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Carenza di immondizia ( Econota 99 )

dicembre 3, 2012

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E la Svezia importa rifiuti

Nel Paese scandinavo il problema è rappresentato dalle enormi percentuali di riciclaggio dei rifiuti, ben il 36%, mentre solo il 45% di essi viene bruciato. Di conseguenza i nuovi inceneritori di ultima generazione non riescono a lavorare a regime, con un enorme dispendio di denaro.

Carlo Ciminiello ( fonte: Villaggio Globale )

Per la serie quando il troppo virtuosismo diventa controproducente, la Svezia, che discarica solo l’1% dei rifiuti, si vedrà costretta, già nell’immediato futuro, a importare enormi carichi d’immondizia per soddisfare il fabbisogno dei suoi moderni e complessi impianti di bruciatura.

Può sembrare un paradosso ma nel Paese scandinavo il problema è rappresentato proprio dalle enormi percentuali di riciclaggio dei rifiuti, ben il 36%, mentre solo il 45% di essi viene bruciato. Di conseguenza i nuovi inceneritori di ultima generazione non riescono a lavorare a regime, con un enorme dispendio di denaro.

Tale problema si riflette poi anche sulle amministrazioni svedesi e sui cittadini stessi, poiché l’approvvigionamento energetico che deriva dalla bruciatura risulta poi minimo.

Stando alle stime dello Swedish Waste Management, grazie ai performanti inceneritori svedesi, la Svezia genera energia sufficiente ad assicurare il 20% del fabbisogno nazionale e fornisce elettricità a 250mila famiglie su 4,5 milioni totali.

Stoccolma ha deciso quindi di intraprendere una strada parallela, ma diametralmente opposta rispetto a quella di molti Comuni italiani, come Roma o Napoli, cominciando a importare immondizia per approvvigionarsi maggiori quantità di materie prime da destinare poi alla bruciatura.

L’intento è naturalmente quello di compensare le considerevoli capacità di incenerire i rifiuti con le reali quantità trattate.

Caterina Ostlund, dirigente dell’Agenzia svedese di protezione ambientale, ha di recente affermato: «Valorizzare i rifiuti è una saggia scommessa, proprio in un mondo in cui il prezzo dell’energia continua a salire e potremmo trovarci di fronte a una carenza di carburante. Ed è importante anche per il Paese scandinavo trovare il modo di ridurre la produzione di rifiuti e aumentare il riciclaggio. La valorizzazione dell’energia ricavata dai rifiuti è una buona soluzione».

In tempi in cui equilibrio e costanza rappresentano forse gli unici attributi su cui costruire ideali e progetti la Svezia ha deciso di adottare determinate strategie energetiche apparentemente, ma solo apparentemente controproducenti e che, invece, nel breve periodo, potrebbero rappresentare reali soluzioni al problema.

La pillola eco-impegnata di Paolo Broglio,  ovvero “quelli che fanno “……o almeno ci provano

Rete natura è un ecosistema che vive di acqua di mare ( da Inhabitat )

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Nonostante i tentativi per arginare l’innalzamento del livello del mare , resta il fatto che senza un controllo il cambiamento climatico si tradurrà in un notevole aumento del livello degli oceani. Questo aumento del livello del mare mette milioni di vite e case in pericolo – dalle nazioni insulari piccoli del Sud Pacifico alle le residenze di lusso di Outer Banks del North Carolina. La preparazione di questo cambiamento richiede la volontà di adattarsi ai nuovi ecosistemi che emergeranno in questo sale-acquoso mondo.

La Rete Natura non è solo progettata per fornire ai singoli individui o famiglie con acqua dolce –ma è destinata ad essere parte di una più grande infrastruttura idrica locale. “E ‘una rete idrica intelligente controllata da sensori che leggono la mancanza locale di acqua e, tramite una scheda, attiva le pompe che forniscono l’acqua dove vi è un picco di domanda”, spiegano i progettisti. “La rete idrica intelligente sarà uno strato della rete ecologica, della rete elettrica intelligente e della rete di comunicazione. Questa strategia non solo dà risposta alla salvaguardia dell’ambiente ma è anche un modello radicalmente nuovo che garantisce l’accesso libero e democratico alle risorse a tutti. “

rubrica a cura di

Paolo Broglio

Famiglie  d’Italia

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Naturale/Artificiale, scontro di due sistemi incompatibili? ( Econota 88 )

luglio 5, 2012

Esiste il contrasto Naturale/Artificiale?

Ignazio Lippolis ( Villaggio Globale )

Il punto ora è che stiamo assistendo allo scontro di due sistemi incompatibili. Il naturale e l’artificiale. Il responsabile di tale scontro è l’uomo. E non sappiamo se l’uomo si stia staccando dal naturale o, per ipotesi puramente teorica, non abbia mai fatto parte del mondo naturale

Eresia, ricerca, fanta-scienza… tutto e il contrario di tutto. In questo numero di giugno di «Villaggio Globale» si confrontano i ricercatori e la scienza applicata su un dibattito antico eppur sempre nuovo a cui l’uomo apporta il suo instancabile contributo, negativo o positivo. Questo che proponiamo è l’Editoriale. La rivista è on line nella parte destra del portale.

Se dobbiamo prendere per buone le segnalazioni che vengono dal mondo della prima infanzia, quando i bimbi concettualizzano quello che vedono ed elaborano le prime considerazioni, dobbiamo concludere che la forbice fra quello che è naturale e quello che è artificiale si allarga sempre di più.

Piuttosto che sorridere alle loro espressioni o, peggio, trasformarle in pubblicità, faremmo bene a riflettere.

La cruda realtà è che ci stiamo allontanando da una visione empatica con la natura, né le radicalizzazioni aiutano. Non si tratta di parteggiare per il creazionismo o per la scienza; non si tratta di diventare musulmani, induisti, buddisti; non ci sono libri da bruciare o guerre da combattere.

Tutta la storia dell’umanità, dalle origini ad oggi, è una triste, insensata, inutile storia di guerre e morti. Eppure, è proprio nell’impasto tra dolore e gioia, come in un eterno divenire, creare e ricreare, che nel bene o nel male, siamo arrivati ad oggi.

La risposta è proprio nell’intrinseco ricercare la felicità, proprio di ogni essere vivente (e non ho detto uomo…).

Ma chi decide qual è il bene?

Consideriamo la catena alimentare. Ogni sistema, pur soggetto all’ordine superiore, ha un suo equilibrio, quindi una sua felicità. Quell’equilibrio, visto da un osservatore estraneo al sistema, è fatto di vita e di morte, di gioie e dolori.

Quando si rompe l’equilibrio allora le conseguenze sono imprevedibili per tutti fino a quando non si stabilisce un altro equilibrio. Ed essendo venuto meno un sistema, non è detto che il nuovo equilibrio sia in realtà tale o non sia l’inizio della rottura di tutta la catena.

Il punto ora è che stiamo assistendo allo scontro di due sistemi incompatibili. Il naturale e l’artificiale. Il responsabile di tale scontro è l’uomo. E non sappiamo se l’uomo si stia staccando dal naturale o, per ipotesi puramente teorica, non abbia mai fatto parte del mondo naturale.

Non sto sragionando. Sto semplicemente mettendo insieme le conoscenze storiche, filosofiche, religiose, archeologiche che tutti noi possediamo e alle quali abbiamo possibilità di accedere e alle quali rimando per non trasformare questo breve articolo in un trattato.

Qui mi preme spingere, con qualche provocazione, alla riflessione, perché il lungo cammino che dall’alchimia alla chimica, dalla tecnologia alla nanotecnologia, dalla biologia all’ingegneria genetica ci ha portato fino ad oggi, proprio ci dice che lo scontro continua, è in atto e prosegue, anzi galoppa.

Quante sono le sostanze non naturali che abbiamo inserito nella natura fino ad ora? In atmosfera, nella terra, nel corpo umano, nel mare?

E con quali conseguenze? Occorre proprio una laurea in Catastrofismo per prevedere quello che è sotto gli occhi di tutti? Stiamo correndo da anni in interventi successivi di risanamento senza arrivare al punto. Dal buco nello strato di ozono alla plastica nell’oceano.

E mentre scopriamo ancora oggi, sostanze chimiche che da anni circolano in natura e che non sono metabolizzate né da noi né dall’ambiente, e che ci hanno resi cavie viventi ecco che già nuovi fronti si aprono: dagli Ogm alle nanotecnologie.

E che interpretazione si può dare di quest’uomo che nonostante abbia lasciato sulla sua strada morti e feriti, continua imperterrito e incurante delle conseguenze di questo suo procedere?

Né può essere sufficiente considerare la collocazione dell’uomo nella natura per dedurre che ogni sua espressione, anche quella tecnologica, sia naturale. È qui la differenza che ci richiama la capacità peculiare dell’uomo di produrre ex novo. Né può essere sufficiente porre il discrimine sulla sostenibilità di un’azione. È nella complessità delle scelte di vita che si crea il discrimine e che producono comportamenti antropocentrici o no. La responsabilità umana è enorme tanto da comprendere l’uomo non da escluderlo, il che la dice lunga sul reale posto occupato dagli umani.

È vero, c’è un convitato di pietra che ogni qual volta si fanno queste riflessioni, qualcuno evidenzia: il business. Sì, ma c’è anche lo spirito di conservazione al quale rispondono pure coloro che manovrano l’economia globale. Può essere lo spirito di conservazione meno forte dello spirito di arricchimento?

La prima risposta che viene è che non importa niente a nessuno. E come mai? Semplice, l’uomo, «quest’uomo moderno», non è di queste parti…

Ignazio LippolisVillaggio Globale )

 

 La pillola eco-impegnata di Paolo Broglio,  ovvero quelli che fanno “……o almeno ci provano

 

Un giacimento nascosto che non sappiamo sfruttare ( fonte: Il Sole 24 Ore )

E’ arrivata l’ora dell’efficienza energetica, la fonte di energia più abbondante e a buon mercato che abbiamo a disposizione.

Un primo accenno l’abbiamo avuto dal Quinto Conto Energia: incentiva il fotovoltaico, ma obbligherà tutti gli impianti costruiti su edifici a presentare una certificazione energetica con le indicazioni precise degli interventi da fare per migliorare la prestazione dell’immobile. Poi è arrivata la Strategia Energetica Nazionale, tratteggiata per la prima volta dal ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera in Senato. Qui l’efficienza energetica sta al primo punto fra i cinque elencati dal ministro come prioritari per il governo. Un segnale inequivocabile che qualcosa si sta muovendo. Sull’efficienza, ha detto Passera, “possiamo e vogliamo perseguire una vera leadership industriale nel settore”. Come? Passera indica quattro linee d’intervento: le normative ad hoc per migliorare gli standard di edifici e apparecchiature; l’enforcement delle norme; la sensibilizzazione dei consumatori e la revisione degli incentivi. Ad oggi, l’unico incentivo che stimola l’efficienza energetica è la detrazione fiscale del 55% sulle riqualificazioni. E dall’anno prossimo non è più sicuro nemmeno quello. Per la modernizzazione del sistema, dice Passera, servirà una strategia energetica “chiara, coerente e condivisa”, che “inizieremo a discutere con tutti gli attori rilevanti in estate”. Non è mai troppo tardi.

