l’ultimo ad abbandonare la nave. Anzi, talvolta questa opportunità può risultare addirittura controproducente”. Dunque, capitan Schettino, nel processo – ma sarà ormai troppo tardi – pur avendo tutta l’indiscutibile colpa per la morte di una trentina di passeggeri, avrà materia per difendere quantomeno il suo nome, la sua onorabilità e anche il merito di avere comunque salvato centinaia di vite. Un chiaroscuro. Il peso della colpa per l’accostamento folle alla riva e il contrappeso della manovra da manuale per rimediare. Materia fine, complessa, comprensibile solo a chi frequenta quella “linea d’ombra” che porta con sé il comando, specie sul mare. Materia totalmente estranea alla voracità manichea imperante. “…

Carlo Panella

introduzione a cura di

Umberto Napolitano

Famiglie  d’Italia