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Alzheimer, imboccata la strada della prevenzione ( Famiglie d’Italia salute news )

marzo 12, 2014

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Tra le notizie più interessanti di questi giorni inerenti alla nostra salute: l’Alzheimer, una delle malattie più tremende che possa colpire un uomo in senilità, in quanto gli cancella progressivamente i ricordi di tutta una vita, specialmente quelli affettivi, potrà essere individuato in tempo. con conseguente innalzamento di difese in tempi non sospetti. In tema vi poniamo all’attenzione un post pubblicato da VitadiDonna Community

   Alzheimer, con analisi del sangue diagnosi 3 anni prima

Pubblicato 11 Marzo 2014
Di Antonio Luzi

Il morbo di Alzheimer provoca una demenza progressiva che colpisce attualmente oltre 35 milioni di persone in tutto il mondo e si prevede colpirà, entro il 2050, 115 milioni di soggetti.

A tutt’oggi non abbiamo né cure per guarire né terapie specifiche che possano perlomeno rallentare il decorso progressivo ed inarrestabile della malattia, e forse questa situazione é dovuta anche alla nostra incapacità, fino ad oggi, di individuare la malattia in fase precoce, prima che si presentino i primi segnali del declino.

Per questa ragione la ricerca di segnalatori, i cosiddetti biomarkers, che ci aiutino ad individuare i soggetti che andranno incontro alla sindrome, sono in questo momento al centro delle attività di ricerca in molti laboratori ed università del mondo.

L’individuazione di questi biomarkers sarà fondamentale non solo per mettere in atto una serie di soluzioni terapeutiche che possano bloccare l’insorgere della malattia, ma, probabilmente, ci permetterà anche di individuare terapie in grado di iniziare ad arrestare il cammino inesorabile dell’Alzheimer.

Per questa ragione l’annuncio fatto da un gruppo di ricercatori della Georgetown University di Washington, pubblicato sulla rivista Nature Medicine, ha suscitato enorme interesse.

Nell’articolo in questione essi hanno spiegato di aver messo a punto un test ematico nel quale vengono individuati dieci diversi tipi di lipidi presenti, e la loro individuazione è in grado di predire, con tre anni di anticipo e con una probabilità di esattezza del 90%, l’insorgenza della malattia di Alzheimer.

Questi dieci fosfolipidi, deriverebbero dalla precoce distruzione delle membrane delle cellule cerebrali coinvolte nella malattia, ed i ricercatori hanno studiato 525 persone ultrasettantenni per un periodo di cinque anni, individuando 53 soggetti che hanno poi sviluppato i sintomi dell’Alzheimer.

Il profilo lipidico di questi soggetti è stato confrontato con quello di altrettanti soggetti che non avevano presentato segni o sintomi della malattia, riuscendo in questa maniera ad identificare quelli che erano a rischio.

Bisogna però essere ben chiari sul significato di questa scoperta e sui risultati che essa potrà produrre, e che saranno non quelli di aver un trattamento farmacologico preventivo della patologia, o di poter intervenire una volta la malattia sia conclamata, ma essi serviranno per potere dire, ad alcuni soggetti che hanno un grande rischio di poter sviluppare la sindrome, se siano interessati o meno a far parte di uno studio clinico per valutare la reale efficacia di alcuni farmaci nel rallentare il progresso della malattia.

L’Alzheimer è molto probabilmente la malattia che più provocherà disastri nei prossimi anni non solo dal punto di vista strettamente clinico con milioni di persone che perderanno le loro capacità mentali, ma anche e soprattutto per gli enormi costi sociali che essa provocherà.

Nel 2012 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), insieme all’ Alzheimer’s Disease International” ha pubblicato un rapporto intitolato “Dementia: a public health priority”.

Lo scopo di questo rapporto era è quello di aumentare la consapevolezza dell’Alzheimer come una priorità di salute pubblica, di articolare un approccio di salute pubblica e di sostenere un’azione a livello internazionale e nazionale per individuare strategie e linee guida per combatter questa malattia.

La demenza è una sindrome, come scriveva il WHO, che colpisce la memoria, il pensiero, il comportamento e la capacità di svolgere le normali attività quotidiane.

Il numero di persone affette da demenza in tutto il mondo è attualmente stimato (nel 2012) in 35,6 milioni di soggetti e questo numero raddoppierà entro il 2030 e crescerà di più del triplo entro il 2050.