Sull’efficienza in edilizia, siamo già stati messi in mora da Bruxelles: a fine aprile la Commissione ha deferito l’Italia alla Corte di Giustizia Ue per non essersi pienamente conformata alla direttiva del 2002 sul rendimento energetico nell’edilizia. Il procedimento d’infrazione contro l’Italia è partito nel 2006, con lettere e pareri motivati al nostro Paese, che non si è conformato “alle disposizioni relative agli attestati di rendimento energetico”. Le distorsioni del mercato italiano, del resto, sono sotto gli occhi di tutti. E’ vero, infatti, che dal primo gennaio è obbligatorio per chi vende o affitta un immobile dichiarare la classe energetica di appartenenza, ma è anche vero che dilagano gli attestati offerti da sedicenti certificatori senza neanche vedere l’immobile, via email e a prezzi stracciati. Un obbligo rispettato così, ovviamente non serve a nulla.

In un Paese dove la maggior parte degli immobili sono in classe G, con un dispendio energetico di oltre 160 kilowattora per metro quadro per anno, si sta perdendo un’occasione preziosa di metter mano al problema. E una grande opportunità di business, visto che la riqualificazione degli immobili è l’unico segmento dell’edilizia che mostra ancora qualche segnale di vita. In base agli ultimi dati diffusi dal Cresme, nel 2011 gli investimenti destinati alle nuove costruzioni non hanno superato i 60 miliardi, mentre la manutenzione ne ha messi a segno 108, quasi il doppio, divisi tra manutenzione ordinaria (30 miliardi) e straordinaria (78,2 miliardi). Tradotto in percentuali, significa che gli investimenti nelle nuove costruzioni contano ormai solo per il 37% del mercato (e ancora di meno, al 31%, se si tolgono le realizzazioni per il fotovoltaico). La sostenibilità ambientale, dunque, se coltivata con normative mirate e incentivi efficaci, potrebbe diventare una miniera d’oro per l’edilizia in crisi e far decollare un settore, quello dell’impiantistica, oggi dominato dai tedeschi. Non a caso l’efficienza energetica, che in Germania si prende sul serio, lassù ha ricadute importanti anche sul mercato immobiliare, con un immobile di classe A che vale il 30% in più di uno di classe G.

L’International Energy Agency definisce l’efficienza energetica “il combustibile nascosto del futuro” e sostiene che potrebbe avere un peso determinante nella lotta globale alle emissioni climalteranti: se sfruttata a fondo, potrebbe abbatterle del 71% da qui al 2020, contro appena il 18% attribuito alle fonti rinnovabili. Perla Commissione, con l’efficienza energetica potremmo ridurre del 40% i consumi di energia in Europa. Confindustria, da parte sua, ha stimato un impatto economico complessivo di quasi 15 miliardi di euro da qui al 2020, valutato considerando sia l’onere sullo Stato a seguito di politiche di incentivazione, sia la valorizzazione dell’energia risparmiata. In pratica, adottando iniziative che tendano a stimolare il mercato verso l’efficienza energetica nei vari ambiti (industria, terziario, residenziale e trasporti), si potrebbero muovere 130 miliardi di euro di investimenti e creare 1,6 milioni di posti di lavoro, con un risparmio complessivo di 20 milioni di tonnellate di petrolio. Come dire togliere 23 milioni di automobili dalle strade italiane.

rubrica a cura di

Paolo Broglio

Famiglie  d’Italia

Il G8 di Camp David per un futuro sostenibile… ( Econota 86 )

giugno 12, 2012

Le raccomandazioni per un futuro sostenibile (Summit dei G8 )  by  Villaggio Globale

Focus sui problemi dell’acqua e dell’energia, sulle emissioni e gli assorbimenti dei gas a effetto serra, sulla riduzione delle conseguenze negative e dei danni causati dalle catastrofi naturali e dai disastri derivanti dalle attività umane

Per il summit dei G8 di Camp David (Maryland) del 18 e 19 maggio 2012, le Accademie delle Scienze dei paesi dei G8 (per l’Italia l’Accademia Nazionale dei Lincei) assieme alle Accademie delle Scienze di sette paesi emergenti (Cina, India, Brasile, Messico, Sud Africa, Indonesia e Marocco) hanno inviato ai leader mondiali dei G8 una serie di raccomandazioni sui problemi globali più cruciali che devono urgentemente essere affrontati e trovare soluzioni per lo sviluppo sostenibile del nostro pianeta.

L’Accademia nazionale tedesca delle Scienze Leopoldina, che ha coordinato i lavori per la definizione delle priorità e dei temi cruciali, ha sintetizzato le raccomandazioni suddividendole in tre «statements» che descrivono anche il supporto che la scienza e la tecnologia può dare per la individuazione delle opportune strategie di attuazione.

Il primo «statement» riguarda la correlazione fra i problemi dell’acqua e quelli dell’energia, correlazioni cui i governi mondiali non hanno prestano molta attenzione. Ma ora che la disponibilità d’acqua a livello globale tende a diminuire, cominciano già a manifestarsi conflittualità sui diversi usi dell’acqua, e in particolare tra l’uso dell’acqua per la produzione agro-alimentare e l’uso dell’acqua per la produzione energetica (e in particolare di energia elettrica). Con la crescita della popolazione mondiale e le esigenze di migliore qualità della vita delle popolazioni più povere, la situazione è destinata ad aggravarsi in futuro quando ci sarà più bisogno di cibo e di energia. La gestione delle risorse idriche deve, quindi, essere integrata con la pianificazione dello sviluppo energetico, tenendo conto delle esigenze di sviluppo agroalimentare. La ricerca scientifica e tecnologica è in grado di dare un rilevante contributo per concorrere a individuare le soluzioni più idonee, sia per l’uso efficiente dell’acqua e la tutela delle risorse idriche, sia per lo sviluppo di sistemi energetici competitivi che non hanno bisogno di acqua (come la maggior parte delle fonti rinnovabili) o a basso consumo di acqua per il raffreddamento (come nella maggior parte delle attuali fonti convenzionali).

Il secondo «statement» riguarda le emissioni e gli assorbimenti (sinks) dei gas a effetto serra e, in particolare, la crescita delle conoscenze scientifiche in questi settori per migliorare le misure, i metodi di standardizzazione e le valutazioni dei bilanci netti effettivi emissioni/assorbimenti. Questo miglioramento è però correlato a un’approfondita comprensione del complesso ciclo del carbonio nelle diverse componenti (atmosfera, oceani, biosfera e geosfera) del sistema planetario e delle interazioni del ciclo del carbonio con gli altri cicli biogeochimici naturali. Queste conoscenze sono alla base di qualsiasi trattato internazionale sul clima, così come sull’individuazione delle migliori soluzioni di sviluppo economico che sia ambientalmente e socialmente sostenibile.

Il terzo «statement» riguarda la riduzione delle conseguenze negative e dei danni causati dalle catastrofi naturali e dai disastri derivanti dalle attività umane, perché i costi e le perdite di beni e di vite umane sono aumentati spaventosamente negli anni più recenti. Un esempio significativo è stato l’evento giapponese del marzo 2011: una catastrofe naturale (terremoto e tsunami) che ha innescato un disastro tecnologico (l’incidente nucleare di Fukushima). La ricerca scientifica e tecnologica può, e deve, fornire le più avanzate conoscenze di prevenzione: dall’aggiornamento delle analisi di rischio che tengano conto anche dei cambiamenti climatici e ambientali, fino ai sistemi di allerta e di allarme mediante le nuove tecnologie di osservazione e le nuove Ict (Information and Communication Technologies), dalla ripianificazione del territorio e delle attività umane per ridurne la vulnerabilità alle catastrofi, fino alla gestione tempestiva delle emergenze.

Come ha precisato l’Accademia Leopoldina, gli «statements» delle Accademie Nazionali delle Scienze intendono assistere i governi durante i loro negoziati su argomenti che esse ritengono di maggior rilevanza per la comunità mondiale dei popoli e a cui la scienza è in grado di fornire un efficace contributo.

(Fonte Enea Eai)

 

 

 La pillola eco-impegnata di Paolo Broglio,  ovvero quelli che fanno “……o almeno ci provano

 

Giardinaggio Libero (Guerriglia Gardening actions )

 

Per contrastare il degrado urbano, a volte, basta davvero poco: con le armi pacifiche del Guerriglia Gardening – “biglie” composte da semi di semplici fiori di campo – possiamo ridisegnare e abbellire le aiuole e le aree trascurate della città. Se volete possiamo definirlo “giardinaggio radicale” ma il Guerriglia Gardening è anzitutto una forma di azione non violenta e creativa praticata con l’intento di interagire in modo positivo con lo spazio urbano. E i cosiddetti “attacchi verdi” sono semplici atti dimostrativi grazie ai quali si possono però trasformare gli spazi comuni cancellando con i colori dei fiori un’incuria troppo spesso diffusa.  Le armi a disposizione degli appassionati del verde sono biglie composte da semi di fiori di campo e che non richiedono alcuna cura; basta gettarle nella terra, lasciar fare alla natura e anche le aiuole più trascurate tornano a rivivere. Ancora meglio, poi, se le sementi utilizzate per produrre le biglie non sono OGM, e vengono coltivate secondo principi biologici. 
Le biglie dell’immagine di apertura sono distribuite a Milano da Fortura Giocattoli, storica realtà milanese da oltre un secolo al servizio dell’infanzia.

Fonte : Guerriglia Gardening Comunication

rubrica a cura di

Paolo Broglio

Famiglie  d’Italia

 

Ecocompatibilità: minimo impatto ambientale in relazione alle attività umane ( Econota 80 – Special )

marzo 19, 2012

 Plastica… come preparare quella di domani

Ad oggi, nessuna plastica potrebbe fregiarsi della caratteristica «biodegradabile e compostabile» ma solo «biodegradabile» ad esclusione di film di spessore inferiore a pochi micron (utilizzati in agricoltura) i quali sono gli unici a passare tutte le prove previste

Paolo Broglio, Direttore Scientifico di Ecologia Applicata, Organizzazione Scientifica di Ricerca Ambientale. Coordinatore dello spin-off Esae dell’Università di Milano

La plastica è uno «storico» materiale italiano che ha riempito il mondo. La sua utilità è fuor di dubbio ma l’impiego fatto, senza considerare i limiti dell’ambiente e soprattutto la sua scarsa deteriorabilità nel tempo, ne ha fatto una sorta di flagello. Paolo Broglio, in quest’articolo spiega i vari aspetti della plastica, molto poco conosciuti, e soprattutto lo stato dell’arte di questo materiale che ben può ascriversi in questo numero di «Villaggio Globale» dedicato alla contrapposizione Vecchio/Nuovo.

La plastica è stato ed è un materiale «rivoluzionario» ovvero ha cambiato irreversibilmente ed in meglio il destino degli uomini sulla Terra. Leggero, resistente, flessibile, adattabile ha risolto molti problemi tecnici altrimenti insolubili ed ha permeato la nostra vita fino alla quotidianità più spicciola. In altri termini non ne possiamo fare a meno, piaccia o no.

L’uso massiccio, a volte eccessivo, di questo polimero ha provocato però alcuni inconvenienti che stanno mostrando tutta la loro gravità a mano a mano che passa il tempo. La sua principale caratteristica (difficilmente degradabile naturalmente) è diventata anche la sua condanna: in ogni luogo, dall’Artico all’Antartico, troviamo plastica. Plastica abbandonata, plastica vagante, plastica indistruttibile che in più di 50 anni si è accumulata in modo diversissimo in tutti i continenti e negli oceani.

L’accresciuta sensibilità ecologica ha preso coscienza del problema ed ora si sta dibattendo «cosa fare per risolvere questo micidiale impatto ambientale che ingombra l’intero Globo» anche se, a ben vedere, il problema è «culturale» ossia di educazione all’uso dei rifiuti e non si risolve con la proibizione dell’uso dei manufatti che possono diventare rifiuti (allo stesso modo, se l’approccio proibizionistico fosse corretto, poiché le discariche abusive sono piene di elettrodomestici, pneumatici e materassi occorrerebbe inibirne la produzione e l’uso per risolvere il problema…).

 

1) Degradabile… una vecchia idea

Paolo Broglio, Direttore Scientifico di Ecologia Applicata, Organizzazione Scientifica di Ricerca Ambientale. Coordinatore dello spin-off Esae dell’Università di Milano

Già dai primi anni 40 si era pensato di rendere la plastica in qualche modo «degradabile» ovvero «spezzettabile in piccoli elementi fino a scomparire». La componente psicologica legata alla «sparizione della plastica in pezzettini microscopici» ha subito, in 50 anni, un’evoluzione: da concetto «positivo» (non vedo più la plastica) a negativo (la plastica spezzettata non riesco più a raccoglierla).

Su questo concetto la comunità scientifica è abbastanza divisa ma per comprendere meglio la discussione in atto è utile elencare alcuni numeri:

– plastica prodotta nel mondo ogni anno: circa 230 milioni di tonnellate

– plastica prodotta in Italia ogni anno: circa 2 milioni di tonnellate

– plastica derivante da risorse rinnovabili prodotta nel mondo: circa 1,5 milioni di tonnellate

– plastica derivante da risorse rinnovabili prodotta in Italia: circa 70.000 tonnellate.

La plastica derivante da risorse rinnovabili attualmente rappresenta quindi lo 0,5 % del totale mentre il resto rimane di diretta derivazione olefinica.

Qualcuno vorrebbe riutilizzare le penne dei polli, mandati in discarica dai vari allevamenti, per ottenere una plastica. Il professore Yiqi Yang dell’Università del Nebraska sta infatti studiando il modo migliore per aggregare le molecole di cheratina che compongono le penne dei volatili in modo da realizzare delle termoplastiche come sono il polietilene o il polistirolo. Con la differenza che sarebbero biodegradabili in tempi stretti.

La lista dei materiali inconsueti che in tempi futuri costituiranno la struttura della nuova plastica si allunga sempre più. La Nec sta lavorando sugli anacardi. Altri su barbabietole e alghe. L’obiettivo di tutti è produrre una plastica durevole e resistente, realizzata in gran parte con materiale vegetale ma non usato nel consumo alimentare. L’azienda giapponese ha studiato 100 diverse strutture molecolari e alla fine ha trovato la soluzione negli scarti di uno snack popolare nel paese.

Nel 2013 partirà la produzione di massa di questa plastica verde ma la questione è sintetizzata nella seguente domanda: quanto «territorio occorrerebbe» per produrre 230 milioni di tonnellate di plastica? Gli esperti in agraria hanno già risposto: 100 Terre interamente coltivate!

Per le associazioni di produttori, come la Bioplastic Council, la bioplastica significa una plastica che sia derivata da materiali biologici non fossili oppure che sia biodegradabile o in alcuni casi entrambe le cose. Anche perché una plastica non è «verde» solo perché viene fatta da risorse rinnovabili. Amy Landis lo ha scritto in uno studio pubblicato su «Enviromental Science & Technology», «Il fatto che dei prodotti derivano da piante non vuol dire che siano verdi».

Il polietilene che viene dal Brasile, prodotto da bioetanolo, è certificato come verde e di origine naturale, ma non biodegrada naturalmente ed inquina l’ambiente. I biopolimeri costituiscono meno dell’1% dei 230 milioni di tonnellate di plastica prodotti e consumati globalmente in un anno.

È, tuttavia, un mercato in espansione. L’interesse arriva anche dalle multinazionali alimentari, come la Nestlé che sta verificando l’uso di plastica derivata da alghe, o la Danone, che sul mercato tedesco ha lanciato un vasetto di yogurt fatto con acido polilattico (PLa) derivato dal mais.

L’Italia ha abolito la produzione di sacchetti di plastica «non biodegradabili» dal 1° gennaio 2011, quindi molte aziende si sono mosse nel nostro paese, indipendentemente dal fatto che tale norma è oggetto di una procedura di infrazione da parte della Commissione CE, com’è noto.

La Cereplast, una start-up californiana, che prima è sbarcata a Bonen, in Germania, poi dopo essersi aggiudicata un bando di Sviluppoumbria, l’ente che promuove lo sviluppo della regione Umbria, ha annunciato di voler aprire un impianto di produzione nei pressi di Assisi, con un investimento di 10-12 milioni di euro in tre anni. A regime vorrebbe produrre 100mila tonnellate di resina bioplastica derivata da mais, frumento, zucchero, patate. Anche se sarà un ibrido tra poliolefine, materie derivanti dal petrolio, e materiali rinnovabili.

La Bio-On di Minerbio, in provincia di Bologna, produce poliestere dalla fermentazione batterica dello zucchero. In azienda si usano scarti di barbabietola e canna da zucchero, non usano solventi chimici per estrarre il polimero che alla fine è biodegradabile in acqua. Poche le aziende che hanno ottenuto simili risultati: una di queste è l’americana Metabolix.

Un altra azienda italiana è la Novamont, pioniera degli anni Novanta, che realizzò un biopolimero realizzato con amido di mais, il Mater-Bi. Ora l’azienda lavora con la seconda generazione del prodotto. La Novamont ha appena costituito una joint venture con l’Eni per realizzare un polo verde del valore di 500 milioni di euro nel sito petrolchimico di Porto Torres, in Sardegna.

Il Progetto Pro-Plasmix, promosso dall’azienda Pont-Tech di Pontedera, provincia di Pisa, insieme alla Regione Toscana, punta a riciclare plastiche povere, derivate dal consumo, come flaconi di detersivo e sacchetti, per realizzare manufatti industriali. In questo modo si riducono i rifiuti in discarica e si realizzano prodotti con costi inferiori rispetto all’utilizzo del materiale vergine. La Piaggio la usa per fare bauletti e pedane degli scooter.

È palese che il vero problema della plastica è rappresentato dai 230 milioni di prodotti immessi nell’ambiente (habitat urbano e non) a livello mondiale ed è in tale direzione che occorre volgere la nostra attenzione pur non trascurando la ricerca verso plastiche derivanti da coltivazioni arboree marginali non alimentari come la canna comune (Arundo donax) o scarti di lavorazioni altrimenti inutilizzabili.

2) Il ruolo degli additivi

Paolo Broglio, Direttore Scientifico di Ecologia Applicata, Organizzazione Scientifica di Ricerca Ambientale. Coordinatore dello spin-off Esae dell’Università di Milano

Sebbene «vecchi di concezione» e messi a punto nell’ottica di intervenire sulle resine poliolefiniche per rendere incisivo l’intervento ecologico a livello mondiale, sono apparsi gli additivi ovvero prodotti che miscelati ai diversi polimeri di derivazione petrolifera rendono le plastiche degradabili e biodegradabili. Alcuni ricercatori1,2 sostengono che questi prodotti permetterebbero un reintegro delle molecole di carbonio presenti nelle plastiche tradizionali nei cicli biogeochimici in tempi più o meno medio-lunghi anche se si sono raggiunti lusinghieri risultati anche in tempi brevi (uno/tre anni).

Gli additivi non sono stati mai considerati, fino ad ora, una risorsa per il miglioramento della qualità dell’ambiente ma vissuti come «escamotage o truffa» per far passare come ecologiche plastiche che (secondo il giudizio di politici, giornalisti e di alcuni tecnici non sufficientemente preparati o difensori ad oltranza di interessi di parte) di fatto non lo sono3.

In quest’ottica in Europa e in Italia in particolare sono state prese posizioni incredibilmente ascientifiche e volutamente si è fatta confusione al fine di non far percepire la realtà del problema: il 99% delle plastiche sono di derivazione petrolifera la cui sostituzione con risorse rinnovabili è ecologicamente impossibile oltre ad essere eticamente discutibile.

A questo riguardo, due dati su tutti.

  1. Il dott. Marco Pagani ha dimostrato che vi è un’assoluta equivalenza tra due «biobottiglie» (ossia, prodotte dal mais) e un pasto per un africano); due «biobottiglie» equivalgono a cinque sacchetti da asporto per la spesa (per intenderci, quelli oggetto della normativa italiana di cui si è detto prima).
  2. La Banca Mondiale ha rilevato un aumento consistente dei prezzi dei prodotti alimentari, in particolare del mais; stime affermano che il costo del cibo raddoppierà entro il 2030; notizie più precise sull’argomento sono presenti in Rete.

Una volta fatta chiarezza su questo punto occorre decidere cosa si vuole fare e cosa si può fare.

Le plastiche (praticamente tutti i polimeri) sono riciclabili ovvero è possibile «rigranularli» e miscelarli al polimero vergine sine die. Il problema è rappresentato dalla necessità di separarla per tipologia (polietilene con polietilene, polipropilene con polipropilene, etc.). Una raccolta ultra differenziata risolverebbe il problema in tutto il mondo. Semplice? Apparentemente, poiché in pratica tutto ciò non avviene. Tradizioni culturali sbagliate, pigrizia, scarsa percezione «degli altri», disorganizzazione, scarsità di mezzi di raccolta e separazione e povertà di risorse economiche rendono difficile questa semplice tecnica. In Italia il consorzio del riciclo obbligatorio della plastica (Replast), che vive del «contributo obbligatorio» insito in tutti i manufatti/imballaggi di plastica, opera in regime di monopolio affidando la lavorazione (separazione per tipologia) di questo materiale (scartato come spazzatura) a centri di raccolta territoriali per poi venderlo sul mercato al miglior offerente tramite aste pubbliche. La plastica quindi anche in Italia viene riciclata sia con la valorizzazione come combustibile sia attraverso il recupero per tipologia.