La demenza è una malattia che sconvolge e travolge non solo le persone che ne vengono colpite, ma anche le famiglie e tutti coloro che, o per familiarità o per professione, si prendono cura di loro.

Secondo il WHO c’è una mancanza di consapevolezza e comprensione della demenza nella maggior parte dei paesi, con conseguente stigmatizzazione della malattia quasi a colpevolizzare chi ne è colpito, moltissimi ostacoli nel trattamento terapeutico dei malati per l’assoluta non conoscenza dell’Alzheimer , ed infine per l’enorme costo che si scarica sulle famiglie non solo da un punto di vista emotivo e psicologico ma anche economico.

IN ARGOMENTO:

Parkinson e Alzheimer, la ricerca per una diagnosi precoce

Alzheimer, un kit diagnostico per la diagnosi della malattia al primo stadio

fonte: VitadiDonna Community

introduzione a cura di

Umberto Napolitano

Famiglie  d’Italia

Fumare: eutanasia lenta e legalizzata

ottobre 13, 2013

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( l’eutanasia è attiva diretta quando il decesso è provocato tramite la somministrazione di farmaci che inducono la morte, per esempio sostanze tossiche. Nell’argomento di oggi il tabacco viene paragonato al farmaco in quanto trattasi sempre di sostanze tossiche ingerite o aspirate).

Cari amici, oggi vogliamo ritornare su un argomento molto delicato e sempre in primo piano nella nostra vita quotidiana: il fumo! Le sue conseguenze sulla nostra salute sono ” distruttive “, ma gli interessi cui ruotano intorno fanno sì che il tutto vada sempre considerato in secondo piano, benché gli stupidi ed illusori tentativi da parte di qualche furbo di sciacquarsi la coscienza con immagini e scritte deterrenti evidenziate sui pacchetti delle sigarette. Lo Stato ci prende pure in giro: tu sei libero di decidere della tua salute, io ti avverto e, nel frattempo, tu muori ed io ingrasso. E poi, è un ingrassare da stolti: infatti, essendo il fumo una delle cause principali della maggior parte delle malattie della popolazione, quanto incassato dalle accise sul tabacco viene distribuito con gli interessi alle grandi lobby farmaceutiche. Quindi, produttori di tabacco e di farmaci camminano a braccetto con lo Stato complice in quanto consenziente. 

Se i politicanti che amministrano lo Stato ci tenessero veramente alla nostra salute vieterebbero  completamente la vendita dei tabacchi cercando di favorire e non ostruire l’avvento di prodotti alternativi come quello delle sigarette elettroniche, per esempio. Invece hanno permesso che queste ultime venissero demonizzate ” a prescindere ” , paragonate in peggio alle stesse sigarette e, di conseguenza, supertassate tanto per mettere immediatamente i puntini sulle ” i “:

Uscire da soli dalla schiavitù del fumo non è facile, ma chi ci riesce, come il sottoscritto ormai da più di vent’anni, ne ottiene dei profitti immediati, in primis il risvegliarsi al mattino con un alito che per una volta tanto sappia di ” salubre dormita ” e non di marcio catramale.

Vi allego un post molto interessante pescato dal web.

Con il fumo si muore prima, anche fumare poche sigarette fa male. Nuova ricerca

Pubblicato 12 Ottobre 2013
Di Antonio Luzi ( fonte :VitadiDonna Community )

Quando si discute di ricerca e prevenzione e di come queste due attività possono essere importanti per diminuire i rischi di tumore, si parla quasi sempre del fumo, di come non ci sia concordanza assoluta sui numeri dei fumatori, sull’incidenza del tumore fra i fumatori, se tale incidenza abbia una diretta relazione con la quantità di sigarette fumate.

Una delle poche cose che rimangono oramai assodate e certe è che il fumo è il fattore che maggiormente incide sulle patologie che interessano il sistema respiratorio.

Al momento in molti concordavano che il rapporto tra fumo e decessi conseguenti era di circa il 50% mentre adesso uno studio effettuato dalla National Australian University alza questa asticella portandola a  oltre il 75%.

Il gruppo di ricerca ha verificato i dati risultanti dal registro delle nascite e decessi ed, anche escludendo chi già soffriva di patologie respiratorie, ha potuto accertare che la percentuale di incidenza aumentava notevolmente anche per i cosiddetti fumatori leggeri, quelli cioè che fumano circa 10 sigarette al giorno, concludendo che anche se tardi è in ogni modo meglio smettere.