La Cina sta, forse, risolvendo il problema a modo suo: prende tutte le plastiche «spazzatura» mondiali, le importa, le tratta (malamente) e le riutilizza per realizzare prodotti a basso prezzo di pessima qualità (vedi Report del 20 novembre 2011); l’aspirapolvere Cina riesce addirittura a far mancare materia prima alle poche aziende italiane che riciclano la plastica.

La plastica è anche un combustibile concentrato e potrebbe essere usato per alimentare caldaie o forni. Anche in questo caso esistono delle difficoltà (superabilissime) per trasformare i polimeri in RDF (Refuse Derived Fuel). L’elevato Potere calorifico Superiore deve essere in qualche modo inibito con l’aggiunta di altri prodotti (possibilmente rifiuti anch’essi) per avere un combustibile quasi tradizionale. La presenza di Pvc (Poli Vinil Cloruro) nei rifiuti di plastica renderebbe problematica la sua combustione in quanto precursore della Diossina di triste memoria.

Ovviamente sarebbe sufficiente raccogliere, a parte, la plastica Pvc e trattarla diversamente ma anche in questo caso si pone il problema evidenziato prima: non siamo sufficientemente impegnabili nell’applicare le buone pratiche in modo generalizzato e ripetitivo.

Del resto, affrontare il problema della plastica con il solo riferimento al compostaggio è un modo fuorviante e parziale di approcciare il problema: basta ricordare che la normativa CE vigente (Direttiva 94/62) prevede, per la plastica, sia il riutilizzo, sia il riciclo, sia la produzione di energia, sia il compostaggio; scegliere di affrontare solo una delle quattro alternative fa bene alle multinazionali, ma male alla verità e all’umanità.

Bibliografia

1 Biodegradation of thermally-oxidized, fragmented low-density polyethylenes. Emo Chiellini, Andrea Cortia, and Graham Swift. Polymer Degradation and Stability 2003; 81; 341-351

2 «Oxo-biodegradable carbon backbone polymers – Oxidative degradation of polyethylene under accelerated test conditions». Polymer Degradation and Stability, Elsevier. March 27, 2006 .Chiellini, E, Corti, A,Antone,S.D. And Baciu, R.

3 Affermazione della dott.ssa Saddocco, Stazione Sperimemntale Cellulosa e Carta-Milano, durante il Convegno Biopolpak a Parma (15-16 aprile 2010).

 

3) La trasformazione in ammendante

Paolo Broglio, Direttore Scientifico di Ecologia Applicata, Organizzazione Scientifica di Ricerca Ambientale. Coordinatore dello spin-off Esae dell’Università di Milano

Aspettando che la Cina si adegui alla «correttezza ecologica ed economica mondiale» la ricerca scientifica prova altre strade: per esempio la trasformazione della plastica in ammendante con produzione di CO2 e acqua a mezzo compostaggio o a mezzo «terreno naturale».

Fermi nel principio che la plastica dovrebbe essere (oltre che riciclabile) «biodegradabile» (ovvero trasformabile in anidride carbonica e acqua a mezzo di reazioni biochimiche effettuate da microrganismi aerobi o anaerobi in condizioni idonee4 in tempi inferiori a cinque anni5) la ricerca ha messo a fuoco due strade diverse: biodegradazione in due passaggi (prima degradazione e poi biodegradazione), biodegradazione diretta (un passaggio solo). La differenza è notevole.

Nel primo caso (oxo-degradabili) si arriva all’attacco da parte dei microrganismi (che avviene in genere quando la molecola presenta un peso molecolare inferiore ai 5.000 Dalton)6 dopo aver sminuzzato, degradato la molecola per via chimica ossidativa introducendo nel polimero altre molecole in grado di reagire a forti stimoli fisici ( es. calore, UV, forte ossidazione) che innescano reazioni demolitorie fino a ridurre le molecole di carbonio a «misura di attacco batterico o fungino».

Nel secondo caso (prodegradanti) vengono introdotte nel polimero molecole principalmente organiche in grado di agire contemporaneamente in tutta la molecola quando a contatto con i cataboliti batterici realizzando una «rottura multipla» rendendo disponibile il carbonio di origine olefinico «da subito» senza la necessità di passare da una prima fase di craking.

Nell’uso pratico questa differenza risulta fondamentale; i prodotti realizzati con gli oxo-degradanti devono essere protetti dagli agenti innescanti pena l’avvio della disgregazione molecolare mentre i prodegradanti non soffrono di questa limitazione particolarmente importante in fase di magazzinaggio.

Anche la legislatura ritiene i due approcci diversi. Nel caso degli oxo, secondo l’orientamento legislativo attualmente in vigore nella CE e un po’ in tutti i paesi industrializzati, non si tratta di biodegradabilità ma di disgregazione e quindi classificare come biodegradabili i prodotti realizzati con gli oxo è contro la legge. Evidentemente il legislatore ha ritenuto che il primo passaggio (rottura molecolare per via chimico-fisica) non sia assimilabile ad una reazione naturale di tipo biochimico e quindi sia più corretto parlare di degradazione e non di biodegradazione.

Le Associazioni Ambientaliste e alcuni Istituti di ricerca insistono anche sul fatto che gli oxo rendono la plastica non più separabile dal terreno e quindi pericolosa per l’habitat. Alcuni ricercatori anche italiani sostengono invece che una volta che la molecola viene ridotta l’attacco batterico porta ad una assimilazione del carbonio poliolefinico rendendolo di fatto disponibile alla crescita vegetale (ammendante)7.

La letteratura disponibile evidenzia disgregazione o disgregazione/biodegradazione in diversi modi.

Le norme tecniche ISO (internazionali), CEN (europee) o UNI (nazionali) hanno codificato alcuni protocolli per definire sia la biodegradabilità che la compostabilità che la disgregabilità dei materiali plastici a cui la maggioranza dei ricercatori si attiene sebbene sia corretto precisare che possono esistere altri sistemi in fase di prova (tentativi) non ancora codificati e/o riconosciuti. Il test in piastra Petri (crescita batterica su campione di plastica in terreno arricchito o meno di nutrienti/stimolanti), ad esempio, è uno di questi sistemi e spesso si osservano lavori scientifici riportanti dati interessanti ma non riconducibili ad una norma largamente accettata.

Naturalmente, queste norme tecniche nulla hanno a che vedere con le norme giuridiche, ossia con le leggi; anzi per correttezza va precisato che gli stessi enti di normazione precisano universalmente e chiaramente che gli standard sono pensati ed elaborati per un uso volontario e non per formare regole obbligatorie).

Bibliografia ( continua )

4 Affermazione generale accettata

5 Precisazione di Paolo Broglio

6 An overview of degradable and biodegradable polyolefins. Anne Ammala, Stuart Bateman, Katherine Dean, Eustathios Petinakis, Parveen Sangwan, Susan Wong, Qiang Yuan, Long Yu, Colin Patrick, K.H. Leong. Progress in Polymer Science 36 ( 2011) 1015-1049.

7 E. Chiellini, «Environmentally Degradable Plastics. An Overview» in the Proceedings of the ICS-UNIDO on Environmentally Degradable Polymers – Plastic Materials and the Environment,Doha (Qatar), March 21-25, 2000.

4 ) Superficialità dilagante

Paolo Broglio, Direttore Scientifico di Ecologia Applicata, Organizzazione Scientifica di Ricerca Ambientale. Coordinatore dello spin-off Esae dell’Università di Milano

Da quanto emerso fino ad ora appare evidente il pressappochismo dilagante in Italia sia nella stampa specializzata, nel Ministero preposto e, duole sottolinearlo, da parte di alcuni ricercatori accreditati. Attualmente l’Italia, balzata agli onori della cronaca per la messa al bando dei sacchetti di plastica (shopper) costituiti con polimeri olefinici non biodegradabili largamente utilizzati in pratica come contenitori per la spazzatura, vive un momento interlocutorio senza precise direttive.

Il reale impatto positivo si ha, come sottolineato precedentemente, intervenendo sulle plastiche tradizionali (99,5 % della produzione) ma questo non sembra interessare molto la politica preferendo interventi di ultra nicchia enfatizzati (shopper).

Anche le notizie apparse sui media sulle plastiche derivanti da «risorse rinnovabili» mostrano, in genere, la totale non preparazione scientifica dei mezzi di comunicazione veicolando notizie assolutamente fuorvianti per il comune cittadino (es. il compiacimento con cui si insiste a sottolineare come sia fantastico che la plastica sia ottenuta da mais, non rendendosi forse conto che tutto ciò provoca impoverimento a livello mondiale!). In aggiunta a tutto ciò abbiamo pesanti interferenze politico-industriali per tentare di egemonizzare tutto il mercato della plastica nazionale tentando di trasformarla (con la bacchetta magica!) tutta in biodegradabile.

Ho più volte e in altre occasioni ufficiali e pubbliche8,9 espresso il mio parere in proposito e vorrei quindi ribadire che le plastiche ad alta velocità di biodegradazione (PLA, MaterBi, Ecoflex) a base principalmente di mais modificato sono una risorsa importante, in particolar modo se vi siano aziende italiane impegnate ma che tali materiali, la cui produzione in termini di quantità è irrisoria, vanno utilizzati per scopi mirati ed importanti ad alto valore aggiunto (es. industria farmaceutica).

In questo modo si valorizzerebbero le proprietà chimico-fisico-biologiche di questi polimeri.

Quello che personalmente non riesco a capire è l’accanimento di questi produttori verso altre forme di ecosostenibilità del materiale plastico che, molto probabilmente, inciderebbero di più nel mantenere un equilibrio decente del sistema Terra.

Il conflitto tecnico-scientifico in Italia arriva anche dal punto di vista giuridico; assistiamo ad una vera drammatizzazione teatrale. Il legislatore a questo proposito, non avendo interpellato evidentemente i tecnici di settore, ha deciso che, relativamente ai soli shopper, tali manufatti dovessero essere obbligatoriamente biodegradabili non accorgendosi che la definizione si prestava a varie interpretazioni e giudizi di merito.

Il decreto ha quindi fissato la biodegradabilità (vedi definizione già esplicitata prima) come vincolo primario fissandone la riconoscibilità attraverso la rispondenza «ai criteri fissati dalla normativa comunitaria e dalle norme tecniche approvate a livello comunitario», afferma il famoso comma 1130 della L. 296/2006.

In realtà il nostro Ministero non ha inteso affatto attenersi al dato letterale e quindi adeguarsi alla «normativa comunitaria», costituita dalle Direttive 94/62 sugli imballaggi e 98/48 sulla formazione tecnica; intendeva adottare la definizione «biodegradabile e compostabile» per favorire lo smaltimento degli shopper usati come «raccatta immondizia» negli impianti di compostaggio industriali (al fine di contribuire alla diminuzione di questo problema per una percentuale inferiore all’1% nazionale!). In pratica, giuridicamente parlando, un buco nell’acqua!