Per questo è necessario aumentare il lavoro di prevenzione, in particolare tra i giovani.

Il paradosso oggi è che di cancro c’è sempre più probabilità di guarire, ma al tempo stesso di cancro si muore più di prima ed, entro breve tempo, diverrà nel nostro Paese la prima causa di morte sorpassando le malattie cardiovascolari, per le quali la battaglia per prevenirle sta diventando sempre più pressante ed efficace.

Dove invece funziona meno è proprio nella prevenzione del fumo soprattutto nei giovani.

Nonostante il divieto di legge in tutti i locali pubblici, la vendita solo a maggiorenni, le campagne di prevenzione, poche ma che vengono ancora fatte, dopo un breve periodo in cui il numero di fumatori era calato, ora tra i giovani il numero di quelli che fumano è di nuovo in aumento, magari fumando le sigarette che si fanno da soli comperando cartine e tabacco.

In più c’è da aggiungere che il numero di donne o ragazze che fumano ha nettamente sorpassato quello dei maschi.

A dire la verità bisogna aggiungere che l’informazione è non molto adeguata ed in ogni caso non raggiunge gli obiettivi prefissati.
Infatti un italiano su due non sa cosa significa avere uno stile di vita che gli permetta di diminuire i rischi di cancro o di malattie cardiache.

Personalmente poi non vedo una grande azione che sia sponsorizzata e spinta dallo Stato e non vorrei sembrare malizioso quando penso che di fronte ad una entrata di milioni di euro derivante da tasse sulle sigarette sia difficile per lo Stato rinunciare a queste entrate.

La lotta che lo Stato ha intrapreso contro le sigarette elettroniche non era, a mio avviso, dovuta solo alla pericolosità per la salute ma anche e soprattutto al fatto che la diffusione delle sigarette elettroniche aveva fatto diminuire l’incasso derivante dalla accise sul tabacco.

L’indagine DOXA “Il Fumo in Italia, 2011” eseguita dall’Istituto Superiore di Sanità ha rivelato che in Italia nell’anno 2011 ci sono stati circa 11,8 milioni di fumatori, in media 1 persona su 4, più uomini che donne.

I dati rivelano inoltre la preoccupante situazione giovanile, infatti è emerso che nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni, fuma il 15,9% dei maschi e addirittura il 21,8% delle femmine.

by Antonio Luzi ( fonte :VitadiDonna Community )

IN ARGOMENTO:

Perché smettere di fumare

Fumare da giovani riduce di 10 anni l’aspettativa di vita

Le donne che smettono di fumare vivono 10 anni in più

Introduzione a cura di

Umberto Napolitano

Famiglie  d’Italia

Pillole di positività 2 ( Famiglie d’Italia Salute News )

agosto 10, 2013

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Cervello più attivo con il cacao, due tazze di cioccolato al giorno

PUBBLICATO 09 AGOSTO 2013 DI ANTONIO LUZI  fonte: VitadiDonna Community

Gli amanti del cioccolato non potranno che essere soddisfatti dalla notizia che arriva grazie un recente studio pubblicato su Neurology. Due tazze al giorno per migliorare le condizioni del cervello, le sue prestazioni e la memoria.

I ricercatori statunitensi della Harvard Medical School di Boston hanno arruolato 60 anziani con un’età media di 73 anni. A nessuno dei volontari era stata diagnosticata la demenza senile, ma per 17 dei partecipanti era stato invece rilevato un ridotto afflusso sanguineo (e quindi di ossigeno) al cervello.

Per un mese hanno assunto due tazze di cacao ogni giorno senza però assumere altro cioccolato in altre forme.

Successivamente i volontari sono stati sottoposti a test per valutare le funzionalità cerebrali attraverso la misurazione della memoria, delle capacità cognitive e e quelle di pensiero.

Grazie agli ultrasuoni è stata rilevata la quantità di afflusso di sangue nel cervello e, tra alcuni di questi, una risonanza magnetica ha rivelato danni in alcune aree del cervello.

I dati hanno indicato che nei 17 partecipanti che presentavano inizialmente un ridotto afflusso sanguineo avevano ottenuto un miglioramento pari all’8,3% rispetto agli altri che non avevano alcuna insufficienza.

Sempre nei 17 volontari con ridotto afflusso di sangue al cervello è stato possibile rilevare un miglioramento della performance nei test di memoria con dei tempi di risposta che passavano da 167 secondi a 116.

Nel tentativo di individuare quale sostanza del cacao potesse produrre gli effetti benefici, alla metà dei volontari è stata somministrata una cioccolata ricca di flavanoli. Al contrario, l’altra metà ha assunto cacao povero di queste sostanze.

Ebbene, l’analisi dei dati non ha evidenziato alcuna differenza tra i due gruppi.

Già uno studio dello scorso anno, eseguito dai ricercatori della Geriatria dell’ospedale di Avezzano e dall’Università dell’Aquila, aveva indagato sui flavonoidi contenuti nel cacao. Il lavoro, pubblicato su Hypertension dopo la supervisione dell’American Heart Association, ha provocato l’interesse degli addetti ai lavori a livello internazionale.

I dati, pur andando nella stessa direzione della Harvard Medical School di Boston, non dimostravano con certezza se l’azione dei flavonoidi del cacao avesse una conseguenza diretta o un effetto secondario sul miglioramento della funzione cardiovascolare.

Tornando allo studio più recente, Farzaneh Sorond, neurologo e coordinatore della ricerca, ha spiegato “Come le diverse aree del cervello hanno bisogno di più energia per completare i loro compiti, hanno anche bisogno di maggiore flusso di sangue. Questa relazione, denominata accoppiamento neurovascolare, può svolgere un ruolo importante nelle malattie come il morbo di Alzheimer”.

Famiglie  d’Italia

Alzheimer, da Milano un’ottima iniziativa

maggio 17, 2013
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Alzheimer, Milano Lancia il ” Piano ” per assistere famiglie e malati ( fonteVitadiDonna Community )
Pubblicato 16 Maggio 2013
Di Antonio Luzi
La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza degenerativa invalidante, con esordio prevalentemente senile (oltre i 65 anni, ma può manifestarsi anche in epoca precedente) e con un tempo di vita media di circa sette anni.

Meno del 3% della popolazione vive più di quattordici anni dopo la diagnosi.

L’aspettativa di vita è particolarmente ridotta rispetto alla popolazione sana quando la malattia di Alzheimer colpisce i più giovani. Gli uomini hanno una prognosi di sopravvivenza meno favorevole rispetto alle donne.

La malattia è la causa di morte nel 70% dei casi. La polmonite e la disidratazione sono le cause immediate più frequenti di morte.

Al momento non ci sono prove definitive per sostenere l’efficacia di una qualsiasi misura preventiva o curativa per la malattia di Alzheimer.

Una diagnosi tempestiva è estremamente importante perché permette di formare in modo corretto e completo i familiari, programmare gli interventi assistenziali, distinguere la malattia di Alzheimer da altre forme di demenza e di impostare subito il trattamento farmacologico.

In Italia si calcola che esistano 600.000 malati di Alzheimer. Un numero, secondo alcuni, in costante aumento che ha fatto si che questa malattia sia un fenomeno sociale importante e che sempre più peserà nel futuro sulla nostra assistenza sanitaria.

Per questa ragione iniziative come quella del Comune di Milano, che ha annunciato attraverso l’assessore alle politiche sociali Pierfrancesco Majorino il lancio di un  “Piano Alzheimer”, sono estremamente importanti.

Le azioni che verranno svolte dal “Piano Alzheimer” sono il frutto del lavoro delle otto associazioni di volontariato che nel comune di Milano si occupano della malattia.

Majorino ha spiegato che “a Milano ci sono 14 mila persone malate di Alzheimer e ogni anno si registrano circa mille nuovi casi”, ed ha aggiunto “vogliamo che Milano si attrezzi ad affrontare per tempo e in modo lungimirante una situazione che altrimenti potrebbe diventare emergenza”.

Il piano prevede quattro tipi di azioni che possano aiutare i malati di Alzheimer e le loro famiglie.

  • Il primo è quello di una linea telefonica che darà informazioni ai cittadini;
  • verranno poi aperti otto nuovi centri di ascolto e accompagnamento per fornire assistenza psicologica alle famiglie dei malati che non sono stati ancora riconosciuti dal Servizio sanitario nazionale; 
  • verranno aumentati i centri di ritrovo dedicati a malati e familiari; 
  • il comune di Milano aprirà dei corsi di formazione per badanti specializzate nella cura dei pazienti di Alzheimer che verranno inserite in un albo di riferimento.

fonteVitadiDonna Community 

Famiglie  d’Italia