Il tentativo ministeriale di inserire il concetto di compostabilità in aggiunta alla biodegradabilità (nella realtà obbligare i produttori di shopper ad utilizzare plastiche in grado di essere conformi alla norma UNI EN 13432 che prevederebbe il raggiungimento, attraverso il test, di una biodegradabilità maggiore del 90 % in 180 giorni, sostanziale assenza di metalli pesanti e fitotossicità nel compost risultante alla fine del test, disgregabilità del 90 % in 12 settimane) agli shopper e possibilmente estenderlo ad altri prodotti è andato a vuoto a causa della caduta del Governo Berlusconi ma rimane, latente, come obbligo «morale» continuamente sottolineato dalle Associazioni ambientaliste.

Si è utilizzato il modo condizionale non a caso. Infatti, va detto che di tale norma da un punto di vista giuridico esistono due versioni: la versione del 2000 del CEN recepita dall’EN nel 2002, unica pubblicata nella GUCE, e la versione 2005 del CEN, mai pubblicata nella GUCE e quindi inutilizzabile ai fini della verifica della «presunzione di conformità» rispetto alla 94/62, essendo chiaro e precisato più volte dalla Commissione CE che la «presunzione di conformità» è cosa ben diversa da obbligo di adeguamento a detto standard. In astratto, quindi, la verifica della presunzione di conformità andrebbe operata con riferimento ai criteri fissati nella versione del 2000 e non a quelli, che pure ho riportato sopra, presenti nella versione del 2005, ma questo solo per chiarezza.

Il concetto (apprezzabile, teoricamente e astrattamente, per quanto riguarda i soli sacchetti utilizzabili per la raccolta della spazzatura umida) trova però alcune difficoltà attuative: alcune prove eseguite su materiali (PLA e MaterBi) riportanti la dicitura conformi alla UNI EN 13432 (e quindi «biodegradabili e compostabili») non hanno passato la sola prova di disgregabilità (UNI EN 14045 o ISO 16929) rendendo nulla la conformità alla norma 1343210.

Questo banale fatto risulta di fondamentale importanza in quanto evidenzia la superficialità con cui, sino ad ora, si è proceduto su questo cammino. Se le nostre verifiche venissero confermate anche da altri Istituti si avrebbe la «prova provata» che «nessun materiale plastico ecologico» sia derivante da risorse rinnovabile sia additivato può considerarsi, alla luce delle indicazioni correnti, compostabile, vanificando così il tentativo del Ministero di incidere per l’1% (sic!) dell’intero settore italiano.

Sottolineiamo quindi alle competenti Autorità che, ad oggi, nessuna plastica potrebbe fregiarsi della caratteristica «biodegradabile e compostabile» ma solo «biodegradabile» ad esclusione di film di spessore inferiore a pochi micron (utilizzati in agricoltura) i quali sono gli unici a passare tutte le prove previste.

Cosa fare allora?

Suggeriamo a chi ha titolo per farlo di concentrarsi sul problema globale studiando meglio e di più le opportunità date dagli additivi nel campo della biodegradabilità, sostenendo comunque la specificità delle plastiche derivanti da risorse rinnovabili per utilizzi mirati e ad alto valore aggiunto, elaborando una direttiva ad hoc di concerto con le parti interessate.

A nostro avviso occorre un impegno generale ed accelerato che riguardi tutto il comparto plastica, quindi anche l’extra shopper, che preveda l’utilizzo delle plastiche additivate in tutti i settori. Il riciclo (strada primaria da perseguire) potrà essere comunque attuato con gli additivi prodegradanti che «non scadono» mentre gli oxodegradanti potranno essere utilizzati in casi particolari dove esiste la certezza di una loro futura degradazione dopo attivazione attraverso i raggi UV o il calore intenso.

Poiché le applicazioni plastiche sono tante e mutevoli sia dal punto di vista tecnologico vero e proprio che applicativo ripropongo una differenziazione della qualità biodegradabilità in quattro categorie: plastica refrattaria, plastica poco, mediamente e ottimamente biodegradabile. Questa classificazione aiuterebbe a fare chiarezza nel mercato lasciando la scelta finale ai consumatori che ben valuteranno le proposte delle aziende circa i prodotti.

In sintesi per essere incisivi e buoni ecologisti nell’ambito plastica dovremmo fare come la Cina che ricicla tutto (ma in modo ecologicamente corretto trattando le acque di processo e attivando tutti i presidi per la salute e la sicurezza del lavoro) o utilizzare questo materiale come RDF (combustibile alternativo). In attesa di essere in grado di fare altrettanto a larga scala, noi paesi industrializzati «avanzati», dobbiamo muoverci su scala globale con intelligenza e chiarezza di intenzioni evitando, se possibile, provvedimenti demagogici (es. imponendo ope legis, in Italia, la compostabilità). Oltretutto la stessa norma (UNI EN 13432), che si vorrebbe imporre oltre alla biodegradabilità agli shopper e ad altri manufatti, sembra non riesca ad essere rispettata, nella sua interezza, da nessun tipo di plastica ecologica all’infuori di film sottilissimi usati in agricoltura.

Gli additivi sembrano essere ad oggi la migliore invenzione esistente sul mercato per rendere questo materiale veramente ecosostenibile sebbene ci siano sostanziali differenze all’interno di questa categoria (es. alcuni sono riciclabili altri no).

In ogni caso dobbiamo procedere in avanti e contribuire al massimo se non alla risoluzione almeno al contenimento di questo problema, che andrà sempre e comunque affrontato nel rispetto della salute dell’uomo (vero grande assente del dibattito e della formazione tecnica).

La scienza e la tecnologia hanno già dato risposte e soluzioni; attendiamo alla prova dei fatti chi è preposto a tali decisioni!

” Quest’articolo è stato realizzato con il supporto giuridico dell’avv. Alberto Tedeschi “

Bibliografia (fine)

8 I biopolimeri e le plastiche additivate: biodegradabilità, degradabilità e compostabilità. Concetti di base, confronti e legislazione. Il caso dell’additivo ECM MasterBatch Pellets. Paolo Broglio. Congresso delle materie plastiche – 23 ottobre 2008 – Milanofiori (Assago) MI

9 Confronto di biodegradabilità tra polimeri additivati e non, utilizzando il protocollo UNI EN 14855 – Determinazione della biodegradabilità aerobica ultima in condizioni di compostaggio controllate. Paolo Broglio, Elena D’Adda e Simona Ramponi. Biopolpack 1° Congresso Nazionale sugli imballaggi in polimeri biodegradabili. Parma. 15-16 aprile 2010

10 Test di disintegrabilità (UNI EN 14045) su substrati plastici marchiati conformi a UNI EN 13432 (biodegradabile e compostabile). Paolo Broglio, In print

a cura di

Paolo Broglio

Famiglie  d’Italia

Green economy actions ( Econota 79 )

marzo 9, 2012

Azioni concrete per la green economy

Quasi 13.000 Mw fotovoltaici risultano in esercizio al 22 gennaio 2012, oltre 4.000 in più rispetto agi 8.000 inizialmente previsti dal Piano di azione nazionale sulle fonti rinnovabili. Ciò vuol dire che a inizio febbraio, attraverso il conto energia, sono entrati in esercizio circa 327.000 impianti fotovoltaici

Carlo Ciminiello ( fonte: Villaggio Globale )

«Di rado un’importante innovazione scientifica si fa strada convincendo e convertendo progressivamente i suoi oppositori; quel che accade, è che gradualmente gli oppositori scompaiono e la nuova generazione si familiarizza con l’idea sin dalla nascita». Ha esordito così, citando Max Planck, Alfonso Gianni, Direttore della Fondazione Cercare Ancora, in occasione ieri della presentazione presso la Fiera del Levante di Bari, del rapporto sullo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili nelle regioni del Mezzogiorno.

Nell’introduzione Alfonso Gianni ha posto l’accento sulla dipendenza energetica dall’estero del Paese Italia, una mancanza di autonomia che ci rende succubi di fattori finanziari e geo-politici, che in momenti di crisi, aggravano in maniera decisiva l’economia nazionale.

Dal Rapporto, curato da Roberto Ferrigni e Pasquale Stigliani, si evince come il concetto di salvaguardia dell’ambiente non riesca ancora del tutto a radicarsi nella nostra società, un concetto che prima di «approdare» nelle soluzioni fissate dai protocolli mondiali debba partire dalla vita quotidiana di ogni singolo cittadino.

Affermazioni e visioni futuristiche leggermente pessimistiche sono state, però, accompagnate da alcuni confortanti dati, come i quasi 13.000 Mw fotovoltaici che risultano in esercizio al 22 gennaio 2012, oltre 4.000 in più rispetto agi 8.000 inizialmente previsti dal Piano di azione nazionale sulle fonti rinnovabili, che indica le strategie per onorare gli impegni che l’Italia ha assunto come membro dell’Unione europea. Ciò vuol dire che a inizio febbraio 2012, attraverso il conto energia, sono entrati in esercizio circa 327.000 impianti fotovoltaici. Inoltre, già oggi, le regioni del Mezzogiorno rivestono una parte importante della produzione di energia elettrica da Fer (Fonti di energia rinnovabile). Secondo i dati Terna, nel 2010 le regioni meridionali hanno prodotto 19.830 Gwh su una produzione nazionale rinnovabile pari a 76.964 Gwh. In modo particolare la Puglia, che ha raggiunto il 5% della produzione, con Foggia che detiene il primato con il 2,4%, grazie al notevole contributo dell’eolico. Dati, questi, che fanno ancora ben sperare per il futuro.

Un’importante soluzione green che è emersa dal dibattito, è quella dell’installazione delle cosiddette smart grid, o griglie intelligenti, reti di informazione che affiancano la rete di distribuzione elettrica, per evitare i diffusissimi sprechi energetici, ridistribuendo gli eventuali surplus di energia in altre aree.

A sostegno della leadership della nostra regione nel campo delle fonti rinnovabili, è intervenuto il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, il quale, ancora una volta, ha esposto il suo impegno a favore di un’economia e una gestione del territorio pro-ambiente, spesso sostitutiva della mancanza di direttive statali.

Il Governatore, a supporto delle proprie idee, ha dichiarato di voler evadere definitivamente dalla «dittatura» dei combustibili fossili, adottando un regolamento che faccia dotare ogni edificio della città di Bari, di pannelli solari, un tipo di fonte energetica assolutamente non inquinante, naturale e con costi recuperabili nel giro di pochi anni. Un’affermazione forte e coraggiosa.

Per correre più velocemente dell’orologio climatico, bisogna che dalla green economy si passi alla greening the economy, ovvero a una trasformazione dell’economia e a una nuova concezione della crescita che, abbandonando il vecchio parametro quantitativo con cui veniva misurata, possa essere valutata e apprezzata per il suo aspetto qualitativo.

 

 

La pillola eco-impegnata di Paolo Broglio,  ovvero quelli che fanno “……o almeno ci provano

 

Muzzicycle, la bicicletta che viene dai rifiuti

Arriva dal Brasile la eco-bicicletta ( 140 dollari ) messa a punto da Juan Muzzi, interamente costruita con varie tipologie di plastica recuperata, ma capace di garantire flessibilità e stabilità

(Rinnovabili.it) – Che succede se tutti i rifiuti di plastica vengono impiegati per costruire una bicicletta? Succede che da una parte c’è un’impresa che lavora e cresce, dall’altra un ambiente più sano e pulito. L’idea nasce in Brasile e ad avere questa grande intuizione è stato Juan Muzzi, un uomo che in molti definiscono un artista e un inventore, che ha iniziato a raccogliere bottiglie e altri scarti in plastica per le strade di San Paolo, per poi assemblare tutto il materiale “recuperato” e dargli la forma di una bicicletta: la Muzzicycle. La due ruote messa a punto da Muzzi si ispira alla struttura ossea del corpo umano ed ha per questo una struttura flessibile e leggera allo stesso tempo, oltretutto priva di saldature. Elemento distintivo è il telaio monopezzo creato da Muzzi: costituito da pareti spesse, ma vuote al loro interno, è difficile da piegare o da rompere proprio grazie alla miscela di plastiche riciclate da cui è costituito.

La novità è che, iniziata come una sfida rimasta però allo stato prototipale a causa dell’assenza di finanziatori, oggi il Sig. Muzzi è riuscito ad ottenere un ingente finanziamento da una banca Uruguaiana, potendo avviare così la produzione in serie. Un mezzo due volte amico dell’ambiente, dunque, che attualmente è possibile acquistare su internet a circa 140 dollari. Sul sito dedicato è possibile monitorare un contatore che informa in tempo reale sulle bottiglie di plastica recuperate, attualmente 15.840.600, che sono state trasformate in 132.000 biciclette, con risparmi notevoli in termini di emissioni.

rubrica a cura di

Paolo Broglio

Famiglie  d’Italia

Bioeconomia,l’Europa ci crede ( Econota 78 )

febbraio 29, 2012

Nuova sfida europea, tempi maturi per la Bioeconomia

Muove già, di fatto, circa 2.000 miliardi di euro l’anno nei settori dell’agricoltura, della silvicoltura, della pesca, della produzione alimentare, della produzione di pasta di carta e carta, dell’industria chimica, biotecnologica ed energetica

La Commissione europea ha pubblicato la strategia europea per supportare una crescita sostenibile attraverso un rafforzamento della bioeconomia (EC, 2012. «Innovating for Sustainable Growth: A Bioeconomy for Europe»). Per bioeconomia s’intende un’economia basata sull’impiego di risorse biologiche per la produzione di alimenti, mangimi e combustibili per la produzione industriale ed energetica. L’avvio di una bioeconomia a larga scala può significare, per l’Europa, creare nuova occupazione, avviare la crescita economica nelle aree rurali, lungo le coste e nelle aree industriali provate dalla attuale crisi economica, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili e aumentando la sostenibilità economica e ambientale della produzione primaria e dei processi industriali.

Il piano d’azione messo a punto dalla Commissione è basato su un approccio intersettoriale e sull’obiettivo di favorire la nascita di un’economia a emissioni ridotte, conciliando le esigenze di sostenibilità nell’uso delle risorse biologiche per fini produttivi con la tutela della biodiversità e dell’ambiente. I tre aspetti chiave della strategia riguardano lo sviluppo di nuove tecnologie e processi produttivi ispirati alla bioeconomia; lo sviluppo di nuovi mercati in diversi settori interessati e l’avvio di una collaborazione più ampia tra i responsabili politici e le parti interessate. In un’intervista Máire Geoghegan-Quinn, commissaria Eu responsabile per la Ricerca, l’innovazione e la scienza, afferma che l’Europa è ormai matura per passare a un’economia «post-petrolio», dove un più ampio utilizzo delle fonti rinnovabili è una necessità ma anche un’opportunità. Questo processo può essere favorito attraverso la ricerca e l’innovazione, elementi chiave per la protezione dell’ambiente, la sicurezza energetica e alimentare e la futura competitività dell’Europa.
La Commissaria ha però affermato che l’Europa si mostra troppo lenta a recepire le grandi sfide dello sviluppo e che spesso le azioni politiche in questo senso risultano isolate. Una scommessa come quella lanciata dalla strategia europea per la bioeconomia, invece, richiede un quadro di riferimento più forte ed organico, che coinvolga contemporaneamente il mondo scientifico, quello politico e quello imprenditoriale. I fondi pensati per sostenere la strategia europea fanno capo a filoni di finanziamento come la politica agricola comunitaria, il programma di ricerca «Horizon 2020» e altri programmi comunitari e nazionali.
La strategia europea per la bioeconomia segue l’Agenda messa a punto dall’Oecd nel 2009 (Oecd, 2009. The Bioeconomy to 2030: designing a Policy Agenda) in modo originale. L’Agenda dell’Oecd, infatti, è tarata sul ruolo che le biotecnologie (applicate agli ambiti di tipo agricolo, sanitario e industriale) possono giocare nel lanciare a livello mondiale una bioeconomia condivisa. La Commissione europea, invece, facendo seguito al lungo dibattito e al percorso effettuato negli ultimi anni sulla strada della sostenibilità, vede la bioeconomia in un contesto più vasto, dove trovano spazio la sicurezza alimentare, la gestione sostenibile delle risorse naturali, la riduzione dalla dipendenza dalle risorse non rinnovabili, la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici, la competitività europea per creare e mantenere nuovi posti di lavoro.

La visione europea della bioeconomia ha, quindi, un carattere più globale e coerente, che prevede aspetti politici, investimenti in conoscenza, innovazione e incremento di capacità, nuove infrastrutture e strumenti, una governance partecipativa basata su un dialogo informato con la società. L’applicazione di questa strategia, che prevede tra l’altro aspetti controversi come quelli, ad esempio, legati alla produzione dei bio-carburanti, richiederà senza dubbio un notevole impegno a livello politico, economico e sociale.

 È bene però ricordare che la bioeconomia in Europa muove già, di fatto, circa 2.000 miliardi di euro l’anno nei settori dell’agricoltura, della silvicoltura, della pesca, della produzione alimentare, della produzione di pasta di carta e carta, dell’industria chimica, biotecnologica ed energetica. Si prevede che l’attuazione della strategia europea sulla bioeconomia possa moltiplicare tale valore di un fattore dieci entro il 2025.

 ( da Villaggio Globale-Fonte: Enea-Eai)

 

 

La pillola eco-impegnata di Paolo Broglio,  ovvero quelli che fanno “……o almeno ci provano

 

Ricercatori del MIT trovano un modo per utilizzare l’erba tagliata come pannelli solari (di Mark Boyer )

 

Generare energia solare a casa miscelando erba tagliata con sostanze chimiche poco costose? Questo è esattamente quello che il ricercatore MIT Mershin Andreas ha trovato per caso. Lo scienziato dice che creare una cella solare potrebbe essere semplice come la miscelazione di qualsiasi materiale organico verde (erba tagliata, rifiuti agricoli) con un sacchetto di sostanze chimiche e adagiare il composto ottenuto su un tetto. Una volta migliorata l’efficienza del sistema  Mershin, questo tipo di tecnologia solare potrebbe fare energia a basso prezzo rendendola disponibile in luoghi rurali e paesi in via di sviluppo dove le persone non hanno accesso all’energia Qui a Inhabitat, noi abbiamo seguito biophotovoltaics — dispositivi che generano energia dalla fotosintesi — e anche se le possibilità sono illimitate, la maggior parte della tecnologia esistente è molto costoso e lontani dal raggiungimento del mercato. In uno studio pubblicato nel rapporti scientifici, Mershin e i suoi colleghi ricercatori hanno creato un processo di “dirottare” PS-sono molecole che sono responsabili per la fotosintesi. Come Mershin spiega in questo video, al fine di ottenere queste molecole a lavorare per noi, dobbiamo estrarre la proteina che si trova al centro della fotosintesi e stabilizzare il modo che essa continua a vivere e operare in un pannello solare.

Mershin e il suo team ha sviluppato una nanostruttura in biossido di titanio, supportato da nanofili, che trasporta un flusso di corrente. Il sistema è in grado, per ora, di convertire solo 0,1 per cento dell’energia del sole in elettricità —  quattro ordini di grandezza migliori rispetto ai precedenti sistemi biophotovoltaici — ma questa percentuale dovrà essere migliorata ulteriormente prima che la tecnologia possa essere utile. La svolta ” porta la promessa di una energia solare economica ed ecologica “. Il dr. Mershin spera che tutto ciò avverrà entro pochi anni.

rubrica a cura di

Paolo Broglio

Famiglie  d’Italia

I biocarburanti possono aumentare le emissioni di CO2 ( Econota 69 )

novembre 8, 2011

Ma i biocarburanti non sono «carbon neutral»

 
Dibattito su «Eai» dell’Enea ( fonte: Villaggio Globale )

Aumentano le emissioni di anidride carbonica atmosferica, a meno che i biocombustibili non vengano ottenuti da biomasse coltivate su terreni desertici o marginali privi di «carbon stocks» e incapaci naturalmente di essere «carbon sinks». Lettera di scienziati alla Commissione europea e altre prese di posizione

È polemica aperta sulla decisione europea a proposito dei biocarburanti. Il dibattito sta trovando spazio sulle colonne della rivista dell’Enea, «Eai».

Tutto parte in seguito del parere espresso il 15 settembre dal Consiglio scientifico della Easecondo cui i biocombustibili non sono «carbon neutral» ma aumentano le emissioni di anidride carbonica atmosferica, a meno che i biocombustibili non vengano ottenuti da biomasse coltivate su terreni desertici o marginali privi di «carbon stocks» e incapaci naturalmente di essere «carbon sinks», inizia a divampare una polemica internazionale perché la Commissione europea, sembra, non abbia dato eccessivamente peso al parere della Eea.
Ora un centinaio di scienziati di tutto il mondo hanno scritto una lettera, nella quale affermano che la Commissione europea, nel considerare i biocombustibili come «verdi» attribuendo loro la caratteristica di essere «carbon neutral», commette un errore perché non c’è alcuna evidenza scientifica che giustifichi questa decisione che, peraltro, è diventata legge europea. Definire i biocombustibili come ecologici, verdi o carbon neutral comporta anche un danno perché incentiva la distruzione dell’agricoltura e delle foreste (che sono carbon sinks e producono carbon stock) per far spazio alla coltivazione delle biomasse (che sono «carbon neutral» solo perché non sono «carbon sink», ma contemporaneamente, però, distruggono i «carbon stocks»).
Su questo aspetto (biocombustibili non verdi) la Rivista «Enea Eai» pubblica su Focus del numero che sta per uscire, il parere di Lorenzo Ciccarese, un esperto agroforestale di Ispra su «carbon stocks» e «carbon sinks». Ciccarese dice in sintesi che il Consiglio scientifico (e quindi anche questi 100 scienziati) hanno ragione, ma fino ad un certo punto, perché, esclusi i terreni desertici (incapaci di essere carbon sink) e privi di carbon stock, dove sicuramente la Eea e gli altri scienziati hanno ragione, è necessario, per tutti gli altri suoli fare, invece, un bilancio fra i vari «pool» di carbonio (emissioni, assorbimenti, accumuli come sink e accumuli come stock) per valutare se effettivamente la coltivazione di biomasse per biocombustibili aumenta o meno le emissioni di anidride carbonica in atmosfera.

Sicuramente il dibattito tenderà ad amplificarsi e a diventare conflittuale, anche in considerazione del fatto che l’Unione europea, sulla ipotesi che i biocombustibili siano «carbon neutral» cioè ecologici e verdi, ha basato anche le sue strategie di riduzione delle emissioni nelle politiche energetiche, ad esempio: quella del Set plan 20-20-20, quella dei trasporti per utilizzare una certa quota di biocombustibili al 2018.
Inoltre, molti produttori di biocombustibili hanno già pianificato le loro attività e messo a punto i loro piani di sviluppo industriale per i prossimi anni in funzione delle strategie europee sui biocombustibili e del mercato che si prospetta per il commercio di biocombustibili.
Si profilano, insomma, grosse battaglie ed è bene sottolineare che la criticità di questo argomento già dal 15 settembre scorso, è stato portato alla conoscenza dei lettori del numero che sta per uscire.

Infine c’è da segnalare la presa di posizione dell’European Biodisel Board sulla introduzione nella direttiva biocombustibili del Iluc per tener conto dei possibili danni all’agricoltura derivanti dalla coltivazione di biomasse per biocombustibili. Anche l’Iluc adottato dalla Commissione europea in una sua direttiva non è scientificamente provata, secondo questo comunicato. Nella conversione dei suoli da agroalimentare a produzione di biocombustibili, così come tra deforestazione di un suolo per convertirlo produzione di biocombustibili non c’è alcuna correlazione, sempre secondo questo position paper. Insomma, bisogna produrre biocombustibili come era previsto inizialmente dalla Commissione, senza introdurre fattori correttivi come Iluc. È una posizione contro gli scienziati e contro la Commissione che nell’ultima direttiva aveva introdotto fattori correttivi. La polemica va avanti.

 

La pillola eco-impegnata di Paolo Broglio,  ovvero quelli che fanno “……o almeno ci provano

 

Dall’industria del formaggio il packaging eco-sostenibile

A Barcellona, alcuni scienziati avrebbero da poco scoperto che le proteine del siero di latte si possono trasformare in una speciale plastica sostenibile

 Abbiamo sentito spesso parlare delle “Whey protein“, ossia delle “proteine del siero di latte”, un mix proteico in polvere ottenuto dal liquido (o siero appunto) usato per la lavorazione del formaggio. Spesso utilizzate come additivo per un’ampia gamma di prodotti alimentari (tra cui pastine, creme, budini e prodotti da forno), le Whey protein hanno trovato da pochi giorni anche un altro impiego: l’imballaggio.

Sembra infatti che a Barcellona, alcuni scienziati abbiano da poco scoperto che queste proteine possano essere trasformate in una speciale plastica sostenibile, perfetta per le confezioni di generi alimentari. La ricerca, denominata “WheyLayer“ è stata finanziata interamente dalla Commissione Europea per trovare un’alternativa alle fonti di petrolio nel packaging alimentare. Grazie a questo progetto quindi, è stato possibile intuire che le proteine del siero di latte potrebbero sostituire completamente alcuni prodotti sintetici a base di petrolio. Una scoperta che non solo renderà più economico il processo di produzione degli imballaggi, ma che faciliterà enormemente il riciclo delle confezioni sintetiche.

Fonte: Le Rinnovabili

rubrica a cura di:

Paolo Broglio

Famiglie  d’Italia

Più attenzione e cura per l’acqua, nota informativa ( Econota 68 )

ottobre 28, 2011

Più cura per l’acqua, bene universale ( by Villaggio Globale )

La risorsa idrica ha anche un ruolo di mitigazione della pericolosità idraulica dei corsi d’acqua e di lotta alla desertificazione. Trascurato il settore delle acque sotterranee

Di recente è stato pubblicato il parere del Comitato delle Regioni (CdR) europee sul «ruolo degli enti regionali e locali nella promozione di una gestione sostenibile dell’acqua».

Le raccomandazioni del Comitato auspicano il rafforzamento delle politiche d’indirizzo in tema di risorsa idrica, di mitigazione della pericolosità idraulica dei corsi d’acqua e di lotta alla desertificazione. Nella sua articolazione il documento avrebbe potuto approfondire di più il settore delle acque sotterranee di estrema importanza per molte zone di pianura e carsiche. Ma esaminiamo con cura.

Il Comitato è l’assemblea politica che dà voce agli enti regionali e locali nell’elaborazione delle politiche e della legislazione dell’Unione europea (Ue). Il Comitato è consultato dagli organi dell’Ue ogniqualvolta siano avanzate proposte riguardanti settori con implicazioni a livello regionale o locale. Il parere del Comitato, sollecitato dalla Presidenza ungherese dell’Unione, pone la condivisione delle responsabilità e la quantificazione degli obiettivi al centro della strategia per un uso sostenibile delle risorse idriche. L’argomento riveste un grande interesse strategico per le scelte politiche e programmatiche e per la definizione di modelli di sviluppo durevoli che determinano forti ripercussioni socio economiche a livello globale.

Secondo le stime di Marie-Laure Vercambre, a capo del Programma per l’Acqua di Green Cross International, 900 milioni di persone vivono senza un accesso sicuro all’acqua potabile e un terzo della popolazione mondiale vive in Paesi sottoposti a stress idrico o riceve inadeguate quantità di precipitazioni annuali. L’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che ogni anno muoiono, per cause legate alla mancanza di acqua, tra i cinque e i dieci milioni di persone. Stime coerenti con quelle valutate da Umberto Fratino, consulente per la stesura del parere, secondo il quale il 50 % della popolazione mondiale non ha accesso all’acqua con qualità analoga a quella disponibile ai cittadini dell’antica Roma più di 2000 anni fa; egli indica che il 2/3 della popolazione mondiale nel 2025 soffrirà di mancanza idrica.

Il tema dell’acqua è affrontato nelle raccomandazioni del CdR sia in termini di risparmio della risorsa idrica e riuso di quella non convenzionale, sia in termini di gestione del rischio idrogeologico legato al cambiamento dei regimi di precipitazioni (che innescano alluvioni e frane) e all’innalzamento del livello del mare (che accelera i processi di erosione costiera). In tale contesto il Comitato rivendica un ruolo fondamentale nella gestione consapevole dell’acqua considerando la stessa un patrimonio limitato dell’umanità non assoggettabile a logiche di mercato e alle regole della concorrenza facendo propria la risoluzione Onu del 28 luglio 2010 che dichiara l’acqua, un diritto umano universale inviolabile.

Le raccomandazioni politiche del Comitato rivolte all’Ue auspicano il rafforzamento delle politiche d’indirizzo in tema di risorsa idrica, di mitigazione della pericolosità idraulica dei corsi d’acqua e di lotta alla desertificazione. Indica nell’adozione di nuovi strumenti di regolamentazione, da definire a scala di bacino idrografico, la possibilità di individuare chiari e precisi obiettivi di efficienza per ogni settore di attività che dipende fortemente dall’acqua (domestico, processi produttivi, agricoltura, turismo, idroelettrico e acquacoltura).

Il documento richiamando il concetto di bacino idrografico, introdotto nella normativa italiana con la Legge 183/89, impone l’adozione di un approccio transfrontaliero per la gestione delle acque con il coinvolgimento attivo delle autorità europee, nazionali, regionali e locali. Infatti, s’intende per bacino idrografico la porzione del territorio dal quale le acque pluviali o di fusione delle nevi e dei ghiacciai, defluendo in superficie, si raccolgono in un determinato corso d’acqua e il territorio che può essere allagato dalle acque del medesimo corso d’acqua compresa le aree terminali come le foci in mare: il bacino idrografico si estende senza continuità di soluzione dalle montagne, dove sgorgano le sorgenti che danno origine ai fiumi, fino al mare.

Sono posti tra gli obiettivi per la riduzione del consumo della risorsa idrica iniziative sia a livello di singolo edificio, quale l’integrazione della direttiva sulle prestazioni energetiche dei fabbricati con l’iniziativa della Commissione sulla Water Efficiency in Building, sia per interi comparti di attività produttive, quale l’introduzione di azioni normative che definiscano, per differenti settori di attività e secondo le caratteristiche dei singoli Stati membri, il corretto recupero e riutilizzo delle risorse idriche. Aspetti importanti sono trattati con riferimento alle proposte circa la nuova Politica agricola comunitaria con azioni atte a favorire il risparmio idrico in agricoltura attraverso l’adozione di strumenti economici e fiscali che favoriscano il ricorso a colture ad alta efficienza (best crop per drop) e tese alla conservazione e al recupero ambientale del territorio agrario. Azioni queste volte a incentivare il mantenimento delle aree boschive e delle zone umide e a limitare i fenomeni di degrado e di erosione del suolo oltre che a contenere l’emungimento dalle falde idriche sotterranee che, nelle aree costiere, determina l’intrusione dell’acqua marina con conseguente compromissione dei suoli attraverso il processo di salinizzazione, sicura deriva verso la desertificazione.

In una ben precisa definizione della politica in materia di acqua, che individua in tre aspetti i fondamentali su cui basarsi: accumulo, ritenzione e drenaggio, ritengo che il documento avrebbe potuto approfondire di più il settore delle acque sotterranee di estrema importanza per molte zone di pianura e carsiche. Gli acquiferi sono veri e propri serbatoi della risorsa idrica, che se ben conosciuti e gestiti, rappresentando per quelle aree vulnerabili ed esposte ai processi di desertificazione le vere riserve strategiche.

Il testo della raccomandazione, trattando un tema così importante per la vita e lo sviluppo socio economico, è molto articolato e pieno di spunti sui quali sviluppare le politiche per la gestione della risorsa e la tutela e salvaguardia della vita; si sottolinea fortemente il ruolo chiave che svolgono gli enti regionali e locali nel raccogliere i dati ambientali e propone la trasformazione dell’attuale Osservatorio europeo della siccità in Osservatorio idrico europeo. Sarebbe auspicabile, per quelle regioni con risorse idriche sotterranee prevalenti e che per anni hanno preferito la logica dei condoni e delle sanatorie dei pozzi per acqua alla più razionale ed efficace politica delle autorizzazioni controllate, avviare Osservatori delle acque sotterranee che possano dare, mettendo a sistema la mole di dati già disponibili negli archivi, un quadro aggiornato dello stato qualitativo e quantitativo di quelle riserve strategica che sono le falde sotterranee in grado di accumulare e restituire in maniera controllata grandi quantità di acqua.

Rimarcando il ruolo degli enti locali e regionali, nella fruizione in modo diretto di risorse economiche derivanti dai limiti di emissione dei gas serra per finanziare i programmi d’intervento locale di lotta al cambiamento climatico, il Comitato s’impegna a utilizzare quota parte di tali risorse per attivare azioni tese a rafforzare negli individui la consapevolezza del valore intrinseco dell’acqua anche avviando campagne d’informazione e educazione ambientale, già dalla scuola dell’infanzia. Il documento conclude con auspici e un orizzonte temporale per realizzarli rappresentato dal 2020, questo anche in relazione a quanto richiesto dall’attuazione della direttiva 2000/60/CE. In tale data sono posti importanti traguardi che necessitano di verifiche intermedie al fine di essere certi che le strade intrapresa siano realmente in grado di far raggiungere tali obiettivi. Si prefigge l’incremento del 20 % del risparmio idrico in tutti i settori d’uso; l’aumento del 20 % dei corsi d’acqua oggetto di rinaturalizzazione anche per un miglioramento della loro sicurezza idraulica; l’aumento del 20 % del volume di acqua a oggi riutilizzato e/o riciclato nelle attività agricole e industriali.

Di Antonello Fiore

 

La pillola eco-impegnata di Paolo Broglio,  ovvero quelli che fanno “……o almeno ci provano

 

 “Skataz”, il pattino a prova d’ambiente ( prototipo ancora in fase di sviluppo ) – By Rinnovabili.it

Dopo lo skate arrivano i pattini elettrici, un nuovo metodo di trasporto eco-friendly che ci fa ritornare all’infanzia

Quale modo migliore di muoversi senza inquinare, se non quello di lasciare a casa la propria auto ed affidarsi solo all’energia delle proprie gambe? Per chi non è ancora un bike-addicted, ma preferisce spostarsi in giro per la città senza fare troppa fatica, arriva Skatz, il primo pattino in linea elettrico. Dopo le due ruote elettriche e il monopattino a batterie anche per gli amanti dello skating arriva la versione “comoda” ed eco-friendly grazie all’idea dell’inventore Iya Kaganovic, che sta lavorando su questo concept dal 2007.

I pattini in realtà sono ancora in fase di sviluppo: l’attuale modello può raggiungere una velocità massima di 13,5 miglia orarie grazie all’impiego di batterie ricaricabili agli ioni di litio che permettono una durata della modalità elettrica di circa 30 minuti (molto dipende dal peso del pattinatore). Relativamente poco ingombranti e dall’aspetto un po’ retro, gli Skatz sono realizzati in materiale composito leggero e resistente e, piccolo neo, vengono “accesi” tramite telecomando collegato alla base.

rubrica a cura di:

Paolo Broglio

Famiglie  d’Italia

Mi faccia un pieno d’olio fritto… ( Econota 63 )

agosto 11, 2011

Biodiesel

E le auto vanno con l’olio fritto

L’esperienza di una ditta modenese. Esiste da tempo la condizione necessaria affinché si utilizzino oli vegetali come carburanti per auto. La notizia non è nuova e periodicamente si rianimano le speranze di chi volentieri sperimenterebbe il biodiesel «faidate»

 

Valentina Nuzzaci by Home | Villaggio Globale

Questa volta l’Italia fa da maestra: a Modena la Havi Logistics, una multinazionale con una sede anche a Bomporto, si è lanciata nell’avventura dei Havi Logistics,, ossia di quelle fonti di energia combustibile che alimentano le nostre autovetture.

In pratica, viene letteralmente recuperato l’olio fritto delle varie friggitorie della zona e, grazie ad un processo nemmeno complicatissimo di raffinazione, si ottiene biodiesel di ottimo livello.

Il progetto è stato preceduto da uno studio durato quasi 2 anni, durante il quale sono state attuate verifiche di fattibilità tecnica ed organizzativa dei processi che si sarebbero dovuti attivare: primo fra tutti quello relativo all’impatto dell’introduzione di biodiesel sui mezzi della flotta Havi Logistics, in termini di eventuali rischi per il motore dei mezzi e per tutte le componenti in cui transita il biodiesel.

Ecco qui elencati i risultati già ottenuti dall’azienda in questione dal punto di vista sociale, economico, ambientale:

– recupero di 150 tonnellate di olio usato dai ristoranti;

– produzione di equivalenti tonnellate di Biodiesel;

– produzione di circa 600 tonnellate di mix diesel-biodiesel che permette di percorrere circa 4.000.000 Kmanno a ridotte emissioni inquinanti, pari ad una riduzione superiore a 100.000 Kgdi CO2.

Insomma, parrebbe esistere davvero un’alternativa «verde» al diesel.

Anche se il primo segno rappresentativo della possibilità concreta di viaggiare in auto in maniera eco-sostenibile ci è stato gentilmente offerto già anni fa dall’olio di colza.

Esiste da tempo, difatti, la condizione necessaria affinché si utilizzino oli vegetali come carburanti per auto.

La notizia non è nuova e periodicamente si rianimano le speranze di chi volentieri sperimenterebbe il biodiesel «faidate», facendo ressa nei supermercati per scorte improvvisate di olio di semi per la propria vettura.

Sì, perché il vero biodiesel viene prodotto principalmente con olio di colza e di girasole.

L’olio di colza è amico dell’ambiente da tanto tempo: è un olio vegetale alimentare, prodotto dai semi della pianta, che trovava uso già intorno al 1200 per l’illuminazione delle strade nei paesi del nord Europa.

Il motore di Rudolph Diesel (il motore Diesel) venne originariamente pensato alla fine dell’800 dal suo inventore per funzionare con olio vegetale, ma in seguito fu sostituito dall’olio minerale petrolchimico detto gasolio-diesel.

Oggi si è riscoperto che l’olio di colza, opportunamente trattato e trasformato in biodiesel, può essere utilizzato come biocarburante per i motori Diesel.

Costa mediamente 99 centesimi di euro al litro e inquina il 98% in meno del gasolio normale senza alterare le prestazioni dell’autovettura.

La pillola eco-impegnata di Paolo Broglio,  ovvero quelli che fanno “……o almeno ci provano

ANDREA PURIFICATORE D’ARIA. iMPIANTO PER PULIRE L’ARIA DELLA VOSTRA CASA 

di Brit Liggett

 

 

L’ Andrea purificatore d’aria è una partnership tra l’uomo e i vegetali che accelera la naturale capacità della natura di pulire l’aria al fine di disintossicare l’atmosfera all’interno della vostra casa. Abbiamo avuto la possibilità di sedersi con Tom Hadfield  per parlare di come questo gadget stupefacente è in grado di pulire l’aria in casa 1.000 volte meglio di una pianta d’appartamento normale. Guarda la nostra intervista video qui sopra!

“Andrea” è stato inventato dal designer francese Mathieu Lehanneur e professore di Harvard David Edwards come parte di un esperimento scientifico – artistico nel 2007. Il depuratore,  in vendita negli scaffali dei negozi in Nord America dal gennaio del 2010 , è in grado di amplificare la depurazione dell’aria capacità di una pianta con l’ausilio di un ventilatore meccanico che si muove l’aria passato le foglie della pianta, attraverso il suolo e le radici attraverso un vassoio d’acqua che raccoglie le tossine.

“Andrea” può lavorare con molte specie di piante della casa e unisce un design elegante con funzionalità dimostrato di catturare non solo le tossine da casa vostra ma di aggiungere anche uno stile al vostro arredamento. “Andrea unico multi-fase “, completamente naturale, garantisce un sistema di pulizia a casa sano e sicuro per la vostra famiglia. ” Oggi la gente compra depuratori d’aria  per poi uscire ad acquistare piante in vaso “, ci ha detto Tom Hadfield. ” Pensiamo che il futuro di purificazione dell’aria negli ambienti chiusi potrebbe essere una via di mezzo “.
Read more: VIDEO EXCLUSIVE: Andrea Air Purifier, a Partnership Between Man and Plant | Inhabitat – Green Design Will Save the World

rubrica a cura di:

Paolo Broglio

Famiglie  d’Italia

Vitoria-Gasteiz, ” Capitale verde europea 2012 ” ( Econota 57 )

maggio 7, 2011

 

Le città fabbriche di inquinamento… ma non tutte. «Gli effetti negativi potrebbero essere minimizzati se nelle città attuassero una giusta politica ambientale» basata sulla sostenibilità. Un esempio virtuoso è la città basca Vitoria-Gasteiz

di Stefania Petraccone

Nell’ultimo rapporto rilasciato dall’UN-Habitat, un Programma delle Nazioni unite per gli Insediamenti umani, è stato costatato che la città è diventata la più grande fonte di inquinamento ambientale a livello mondiale, e che la quantità di emissioni di gas serra che si generano nelle città rappresentano circa il 70% delle emissioni totali di gas serra globali. E il segretario delle Nazioni unite Joan Clos ha messo in evidenza che questi effetti negativi che nascono dalle città e che influenzano drasticamente sui cambiamenti climatici potrebbero essere ridimensionati se solo le città attuassero una giusta politica ambientale basata su «un sistema efficiente di trasporto urbano e una pianificazione razionale, fornendo contemporaneamente opportunità di sviluppo economico e sociale ai cittadini». (more…)

Copenaghen, solo un passo avanti… e tanta delusione

dicembre 19, 2009

 Il mondo sta correndo verso una  catastrofe ambientale inimmaginabile e lo fa in modo conscio e masochistico. Anche il  ” Summit di Copenaghen ” è servito a poco, se non a trovare qualche spicciolo da elargire ai paesi più poveri per facilitare un lifting alle coscienze di quelli più ricchi … e nulla più. Nessuno vuol rendersi conto che stiamo vivendo tutti nello stesso villaggio, nel quale non c’è più spazio per cittadini privilegiati. La sopravvivenza di ognuno è messa in pericolo dal soccombere dell’altro. Se non si è coscienti di questa realtà gli spazzi per il salvataggio del nostro pianeta si restringono inesorabilmente. Siamo cittadini di un villaggio globale , come afferma il mio caro amico Mauro Langfelder, ” dove la fame lascia morire troppi di noi; dove la dispersione dell’energia degrada le risorse che i nostri stessi discendenti ci hanno prestato ed affidato in temporanea gestione; dove la nutrizione forsennata di cibi animali inquina oltre ogni misura ragionevole; dove l’abbattimento incauto delle foreste impoverisce la nostra serra naturalistica …(more…)